Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Poi scopri che non e' vero, che come sempre le apparenze (e un po' di insofferenza latina) ingannano. La ragazza dell'ostello, che credevo serba, e' invece una londinese serbo-parlante che abita a Belgrado da un anno e i ragazzi inglesi e scozzesi sono stati molto gentili e affettuosi con me (vecchio italiano ragazzo) e mi hanno fornito un sacco di informazioni utili. Senza di loro, di Ana from Liverpool in particolare, non avrei mai preso il Balkan Express Belgrado-Istanbul, treno sdentato e maleodorante come la bocca di un vecchio barbone. E se non avessi preso il Balkan Express non avrei mai visto quello che ho visto. Per esempio non avrei conosciuto l'esimio professor Werner Kvarda, attempato ma spavaldo docente di architettura presso l'Universita' di Vienna, in viaggio verso un monastero della Bulgaria ove ha organizzato un seminario intensivo con studenti bulgari, austriaci e slovacchi ("nei monasteri e' nata la cultura europea e nei monasteri la riportiamo"). Non avrei neanche conosciuto Crsitina, una signora armeno-bulgara sui settanta abbondanti salita alla frontiera serbo-bulgara, "commerciante di frontiera" di abiti dalla Bulgaria alla Serbia e di sigarette e frutta dalla Serbia alla Bulgaria, ne' l'avrei vista zompettare agile e scalza come un grillo sui sedili per sistemare i "capi", ne' avrei saputo che sua nipote Varsi sta studiando italianski filologia a Torino. Capelli bianchi ricci e viso scuro e grinzoso, sorridente e bellissima, nonna Crstina (baba Crstina) mi ha chiesto il numero di telefono perche' la povera nipote a Torino e' senza amici e tocca alla nonna parlare con lei via internet (!). Non riuscivo a toglierle gli occhi -e il mio sorriso- di dosso, mi pareva una nonna calabrese o lucana, insomma una mia bisnonna. Non avrei nemmeno conosciuto le sue altre compagne di viaggio, come A., ebrea e bulgara, "collega di baba Crstina", capelli lunghi neri, viso rossastro, l'eta' di mia madre, capace di comunicare con me in italiano, con l'esimio professor Kvarda in tedesco e tradurre per tutti e offirire pere e versare birra a tutti, compresa baba Crstina e un "principe" bulgaro che passando dave delle nobildonne a tutte le signore che gremivano lo scompartimento e il corridioi e sculettava contento con il suo ombretto sugli occhi e la terra sulle guance. Non avrei visto salire a Nis, in Serbia, due loschi figuri dagli occhiali scuri che inizialmente ho preso per poliziotti e poi ho scoperto grandi lanciatori di enormi pacchi di sigarette e addirittura Hi-Fi dal finestrino del treno, "commercianti di frontiera" anche loro, poco prima di Sofia (treno che tanto viaggiava circa a 40 all'ora, impiegando ben dieci ore a percorrere i 400 chilometri che separano Belgrado da Sofia, compresa, va detto, una sosta "teatrale" di un'ora e mezza alla frontiera, nonostante la quale nessuno ha notato ne' sigarette ne' Hi-Fi ne' altri numerosissimi -a quel punto il treno era gremito- "commercianti di frontiera"). Non avrei neanche visto le splendide e strettissime gole di roccia e acqua che separano le colline della Serbia meridionale dalla Bulgaria, ne' la piana circondata di montagne di Sofia, ne' avrei conosciuto D. (architetto paesaggista, amico di tutta Sofia, compreso il sindaco, 26 anni e energia da vendere a tutta Europa -e quanto bisogno ne avremmo di gente come lui) e J., (padrone d'ostello e artigiano del cuoio, autore tra l-altro nel suo atelier appartamento di surreali maialini di pelle), bulgari allegri e accoglienti, amici del professor Kvarda, che in cinque minuti mi hanno trovato un posto letto comodo, tranquillo ed economicissimo nell'antico (ex) quartiere ebraico della grande citta
Il professor Josif Pancic ci ha provato due volte, a fine ottocento, a metter su un giardino botanico a Belgrado. Tuttavia il Danubio gliel‘ha rovinato entrambe le volte, portandosi via piante introvabili come fossero fuscelli. Era bello, probabilmente, il giardino botanico del professor Pancic lungo il fiume, ma il posto era decisamente inadatto. Fu quindi un altro botanico, il professor Nedeljco Kosanin, a occuparsi del giardino di Belgrado, ora su un terreno piu solido, a distanza di sicurezza da quell‘insensibile del Danubio (presuntuoso mittleuropeo). D‘altronde, sulla collina alla confluenza tra la Sava e il Danubio, mica solo i giardini botanici sono stati portati via. Belgrado e stata distrutta almeno quaranta volte, dice la guida: il luogo faceva gola a tutti, celti, romani, slavi, bizantini, ottomani, austriaci (nonostante il clima, in inverno rigidissimo, mi dicono, soprattutto quando cala il vento dei Carpazi dalla Romania). Il fatto e che e un bel posto, tanto che i turchi lo chiamavano sia luogo per meditare, sia campo di battaglia (nome che tuttora conserva).
