Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
L'inverno non se lo mangia il lupo. Né lo divorano le aquile e gli avvoltoi. Sulle montagne nevica, finalmente; nelle campagne dell'entroterra, a Lleida e sull'Ebro, i mandorli già fioriti ricevono l'inattesa gelata. I contadini li bagnano per creare uno strato di ghiaccio di protezione; sotto zero si perde il raccolto. L'hanno detto al telegiornale. In città soffia un vento freddo di tramontana che coglie improvviso allo svoltare dell'angolo. Sono ricomparsi, anche se un po' controvoglia, sciarpe e berretti. I cinghiali sono ridiscesi in città. I lupi e le streghe, infreddoliti, dai boschi delle colline di Collserola maledicono di notte l'inverno. È il vento. Eppure nei prossimi mesi forse avremo un po' più d'acqua.
Via del Pozzo del Fico. Non so se ci siano mai stati davvero un pozzo e un fico quaggiù, nel quartiere della Ribera, subito dietro il nuovo tetto di ceramica del mercato di Santa Caterina. Ad ogni buon modo adesso non si vedono. In realtà non si vede neanche più la via, sventrata sui lati. Eppure sono alberi tenaci i fichi, quando si aggrappano non mollano la presa. Chissà dove sono finiti, lui e il pozzo? Forse li nasconde la polvere, forse il pozzo l'hanno riempito di cemento e il fico è morto sciolto nella calce viva. Neanche il più esperto e piazzato dei fichi è in grado di sfuggire ai bracconieri. Inoltre, contro il fico e il pozzo disobbedienti era stato emesso un mandato di cattura internazionale:
FIG-TREE WANTED DEAD OR ALIVE (IN THIS PHOTO WITH HIS FRIEND, THE WELL)
Bisognava sbarazzarsene, fare piazza pulita anche dell'orto lì vicino, perché c'è gente interessata alla zona. Ma se se ne sono fregati per decenni? Chiede un arancio amaro. Ebbene, adesso hanno cambiato idea. Ah, d'accordo. - Prima però certo sentiremo l'opinione degli alberi e dei pozzi della zona, per procedere di comune accordo e nell'interesse di tutti e degli acquirenti interessati, connazionali o stranieri. Aveva detto il sindaco. Tutto democratico e cosmopolita, lui. - Ah. Un ah era sfuggito alla folla di fichi e pozzi e altre piante, che agitavano chiome e secchi ammirati. - Ecco, abbiamo sentito l'opinione dei nostri concittadini. Aveva concluso il sindaco tra gli applausi. Un frusciare di foglie democraticamente registrato in studio, per evitare brusii di fondo.
Pino, buon'anima d'ombrellaio, vecchia quercia, mio lontano parente dal nome e dall'aspetto d'albero, ricordava quand'era in vita alcune parole della mala piemontese di Porta Palazzo a Torino. Ai tempi dell'uomo che ingoiava le pietre e del fachiro di Mondovì, delle donne dai fianchi abbondanti dell'astigiano, della malavita di Cuorgnè. Tempi leggendari, quelli. Poi vennero i veneti, i pugliesi, i siciliani, i calabresi. Tutti al grande e affollato mercato, dove i quattrini si muovono svelti, i profumi inebriano e nell'assembramento dei corpi il gioco delle tre carte riesce sempre. Anche a monchi, strorpi e ciechi tocca qualcosa, all'uscita dalla messa, dalla moschea, nei dintorni del mercato della Boqueria, qui a Barcellona. Le donne gitane, spesso evangeliche, stanno il venerdì davanti al salone di preghiera di calle hospital, la domenica nella piazza della chiesa di Sant Agustí, fitta soprattutto di filippini, non so che giorno davanti al tempio Sik vicino alla moschea (un simpatico angolo di Cachemire sotto casa, caso sociale di innesto a spacco radicale, integrazione un po' alla viva il parroco, e che dio ce la mandi buona). I gitani del quartiere di Sant Jacques a Perpignan parlano caló catalano, vale a dire un gergo catalano misto a parole d'origine, credo, rom e slava. Un catalano d'oriente con accento francese. Cose turche (e arabe: il mercato sulla piazza del quartiere è zingaro-maghrebbino). Ho un ricordo d'infanzia di nomadi sinti introdotti a periodi nelle scuole. Parlavano una sorta di caló piemontese. Era difficile trattare con loro, facevano un po' paura, erano diversi: parlavano diverso, guardavano diverso. Non erano più i tempi in cui portavano l'orso in piazza; ora i bambini sinti portavano le giostre per carnevale.
