Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
"Córdoba... como un rosal invertido che tuviera la raices al aire y las flores dentro de la tierra"
(José Ortega y Gasset)
- Ali bin Youssef, pronipote di sefarditi, sangue di consigliere del califfo nelle vene. Per servirvi, signore.
È evidente che si prende gioco di me, nella taverna col suo bicchiere di fino in mano. Le foto dei toreri di Cordova: Fino de Córdoba e El Cordobés, alle pareti.
- Perché Cordova era grande come Baghdad e più splendida. Come New York adesso.
A Cordova il Guadalquivir forma un ampio meandro, passa sotto un ponte romano, non lontano dalla grande Moschea. In mezzo alle sue acque, due secche ospitano resti di vecchi mulini.
Intorno al 950 d.C., anno 380 dall'Hegira, il califfo cordovese 'Abd ar-Rahman III inviò una missione presso la corte di Ottone I di Germania con la richiesta di converstirsi all'islam. Offeso, Ottone decise di far aspettare la delegazione tre anni prima di riceverla e in cambio inviò lui stesso una seconda ambasciata a Cordova con una lettera carica di insulti al profeta. Questa seconda missione era guidata da un frate di nome Iohannes di Gorze accompagnato da un giovane studente, Garamannus. Il califfo, conosciuti i contenuti della missiva, stabilì di far attendere al frate e al suo seguito nove anni prima di riceverli, a meno che il frate non acconsentisse a rinunciare alla missiva insultante. Il frate non rinunciò. Poco si sa della vita che queste due missioni condussero in questi lunghi anni di attesa, la storia le ha consegnate all'oblio.
Il cristiano giunse a Cordova a dorso di mulo. Non è chiaro se per il gusto morboso di un arrivo teatrale, da presepe, o se era abitudine per un frate, a quei tempi, farsi portare da questi animali. La città gli apparve austera, le grida isolate per le strade gli sembravano rintocchi di campane. La attraversò con profonda dignità e silenzio interiore. Lo stesso silenzio con cui dalla cella del suo monastero osservava i boschi della pianura circostante. Passò quindi serio, a testa alta, per le strade strette, senza far caso al tortuoso labirinto di vicoli e senza badare allo smarrimento di Garamannus, suo compagno.
Anche Garamannus giunse a Cordova a dorso di mulo, ma il suo sguardo, a differenza di quello austero del frate anziano, non riusciva a trattenersi e correva a intrufolarsi ovunque, impudico:
- Garamannus, esiste beltà nel mondo terreno?
Chiese padre Iohannes serio serio.
- È solo un riflesso del dono divino, padre.
Rispose Garamannus distratto, come recitando a memoria la frase di un’orazione.
L'arrivo della carovana di muli, frati e portatori pallidi e dalle barbe bionde e rossicce, destò sguardi di sottecchi:
- Sta gente viene a portare la pioggia.
Affermò, sentenzioso, qualcuno.
- Quel frate non conosce le buone maniere?
Domandò un altro, irritato dal silenzio di padre Iohannes:
- È un presuntuoso. Allah lo castigherà.
- E le guardie del califfo? Quando servono, non si fanno vedere.
- Zitto, non bestemmiare! La grande città s'interrogava davanti alle porte d'oro della moschea, che proprio in quegli anni il califfo stava facendo ampliare, per la gloria di allah e per adeguarla alla città in continua espansione. Il cielo scuro dell'autunno lasciava filtrare raggi di luce bianca e intensa. I cordovesi entravano ed uscivano dalle porte delle loro case e dalle botteghe, occupati nelle loro faccende quotidiane. Ma quel giorno non era un giorno qualsiasi. Quel frate a molti non piaceva, gli stessi cristiani della città erano perplessi. Le più preoccupate, poi, erano le donne -cristiane, musulmane o ebree-, che avevano ricevuto l'ordine del califfo di non guardare mai direttamente i nuovi venuti.
Per fortuna la città era piena di specchi, di riflessi d'argento, di zampilli d'acqua.
Il califfo aveva così stabilito: “il grande Palazzo dell’Ospitalità sarà dato alla delegazione di Ottone. In un'ala del palazzo verranno sistemati il frate e il suo seguito, l'altra ala sarà loro proibita. La porta che le unisce sarà chiusa a doppia mandata e vigilata da due guardie, una per parte”.