I nomi delle piante gia sono difficili di loro, in cirillico poi non vi dico. Per fortuna l‘attuale successore dei professori Pancic e Kosanin ha avuto la buona idea di scrivere i nuovi cartelli in alfabeto latino, che e gia abbastanza complicato orientarsi con i nomi delle vie di Belgrado (in alfabeto latino sulla mappa dell‘ufficio turistico, ma esclusivamente in cirillico sulle targhe delle vie). Cosi ho potuto camminare scoprendo nuove piante, come l‘esotica Koelreuteria dal frutto avvolto in sacche di foglioline o l‘Orniello dal tronco liscio (fraxinus ornus), che in realtra avevo gia visto -e in abbondanza- intorno agli splendidi laghi di Pivlica, in Croazia. E mi sono potuto togliere le scarpe e riposare i piedi feriti lontano dal traffico cittadino della caotica Belgrado. Meraviglie dei giardini botanici. (Giardino botanico in lingua locale si dice Botanicka Basta).
Infine, visto che domani lascio la ex-Iugoslavia (dopo aver attraversato quattro dei sei paesi e mezzo in cui si e divisa, il mezzo e' il Kossovo), segnalo le parole che ho imparato in serbo, croato e bosniaco (la lingua uguale con tre nomi): Zdravo sta per ciao in Bosnia e Serbia, in Croazia fa invece Bog. Dober dan sta per buongiorno, ma anche per benvenuto, in tutti e tre i paesi. Daviðenia per arriverderci, almeno in Bosnia e Serbia, in Croazia non ne sono sicuro. Hvala (h pronunciata forte tipo la jota spagnola) vuol dire grazie per tutti e tre. Molim, prego, ma forse anche per favore.
In quanto alla grafia abbiate pazienza, come per gli accenti (l‘avrete notato), che con queste tastiere non ho ancora preso confidenza. Vedremo nei prossimi giorni come mi trovo con quelle bulgare e turche
Varie peripezie e diversi mezzi di trasporto mi hanno portato lontano dalla Spagna. Verso l‘alba. Venivo dal tramonto. Costucost, come fanno gli americani. Ma all‘europea, dall‘atlantico al bosforo. Sono a Belgrado, la citta bianca. Ieri ero a Sarajevo, Bosna Saraj, città di sosta. Scrivo stasera da una piccolissima stanza di un ostello, circondato da allegri ragazzi e ragazze inglesi e scozzesi che con attraversano l‘Europa come fosse il cortile di casa, senza imparare manco una parola fosse una in un‘altra lingua, una ragazza texana (Sam, come suo zio) che invece parla serbo (!) e i tre serbi dell‘ostello con lo sguardo di chi ha bisogno di due mesi di pratiche per ottenere il visto per uscire di casa. Forse per questo hanno deciso di aprire l‘ostello: non posso andare io? Che vengano loro a me... Ho passato quattro giorni a Sarajevo e mi sono caricato di emozioni e dolore secco, asciutto. La città é un sogno di pietra e legno, montagne e minareti, ma é stata incubo per tutti ed é piena di cimiteri, lapidi e dolori. Ovviamente non mi so spiegare. E' troppo presto. Ma ho masticato la sensazione della mia inettitudine di fronte a tutte quelle lapidi bianche, nei giardini, lungo le strade, i viali, i mercati.... Sono stanco. La Bosnia é montagna, foresta, fiumi, torrenti, pini, querce, faggi, pascoli, mentre improvvisa la Serbia, oltre la grande Drina, é pianura di campi di granoturco, girasoli, orti e frutteti. Belgardo mi accoglie allegra, stracciona, grande, afosa. Capitale, ormai solo di se stessa.