Da piccolo, girando in macchina con la madre per la città, Urbano guardava dal finestrino i cittadini entrare e uscire dai portoni, svoltare l’angolo, sbattere un tappeto dal balcone. Leggeva le insegne che si accendevano e spegnevano, osservava la gente fermarsi a parlare, scendere di corsa dall’autobus, discutere da un abitacolo all’altro. La città gli sembrava una coreografia di playmobil. - Mamma, chi è che decide? Bartolo? - Chi è Bartolo, tesoro? - Il vigile urbano che sta davanti a scuola. - E cosa decide Bartolo? Urbano restò un momento in silenzio, a pensare, poi disse: - I movimenti. Possibile, si domandava Urbano, che sia Bartolo a muovere tutti questi corpi, inseguiti da tutte queste anime che non ne vengono a capo? Non era proprio una domanda, quella di Urbano, piuttosto un dubbio impreciso. La domanda, ben formulata, la pose già più grande al nonno al paese. E il nonno, che aveva ormai perso il senno, rispose: sono io, sono io, Bartolo sono io! per poi buttarsi a raccontare delle gambe delle ballerine di Macario, a teatro, a Torino, quand’era giovane. Le sue uniche visite in città.
As Bailarinas. Urbano allo spettacolo Visita Guiada di Cláudia Dias. Cláudia Dias conosce bene la sua città. Sa, per esempio, che alla foce del Tejo, l’acqua si increspa e forma piccole onde saltellanti, che i lisboeti chiamano as bailarinas, le ballerine. Altrettanto bene sembra conoscere il suo corpo. I suoi umori. O forse no, forse lo sta esplorando con noi in questo momento, mentre ci porta lungo il fiume a Lisbona, ci racconta del terremoto del 1755 (12.000 morti, secondo alcuni storici evento storico pari alla distruzione del Word Trade Center), del quartiere dei pescatori, delle differenze tra una riva all’altra, del fiume che, come sempre, unisce e separa, porta la vita e la porta via. La voce di Cláudia Dias è bassa, calma, calda ma distante, come da sempre immaginiamo il parlare dei portoghesi. Racconta di una città, presente e passata, intima e di solito nascosta. Il corpo di Cláudia, nudo, si espone sincero, adulto, non posa. Racconta di sé e della città con dolcezza, come una nonna libertina racconta la sua gioventù alla nipote.
Tre livelli. Urbano allo spettacolo Bipolar di Abraham Hurtado e Kotomi Nishiwaki. Un livello grigio, di calcestruzzo, una cella, una grata. Scopo del gioco: picchiami. Un livello rosso, notturno, deforme, sensuale. Scopo del gioco: prendimi. Un livello verde, solare, in un labirinto di siepi, all’inseguimento di una ragazza che civetta, gridolini elettronici. Scopo del gioco: acchiappami. Di nuovo un livello grigio, di calcestruzzo, il molo sul mare d’inverno, un viadotto su una circonvallazione. La ragazza triste, il salto, il volo, il sangue rosso scuro sull’asfalto grigio. Scopo del gioco? GAME OVER.
Un corpo smarrito. Urbano allo spettacolo Shock Body di Anna Macrae. Spazio e corpo. Confini, limiti, luce-buio, bianco-nero. Corpo passivo, corpo pupazzo, burattino-burattinaio (di se stesso). Mi specchio nel mio corpo e non lo riconosco. Non lo conosco. Lo cerco. Paura, smarrimento. Tu ti illumini, tu scappi alla luce (alla tua). Prova a vedere che effetto fa muovere il corpo come non l’hai mosso mai. Che effetto ti fa e che effetto fa agli altri. Urbano, appena sveglio la mattina, segue il suggerimento di Anna Macrae e sdraiato a terra si contorce le membra. Una gamba sotto l’ascella, un braccio tra le dita di un piede. Una sorta di via di mezzo tra un fachiro e lo scarafaggio di Kafka. Davvero un peccato non aver imparato a ballare da piccolo.