Padre Iohannes fece immediatamente portare via letti, cuscini e tappeti dall'ala a loro destinata, voleva proteggere se stesso e i suoi dalle tentazioni di quel lusso esotico di cui intuiva la forza diabolica.
Padre Iohannes era un uomo intelligente, per quanto ciecamente convinto delle sue ragioni e della protezione divina, conosceva bene la volubilità dello spirito umano e temeva gli effetti della lunga permanenza a Cordova.
Probabilmente per queste ragioni, oltre che per un carattere solitario e allergico alla mondanità, decise di non uscire mai dal palazzo, di trascorre quelle lunghe giornate –e settimane, e mesi- d’attesa immerso nella preghiera e nella lettura, al solo lume di un mozzicone di candela.
Eppure, quella prima sera, anche padre Iohannes sentì, suo malgrado, il canto di una voce melodiosa provenire dall’ala a loro proibita.
Nonostante la giovane età, Garamannus era un uomo colto che aveva a lungo studiato e conosceva varie lingue. Per questo era stato scelto da padre Iohannes come accompagnatore e redattore della cronaca di quel viaggio in terre infedeli. Il giovane aveva accolto con entusiasmo la proposta del padre. Molto aveva letto di quelle terre meridionali ed ora la possibilità di visitarle gli sembrava un dono del cielo. Durante il lungo viaggio dal monastero alla capitale del califfato di Al-Andalus, aveva febbrilmente trascritto sul suo taccuino tutto quel che vedeva e sentiva. Era rimasto molto colpito dalla gente che aveva conosciuto lungo il cammino: le città cristiane del sud dell’impero, voci di predicatori in odor d’eresia o di santità, le comunità ebraiche di Narbonna, Jirona e Barzelona. E la natura. Cose mai viste. Il mare, gli orti e gli aranceti di Turtosa e Valenza, i canali, i pozzi, l’acqua. Aveva sempre avuto un debole per l’acqua Garamannus, fin dai pomeriggi di gioventù trascorsi a studiare nella biblioteca del convento ascoltando il suono della fontana del chiostro.
Arrivato a Cordova era stato quindi ben felice di saperla città di fiume –un grande fiume- e ancor più delle parole che gli aveva rivolto padre Iohannes quel primo giorno:
- Garamannus, io non uscirò di qui. Tu sarai il mio occhio e ti occuperai delle mie faccende.
Garamannus era al culmine della felicità. Avrebbe potuto uscire indisturbato per la città e imparare, conoscere.
Fin dal primo giorno, quindi, s’era organizzato in modo da dedicare il mattino alle faccende del padre, andava al mercato e alla biblioteca -padre Iohannes aveva continuamente bisogno di libri, ma anche di mangiare, e per quelle due esigenze non si fidava che del suo giovane accompgnatore-, e la sera alla sua cronaca e alla preghiera. Prima di coricarsi si recava nella stanza di padre Iohannes per accertarsi che tutto fosse a posto:
- Garamannus, hai contato le persone oggi?
Chiedeva il frate
- Sì, padre
- Hai riconosciuto i buoni dai cattivi? - E come, padre?
- I violenti dai mansueti? - E come, padre?
- Gli stupidi dagli intelligenti?
- E come, padre?
- Gli avari dai prodighi? - E come, padre?
- I poveri dai ricchi? Questa specie di nenia o filastrocca si ripeteva ogni sera, con piccole varianti. Garamannus sapeva che padre Iohannes non avrebbe accettato risposte avventate. Ritirato nella sua stanza si addormentava ascoltando la voce che proveniva dall'altra ala del palazzo.
Un giorno, erano ormai a Cordova da quasi un mese, Garamannus, dopo le preghiere mattutine, uscì per andare al mercato. Il mercato di Cordova era il più grande che avesse mai visto e i primi giorni si era sentito travolto dalle emozioni, dai movimenti e dai colori. Adesso cominciava a farci l’abitudine e amava perdersi tra la folla. Si sentiva felice e quel giorno gli venne voglia di cantare, ma non conosceva che inni di chiesa alquanto inadeguati e certo qui inopportuni.