La cadenza dolce e leggera degli asturiani, dopo la parlata elegante e decisa dei baschi, mi fa sorridere d'affetto. Hanno qui una gentilezza semplice, tranquilla, accogliente, e gli occhi allegri e curiosi. E hanno una terra verde di prati che scendono dalle vette dei Picos de Europa nel mare. A Llanes, odore forte di porto, di alghe, stradine di case di legno e pietra, una raffinata via ottocentesca, le scogliere. Verrebbe da sedersi a lungo qui, davanti a questo oceano, magari rimanerci per sempre. Quel per sempre che è un attimo ed esiste solo in quell'attimo. Un incantesimo di una fata asturiana che, non te ne sei accorto, ti si è seduta accanto e t'ha chiesto sottovoce: come stai?
Ho fame, signora. No problem: fabada asturiana, polpo, carne o pesce alla griglia? La famosa fabada, grazie, e ho sete. Sidro, signore? No, grazie, oggi no, stasera vino buono aragonese.
Siamo poi stati nel mattino soleggiato in punta a Gijón, nel parco sui bastioni del porto, oltre i fichi e i pitospori enormi appena protetti dal vento sulla salita, accanto all'Elogio dell'Orizzonte di Chillida. Ridiscendiamo nelle piazzette verso la baia, oltre quello che fu un convento e una fabbrica di tabacco. Verso sera approdiamo a Oviedo, nel parco di San Francisco, tra i pavoni che scorazzano liberi e alteri, le fontane e gli stagni, i tigli, gli ippocastani, i pioppi e altre 120 specie di alberi e arbusti di questo giardino botanico-bosco urbano; poi in centro città, capretto, branzino e filetto, vino e a dormire. Negli occhi le statue di bronzo scure, quasi sempre senza piedistallo, raso terra e a proporzioni reali, scorte in vari punti della città: una concordia, diverse maternità, due pescivendoli, una lattaia, una pensatrice e il buon William B. Arrensberg di ritorno da un lungo viaggio, con valigie, soprabito e cappello a tesa larga, ombrello e baule, l'aria leggermente spaesata.
Parto di nuovo. A casa degli amici si occuperanno delle piante e della gatta. È domenica mattina presto: attraverso la città vecchia un po' appesantito dagli zaini. Barcellona dormicchia ancora, poche auto, pochi passanti, turisti mattinieri, spazzini, panettieri, i negozi dei pachistani, degli indiani, dei filippini. Tutto sommato abbastanza silenziosa. Raggiungo l'arco di trionfo rosso dell'esposizione universale e la facciata liberty in restauro della Estació del Nord, stazione degli autobus. C'è una luce mattutina raggiante, piena di possibilità.
Dopo i frutteti di Lleida, le terre aride di Saragozza, i campi diventano verde intenso e pian piano risalgono su pendici, entrano in valli e gole coperte di boschi di faggi, gaggie, castagni, querce, tassi, tigli, eucalipti e chissà quanti altri sconosciuti. Nel tardo pomeriggio Bilbao scorre veloce sotto l'autostrada e un cielo cupo eppure vivo. Alla stazione degli autobus, mi aspettano i miei genitori. Ongi etorri in basco vuol dire benvenuti.
Tracciamo una mappa. Ne chiacchieriamo a cena davanti a branzino, calamaretti, vino rosso navarro. Non ci vediamo da sei mesi, da Natale. Tracciamo una mappa. Tra ricordi, racconti (sapete che un mese fa...? Ti ricordi il cugino della zia...?) e le sette strade del centro di Bilbao, las siete calles che son lì fin dall'inizio.
Il 15 giugno 1300, Don Diego López de Haro concesse al borgo il titolo di villa e lo sfruttamento delle miniere di ferro delle montagne e dei commerci marittimi lungo la ria del fiume Nervón che si apre all'oceano, al nord Europa, all'America. Da allora di miniere, siderurgia, cantieri navali e commercio ha a lungo vissuto Bilbao, fino alle recenti crisi industriali. Dall'alto dell'ascensore di calcestruzzo di Begoña, la città di legno e ferro si incunea nelle valli verdi, sotto un cielo denso, una pioggia soffice e sottile, l'aria fresca, la luce bianca dell'oceano.