Nota: i tre spettacoli citati nel testo sono stati presentati a Barcellona e Sabadell all’interno del festival Complicitats 2007.
In alcuni punti della città, invece di platani, pini, querce, acacie e palme, crescono pomodori, peperoni, zucchini, cavoli e lattuga. Roba d'altri tempi. Forse addirittura fuori dal tempo. Roba da pensionati. L'anziana signora curiosa ci sente parlare in italiano e solleva la testa dalla zappa e dall'orto. Lavorare, duro, ci dice sorridendo. Chissà dove l'ha imparato. Forse ci crede turisti, succede spesso, ma forse invece sa che siamo tanti, un piccola città di provincia dentro la grande città straniera. Qualcuno di noi ha lasciato i faggi e i castagni e ogni tanto si rifugia in Rambla de Catalunya sotto i tigli, seduto su una panca a osservare la gente passare. Gioca a riconoscere le origini dal passo, dalla voce e dallo sguardo, come ritrovi forme della radici, nei tronchi, nelle venature delle foglie, nei fiori. Non è facile indovinare però; le apparenze, si sa, ingannano e le radici si camuffano, sospettosamente si rinnegano o si esibiscono. Infatti si è sempre un po' sospetti, gli stranieri, come gli spaccasassi russi che invadono tutto, le argane marocchine del giardino botanico e gli alberi ubriachi arrivati dal Brasile o dall'Uruguay. Qualcuno se li mette in casa (cría cuervos y te sacarán los ojos), li pianta nel giardino o in un vaso sul balcone; in gran parte, però, fanno comunella per le strade.
Ci son giorni, settimane, in cui viene da travestirsi da pino, quercia o ulivo per passare inosservato. Altri in cui uno fiorisce e si svela. Che poi, a guardarle bene, sotto la stessa luce, le argane ricordano gli ulivi e i carrubi locali (locali? da quanto tempo?), la gramigna cresce dappertutto e molti cittadini non riconosciamo un platano da un bagolaro.
L'amico B. esce sulla sua terrazza di Gràcia col caffè in mano la mattina. Guarda verso il mare e verso la montagna. A Barcellona ci si orienta così: lato mare, lato montagna; e lato Llobregat e lato Besòs, i due fiumi che chiudono il cerchio. Verso mare vede spuntare le chiome delle palme più alte, i platani del Paseo de Gràcia. Lato montagna -Gràcia è già montagna, a Gràcia si mangia carne alla brace e calçots di Valls, poco pesce-, lato montagna, dicevamo, querce e pini marittimi, agavi, rosmarino e timo. L'amico B. volge lo sguardo più in su, cerca saltando di scorgere le montagne più alte, le prime avvisaglie dei Pirenei, i primi faggi. Impossibile. La collina del Tibidabo è troppo alta; le montagne del Cadí, sopra Berga, troppo lontane, oltre il Vallès industriale, oltre Manresa. Qui niente faggi. Finita colazione, l'amico B. si lascia vincere dalla voluttà della luce del mare. Scende in strada e si incammina verso la Barceloneta. Sul lungomare della Barceloneta, cambiandosi, l'amico B. si ricorda di quando suo padre gli insegnava a pescare le trote con le mani nei torrenti dell'Appennino emiliano. Oltre le palme della spiaggia il mare è agitato dalle correnti. Socc! Basta smuovere l'acqua e poi stanarle sotto le pietre dove si nascondono spaventate. L'amico B. si è messo la muta e la maschera e dal molo si cala in mare. Lavora alla costruzione del nuovo frangiflutti subacqueo, che proteggerà meglio le coste cittadine sempre tormentate delle burrasche di cambio stagione. Lui deve controllare che i blocchi di cemento siano ben collocati, che tutto sia in ordine, senza falle, che le sardine scappino lontane, che non spaventino i turisti (che poi si nascondono sotto le pietre e tocca stanarli) (Il faggio in spagnolo è femminile, la haya, in catalano maschile, el faig. Trota in spagnolo si dice trucha, in catalano truita).