Si ricordò allora di una filastrocca d'infanzia che gli cantava sempre sua madre. Si mise a cercare nella memoria il tono e le parole di quelle strofe che cantavano i doni della terra e scacciavano i demoni e le fantasie. Ma la memoria è un pozzo pieno di fili disordinati. Ne tiri uno e porti alla superficie il frammento di un ricordo, poi tiri quello a fianco e non trovi il frammento mancante, ma un altro brandello spaiato. Allora, impaziente, guardi nel pozzo e non vedi che buio. Ma piano piano gli occhi si abituano all’oscurità e intravedi riflessi d’argento. Dici: l’ho trovato! Ma era un’immagine effimera ed è subito scomparsa. Allora ti restano due possibilità: o inventi quel che manca o ti fai aiutare. Nella sua ricerca Garamannus pensò che un bicchiere di vino l'avrebbe certo aiutato, e si mescolò tra gli avventori di una taverna in un vicolo. Gli avventori erano cristiani.
Dallo sgabello su cui era seduto, in un angolo appartato della taverna, Recemundo scorse il viso stralunato dell'accompagnatore del frate. Garamannus chiese del vino e l’oste gli servì un liquido dorato e denso. Lo assaggiò e si sentì scaldare il cuore. Ne chiese ancora: non aveva mai bevuto un vino di tal fatta, così diverso dal vino del monastero, e lo trovò ottimo. Ne chiese ancora. Poi ancora. Presto Garamannus –si era completamente dimenticato della filastrocca infantile- si trovò immerso in una conversazione con altri avventori alticci e circondato da un crocchio di persone. Ormai parlava a voce alta, decantando le virtù umane e intellettuali di padre Iohannes.
- Manco Dio fosse tutto suo!
L'esclamazione cadde rumorosamente, Garamannus strabuzzò gli occhi e si voltò a cercare lo sguardo di chi aveva parlato:
- Chi bestemmia?
Recemundo si fece avanti:
- Mi chiamo Recemundo.
- Come osi insultare padre Iohannes?
- Dico solo che dovrebbe prendere in considerazione anche noi.
- Voi chi?
- I cristiani di Cordova
- Padre Iohannes è venuto proprio per voi
- Allora ci dovrebbe dare ascolto, invece di chiudersi in casa.
- Padre Iohannes prega per voi ogni giorno.
- Padre Iohannes farebbe meglio a pregare per sé. Per noi abbiamo sempre pregato anche senza di lui!
Garamannus non capiva, nessuno aveva mai osato mettere in discussione padre Iohannes, e adesso questo cristiano mezzo rinnegato diceva parole nuove e dure. Garamannus si guardò intorno, erano in molti e parevano d'accordo con il loro concittadino. Finì il bicchiere, pagò e se ne andò confuso.
Garamannus uscì sul mercato alticcio. Si sentiva svuotato e flaccido ed era incapace di camminare in mezzo a tanta gente, entrò in un vicolo stretto e meno affollato, si fermò poggiandosi al muro di una casa, chiuse gli occhi e respirò profondamente. Scrosci di immagini e parole si abbattevano sulla sua mente, sfibrandola. Le lingue di Cordova, note e ignote, si annullavano l'un l'altra nel frastuono, il nulla si nutriva dei suoni e dei rumori della città. Garamannus dubitò per la prima volta in vita sua di padre Iohannes, si piegò in due e vomitò vino e bile.
Solo più tardi, nel buio, trovò quiete lungo il Guadalquivir: l'acqua portava via la giornata e le sue disavventure, il suo suono pacato spazzava il cielo e la terra di Cordova. Garamannus riprese a respirare profondamente.
Tornato al palazzo si recò subito da padre Iohannes
- Padre, ho paura.
- Del buio, Garamannus?
- Della luce, padre.
- Prega Dio, Garamannus
- In che lingua, padre?
Da quel giorno Garamannus non uscì più per andare al mercato. Inventò una scusa legata ai suoi studi e la mattina andava direttamente alla biblioteca. Il silenzio di quel posto pareva ridargli fiducia e tranquillità, i rumori maligni di Cordova restavano fuori. Eppure la biblioteca era così grande che Garamannus non riusciva a sentirsi del tutto tranquillo né a concentrarsi sullo studio. L'inquietudine lo seguiva lungo i corridoi e le sale ed era la stessa inquietudine che l'aveva preso quel giorno del mercato e della taverna, solo più soffocata, imbrigliata nel silenzio.
Una donna regnava sui giorni della biblioteca. Una giovane bella e colta che si era conquistata la fiducia del califfo. La sua famiglia veniva da lontano, qualcuno diceva addirittura da Bagdad, suo padre era stato un illustre astronomo e la madre conosceva a memoria le antiche poesie persiane. La giovane era sempre cresciuta tra i libri e gli studi, e quando fu presentata al califfo, lo stupì tanto con la conversazione quanto coi sorrisi. Il califfo volle dialogare con lei per sette giorni e sette notti finché la giovane uscì dal palazzo con l'incarico ufficiale di presiedere all'acquisizione di nuovi volumi per la biblioteca della città.