Qui tutto è pesca, miniere e ora turismo. Lungo tutta la costa. La giornata ci accompagna senza sole fino in Cantabria. Paesini di pescatori e villeggianti, entroterra di minatori e pastori. I prati scendono fino in mare, le mucche pascolano a pochi metri dalla riva.
Tracciamo una mappa. Attraversando Santander penso ad Amanda, la mia prima coinquilina a Barcellona sette anni fa (e pare 'na vita), nata e cresciuta qui e ora dispersa -me l'hanno detta a Marsiglia a ballare e far circo, spiritello acuto e selvatico del nord-, e ricordo le nostre lunghe e filosofiche chiacchierate serali, a colpi di fioretto, logica e ironia, nell'appartamento di calle Percamps ("di trentenni bruciati ne abbiamo abbastanza. Fate qualcosa!"). Finché non se ne andò a Parigi e da lì altrove. Poi furono altre case, altri compagni, rare notizie, sempre ricevute con un reciproco sorriso.
Potrei mentirvi quando e come voglio. Anche dirvi che non sono più tornato. Potrei dirvi che ho rotto il cerchio e me ne sono andato per la tangente, persino che sono diventato più sicuro di me e aggressivo, un marinaio con le cicatrici, un agnello scampato. Potrei anche dirvi che oggi è pasqua e non me ne sono manco accorto. Nessuno m'ha lasciato un obolo, un uovo, una colomba. Non ho sentito neanche profumo d'agnello arrosto, né ho visto lacrime o sudori di sangue. Non sono stato presente a nessuna processione, di Marie o Gesù silenziosi o esultanti. Vorrei invece dirvi che ho fatto l'esploratore e che ho trovato quella cosa che cerchiamo tutti. Però poi l'ho persa, perché mi distraggo. Allora alla fine sono tornato, ostinato come una capra, a Barcellona. Quindici ore di macchina con Cesc, sua madre e Luz. La conversazione s'e confùsa col paesaggio. Le curve dei Despeñaperros ci hanno portato su dall'Andalusia alla Mancia, poi terra piatta fino a Toledo, a Madrid. Grano, orzo, segale, erba medica. Non sono uomo di pianure, non mi ci raccapezzo. Madrid è un labirinto su un altipiano. Un sogno geometrico. L'aria si fa secca, anche il tono di voce. Dopo Guadalajara c'è poco più che un mandorlo. Sulla sierra prima di Saragozza, un bosco bianco di mulini a vento a perdita d'occhio.
fine
Un uomo di pietra siede nelle acque del grande fiume Guadalquivir. Si vedono solo la testa, le spalle e le ginocchia. Guarda verso il cielo. L'acqua gli scorre addosso. Le nubi, le piante e i tetti gli si riflettono intorno. Ogni volta che arrivo a Cordova, mi sembra sempre che la città sia altrove. Non per niente, il filosofo Ortega y Gasset la definiva un roseto invertito, con il capo sotto terra e le radici per aria. Ogni volta la devi ricercare, ri-immaginare. Ri-immagina un po' tu le mura della grande moschea, gli arabeschi rossi sugli archi, il rame e l'oro delle porte, il cortile degli aranci, i vicoli bianchi, la piccola sinagoga, le piazze scomparse. La città califfale se n'è andata su un tappeto volante. S'è portata via Averroè e Maimonide. Prima ancora di loro Seneca. Sul meandro del grande fiume Guadalquivir, in cui ora siede l'uomo di pietra, lassù dal ponte romano, tra i resti dei mulini di legno, ci dev'essere qualcosa nell'aria che fa venir voglia di immaginare. Ma mette anche fame. Con Cesc e Luz, che ho appena incontrato, andiamo a mangiare tonno e peperoni.