La nonna di M. a Bogotà parlava con gli spiriti. In cucina. Suo marito, il nonno di M., nato e cresciuto in Germania, a Colonia, non se ne dava pace, sbatteva la testa contro il muro. Un giorno, ormai ossessionato, nascose un registratore in cucina. L'aveva letto su una rivista dal dottore: matti, gatti e registratori sentono le voci degli spiriti, i lamenti delle foglie d'inverno. Grande fu la sorpresa del nonno di M. quando, ascoltando la registrazione clandestina, sentì una voce tenue rispondere alle domande, apparentemente strampalate, della nonna di M. Volle allora confessarle il trucco e farle sentire la registrazione, dirle: adesso ti credo. Ancor più grande fu la sorpresa del nonno di M quando, ascoltando la registrazione clandestina, la nonna di M. disse: no, non è lei. Invece, il padre di M., figlio della nonna di M., nata a Caracas da genitori francesi, e del nonno di M., non sentiva le voci, ma vedeva gli elmi e i folletti dei boschi e delle case. M., però, nato e cresciuto a Bogotà e ora residente a Barcellona, non sembra credere a queste cose che racconta, sorride, solleva le spalle, dice di non credere neanche più tanto a Dio. Tuttavia, quando passa per la piazza del Doctor Letamendi, tra gli olmi affaticati e scuri, vede le chiome viola degli esili jaracanda. D'inverno.
Da qualche giorno sono inseguito dall'immagine di una freccia in volo. Un'immagine che mi rimanda alla meditazione e contemporaneamente all'idea di inseguimento. Sono inseguito dall'idea di inseguimento, verrebbe da dire; eppure non è vero, è un gioco di parole: sono accompagnato dall'idea di inseguimento, la freccia mi viaggia accanto, non mi corre dietro. In questi giorni è stato qui l'Africano. Avevo promesso che avrei parlato dei miei coinquilini di passaggio. L'Africano è uno di loro, anzi il più coinquilino di tutti, visto che è il titolare del contratto d'affitto. Da un anno, però, è quasi sempre in Africa, per questo lo chiamo l'Africano, anche se è torinese e come tale siculo-pugliese. Lavora laggiù -finora in Guinea, ma cambierà- come logista di medici senza frontiere. Č un inseguitore l'Africano. In sua assenza la stanza è occupata da altri inseguitori. Quello Alto, con cui avevo già convissuto qualche anno fa alla Barceloneta, il quartiere dei pescatori e delle spiagge, delle tette al vento e di quell'indimenticabile striscia di smalto blu che è il mare poco prima del tramonto. Quello Alto adesso abita sulle Alpujarras, le montagne della Sierra Nevada di Granada, quasi mille chilometri a sud di Barcellona. L'anno scorso sono stato a trovarlo lassù in montagna, in mezzo ai boschi, in una cascina-comune colorata come le case delle fiabe. Quello Alto è di Prunetto, nelle Langhe. Anche lui è un inseguitore. L'anno scorso ho invece convissuto per sei mesi con Vasca da Gama, un'inseguitrice. Dato il nome si capirà che Vasca da Gama è portoghese e dato che è portoghese, viaggia. A 27 anni è stata praticamente ovunque, dall'Asia alla Groenlandia, dall'Islanda alla Patagonia. Però non è mai stata in Africa. Qualche giorno fa ho ricevuto una sua mail dalla Birmania, ma credo che adesso sia in India. Da domani avrò due nuovi conquilini, lui di Torino, lei di Madrid. Inseguitori, senz'altro. Innumerevoli poi quelli che in casa hanno trascorso solo brevi periodi, da Tristam Bantam di ritorno dal Marocco all'Elettricista che scrive poesie e insegue le donne, poi l'Emiliano, che costruisce muri, il Pisano (meglio un morto 'n casa che 'n pisano