Garamannus certo non l'aveva mai vista. Ne aveva però sentito molto parlare. Gli studiosi della biblioteca ne lodavano l'intelligenza e la cultura e spesso si sentiva fare il suo nome per le strade (in questo secondo caso i commenti usavano riferirsi ad altri aspetti della sua persona). Tutto questo incuriosiva terribilmente Garamannus che, suo malgrado, si trovava ad alzare gli occhi dai libri ad ogni movimento o rumore di passi appena percepito.
Alla sera Garamannus tornava da padre Iohannes e gli consegnava i libri richiesti.
Una sera, il frate gli disse:
- sono molti giorni che hai il viso scuro, Garamannus. Che cosa ti succede?
- niente, padre, la stanchezza
- hai letto il libro di botanica, Garamannus?
- sì, padre.
- cosa ne hai appreso?
- le leggi delle piante, padre
- esistono leggi al di fuori di quelle del Signore, Garamannus?
- solo quelle del demonio, padre.
Su una piccola isola del Guadalquivir viveva un sarto con la moglie e la figlia. La figlia del sarto si chiamava Qmar e fin da bambina aveva deliziato la famiglia con la sua voce. Aveva una voce soave e già sensuale, tanto che spesso gli uomini presenti arrossivano nell'ascoltarla. Le sue virtù musicali erano note in città, persino il califfo aveva voluto ascoltare quella bambina dalla voce melodiosa e l'aveva molto elogiata.
Qmar, così si chiamava, giocava spesso nel cortile al gioco degli occhi. Il roseto novembrino, appena accennato, davanti al muro bianco. Oltre il cortile, il cantare degli uccelli, carico di piogge, basso, prendeva corpo nell'umidità. Il gioco degli occhi era suo, intimo e personale, fatto di pensieri che si trasformavano in disegni, in linee che sfuggivano dal cortile verso la pianura e la serra.
Lo sguardo di Qmar si poggiava sulle rose, da lì volava sui cortili, sulla città e sulla campagna. Il Guadalquivir scorreva dentro di lei sinuoso, tra i fanghi e i mulini, sotto il ponte, e la città ne ascoltava il mormorio. Da lontano veniva una canzone, che raggiungeva il cortile, si condensava nell’aria e diventava rugiada tra le rose. Qmar allora chiudeva gli occhi e cantava.
- Fate chiamare la figlia di Abu il sarto - ordinò il califfo una sera. Qmar aveva appena compiuto quindici anni e fu subito accompagnata dal califfo. Ebbe con lui un colloquio segreto, tornò a casa e parlò coi genitori. L'indomani Qmar si alzò e, aiutata dalla madre, preparò i suoi fagotti. Nessuno in famiglia disse altre parole, verso sera un portone inghiottì Qmar.
Da quel momento, dietro quel portone, Qmar fu servita come una principessa e visse in mezzo a un lusso che suo padre non si sarebbe mai potuto permettere. Riverita e adulata, Qmar si sentiva in colpa e provava una grande nostalgia della sua casa sul fiume e dei suoi genitori. Nel suo carcere dorato cantava e cantava e spesso la voce le si gonfiava di pianto, diventando ancor più commovente.
Garamannus ascoltava ogni sera quella voce proveniente dall'ala proibita del palazzo, e la sua nuova curiosità, appena svegliata dal fantasma della giovane donna della biblioteca, trovava una nuova sorgente dove dissetarsi. Garamannus pregava, a volte con ostinazione, ma tuttavia era sempre distratto da quella voce, tanto che una sera scoppiò in lacrime disperato. Si spaventò così tanto che chiese di essere spostato di stanza, convinto di essere troppo vicino alla voce. Tuttavia, nella nuova stanza, lontana dalla precedente, la voce non scomparve affatto, si affievolì un poco, questo sì, tanto che Garamannus era costretto a tendere ancor più l'orecchio per ascoltarla.
- Hai sentito la voce che ci accompagna ogni sera, Garamannus?
- È una bella voce, padre.
- Molto bella, Garamannus, non trovi?
- Una giovane di talento, padre.
- L'hai mai vista, Garamannus?
- No, padre.
- Neanche in sogno?
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