Ed io l'ho incontrato Diya' al Din Abu Muhammad ‘Abd Allah ibn Ahmad ibn al Baytar, detto el Malaqi, il malaghegno. Due volte. Una a Malaga, su un prato sotto un grande ficus, davanti al teatro romano. L'altra a Benalmádena, dove nacque, e dove abita il mio amico Bruno el Malaqi, marinaio andaluso, ora capitano di porto. Ci siamo conosciuti`sedici anni fa a Cadice, dove lui studiava ingegneria navale e io letteratura spagnola grazie al programma erasmus. Poi non ci siamo visti per più di dieci anni, fino all'anno scorso quando l'ho rintracciato "navigando" su internet nell'elenco di un equipaggio di un cargo. Mi racconta che di tutti i posti in cui è approdato, e ce ne sono di singolari, la città che più l'ha colpito è San Pietroburgo, anche se con i russi s'è preso a pugni e rotto un dito. Più della baia di New Orleans, più di Manaus in mezzo all'Amazzonia, più di Panama e del Capo di Buona Speranza. Bruno ha sempre amato il nord, non a caso Daiva, la sua compagna, è lituana. E mezzo andaluso mezzo lituano è quindi Carlitos, appena nato. Dall'autobus che va da Benalmádena a Malaga, lungo un percorso interamente urbanizzato, molto di rado si scorgono le montagne e il mare. Per farsi un'idea dell'aspetto morfologico della costa di Malaga, bisogna chiudere gli occhi. Spazzare via dall'immagine almeno il 70% degli edifici, immergerli di luce, nasconderli con la mano. È un'operazione difficile e fantasmagorica. Della bellezza sono rimaste rifrazioni nella toponomastica: el arroyo de la miel, il ruscello del miele, los alamos, i pioppi, torre molinos, la sonorità visuale delle parole arabe: ben al-madena, guadalmedina, il fiume della città. Ma ancor più dell'antica bellezza son rimaste la luce che inonda tutto e le donne di Malaga, tutte, povere e ricche. Se gli amministratori pubblici, nella foga di saziare la propria ingordigia, si fossero almeno ispirati alla bellezza delle loro donne, il risultato sarebbe certo stato di miglior gusto. Ma questi uomini (e donne) hanno gusti ignoranti e arroganti. L'assessore all'urbanistica del comune di Marbella, poco più a ovest sulla costa, con i soldi pubblici s'era pure fatto uno zoo privato di non so quanti ettari. Amava gli animali almeno, dirà qualcuno. Sì, cacciarli. Della bellezza è anche rimasto il profilo di Malaga visto dalla Malagueta, il golfo al tramonto, la dolcezza dell'aria primaverile. La mattina riparto per Cordova, attraverso in autobus le serre alle spalle di Malaga. La strada risale lungo il fiume Guadalmedina, in mezzo ai boschi della macchia mediterranea. Poi verso Cordova, colline di campi di grano, di orzo, alfalfa
Appena l'autobus entra in Malaga, sento che potrei mettermi le pantofole, sbottonarmi i pantaloni e la camicia, togliermi la dentiera e il parrrucchino. Il pesce ha ritrovato il suo acquario. Più ancora che i centri cittadini, è lo scorrere delle periferie che mi fa sentire a casa. Peraltro, sono cresciuto in perifieria, e in autobus. Tuttavia, non ne vengo a capo. Cerco di evocare i miei incontri con le città. Poco più che un girino, un ranocchio, strabiliato sbarco a Piccadilly Circus. Anni dopo un treno metropolitano attraversa la zona dei mercati generali nel sud di Parigi. Il primo viaggio che non si scorda mai? Quello sul 65 sbarrato da borgata Parella fino in centro a Torino. Tuttavia, non ne vengo a capo. Madre? Matrigna e mignotta. Zia zitella, sorella, amante. Metropoli, dicevano i greci, madrepatria. Terra, d'asfalto ma pur sempre terra da radici. Malaga m'appare subito inondata di luce, tepore, ficus, chirimoyas, manghi, magnolie, fichi. I platani, gli aceri, i gelsi dei viali alberati. D'altronde, proprio da queste parti è nato l'insigne botanico di Al-Andalus Diya' al Din Abu Muhammad ‘Abd Allah ibn Ahmad ibn al Baytar, detto el Malaqi, il malaghegno, autore, tra l'altro, di un Trattato sul Limone.
La solitudine è un silenzio profondo. Se non ci agitassimo a battere i piedi, sentiremmo forse un suono di fondo, come gli astronomi quando ascoltano l'universo. Credo che in un'altra epoca sarei potuto diventare frate. Un po' vagabondo un po' in convento coi fratelli a bere vino e liquori e a parlare di donne. Perché in fondo sappiamo tutti che il suono del mondo è il suono degli altri. Da soli siamo nebbia, fantasmi. A questo penso mentre scendiamo verso la costa. Stamani a Pitres nevicava. A Motril mi congedo da Silvio, Mariana e Rebeca. L'autobus parte subito per Malaga.
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