sull'uscio), orafo e pittore, i Due Patagoni, lui e lei, cileni di Punta Arenas, amici di Vasca da Gama, senza dimenticare le Grand Scimion (si pronunci alla francese), una nizzardo di origini calabresi con cui è finita a botte e tribunali. Tutti inseguitori, compresi forse anche i miei genitori, che hanno patito i quattro piani di scale e l'impianto elettrico terzomondista e certo anche un po' le scelte bizzarre del loro figliolo. Inseguitore massimo poi mio fratello che accudisce i matti e per questo è uomo che sa ascoltare e guardare (o viceversa?). Quanti ne sto dimenticando? E perché non parlo mai delle mie donne? Inseguitrici anch'esse e chiromanti (chiroamanti), una in particolare che anni fa è partita da Belluno per inseguire il mondo e decifrarlo e ordinarlo, anche se lui si incaponisce a non lasciarsi ordinare. Insomma da questa casa si lanciano frecce, ma non mi si fraintenda: non sono io a lanciarle, io mi limito a guardarle partire. Le frecce sono accanto a me.
Ps. Dimenticavo chi con me sta sempre a guardare gli inseguitori arrivare e partire, lei inseguitrice per eccelenza di mosche, scarafaggi e altre chimere. Parlo di Gelsomina, della mia gatta che ora miagola perché le apra la porta delle scale (o perché si è accorta che mi stavo dimenticando di lei, spirito buono, lare della casa?).
Ps2. Tutti o quasi tutti allergici alle scope e ai detersivi.
Oltre ai soliti piccioni e ai gabbiani, nei cieli di Barcellona -cieli bassi, appena piccole porzioni di cielo tra un ramo e l'altro- abitano colonie di pappagallini verdi, forse più precisamente parrocchetti. Vivono qui, sono nati qui, ma non è chiaro se parlino spagnolo, catalano o entrambe le lingue, con disinvoltura e nobiltà pappagallesca. Non è chiaro perché non parlano molto: quando si arrabbiano, a volte, o quando si sentono soli. Ricordo che quando vivevo alla Barceloneta, il quartiere della spiaggia e dei pescatori, ne vedevo spesso sui platani. Qui in pieno centro è più difficile, c'è poco posto. In questi giorni è arrivato il freddo in città. Viene dalla Siberia, dicono. E i pappagallini? Riusciranno a resistere? Migreranno a Tarragona o a Valencia o più giù ancora? Poveri pappagallini! Forse in questo momento stanno bussando alle finestre delle case in cerca d'ospitalità. Allora li vedi, lì fuori intirizziti, a sfoderare lo spagnolo imparato quest'estate, il catalano sentito in giro: ¿Me deja entrar, por favor, que tengo frío? Em deixa entrar, si us plau, que tinc fred?
Stanotte le ore facevano il verso del gabbiano. Trascorrevano bianche e lente leggere nell'aria. Soffiavano brezza di mare tra le lenzuola. Sfuggivano poi come fluidi fantasmi al primo rintocco d'ogni campana. Certo Nina dormiva a quelle ore, cercando di ricapitolare coi sogni qualcosa delle avventure di ieri, di mettere ordine tra le parole. Nina è alle prese con molti enigmi. Si dice: se ne voglio ancora devo dire "més", come dice la maestra all'asilo, ma se vado dai nonni è meglio che dica "ancora", sennò non mi capiscono. Se voglio dare una cosa si dice "toma", prendi; se una cosa è mia, strillo "mia!"; se ho sete, chiedo "aigua", ma anche "agua" o "acqua". Non ci si raccapezza del tutto ancora Nina. Papà e mamma a casa dicono "brava!", ma anche "muy bien!", a volte "molt bé!". All'asilo ci sono un sacco di parole e per strada quante altre da raccogliere e mettere in bocca per sentire che gusto hanno, se sono dolci o salate, soffici o dure.
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