Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Questa è una storia d'aria. Destinata a vagare nell'aria, viaggiando di terra in terra, perdendosi in tifoni, tramontane, maestrali e ritrovandosi in brezze di libeccio o grecale. Nell'aria è nata, d'aria è fatta, dall'aria è trasportata. Compro pane, prosciutto e formaggio e salgo a mangiare sul sagrato della chiesa in cima al paese. Inseguo il sacchetto del pane, ancoro la bici a un sasso, guardo i mandorli piegati a sud-est. Un ragazzo dall'aria gitana spunta accompagnato da due cani eccitati dal vento. Dice: qui m'annoio, questo posto è morto. E' di Saragozza, qualche giorno in villeggiatura con la famiglia (una settimana al massimo). Mi chiede una cartina e del tabacco e si rannicchia su se stesso per rollarsi la sigaretta protetto dal vento. Gli domando quanto dista da qui Huesca, la mia meta odierna. Venti chilometri, dice, un quarto d'ora in macchina, un'ora-un'ora e mezza in bici. E' la mia tappa più breve. Annuisco, ma non sono convinto: c'è il vento.
Questa è una storia d'acqua, di canali e fiumi, sistemi d'irrigazione, opere idrauliche. Di tronchi, rami, foglie, frutti, fiori. D'acqua. Di seti, di sudori, linfa, sangue, piscio. Aria e acqua. Immerso nell'aria e nell'acqua, fatto d'aria e d'acqua, pedalo nel vento e mi sento forte e pieno come quando si fa all'amore e insieme piccolo piccolo, come quando si guardano le stelle. Una lucertola mistica e sentimentale, l'ho già detto. Mi basta percorrere il primo chilometro per abbandonare queste sensazioni, trasformarmi in una lumaca bestemmiatrice e capire che non c'è scampo: ho il vento contro. Pedalare controvento è come pedalare sempre in salita, anche in discesa. Pedalare contro vento significa scendere e spingere appena la strada sale un po', significa imprecare, rischiare di cadere.
Non riesco a godermi il paesaggio, è immenso, ma lo intravedo appena, sputo fiato controvento, spesso mi fermo, bevo, respiro a fondo. Dopo due ore e mezza attraverso il Canal del Cinca, dopo tre il Rio Flumen (ridondante, no?). Lo seguo per un tratto in direzione Monflorite. Allungo un po', ma almeno pedalo un paio di chilometri a favor di vento. A Monflorite entro in paese per ripararmi qualche minuto e recuperare le forze per gli ultimi quattro chilometri. Un cartello di legno in un angolo segnala: parque botànico. Questo paesello ha un parco botanico? Mi sta già simpatico. Ci vado. Il minuscolo giardino mi propone sambuco, lavanda, timo, rosmarino, rose e altre piante a me ignote. Rincuorato e di nuovo in forze, riprendo la strada di Huesca, direzione Ermita de Salas (una piccola e splendida abazia appena fuori porta, in mezzo agli orti), dove ho appuntamento con Miguel.
Arrivo stremato. Mi preparo un panino al riparo del porticato. Non riesco a tener ferme le gambe, che ballano nervose e comiche nel vento. In un boschetto vicino, una vecchia roulotte funge da sonnolento chioschetto. Compro una birra, aria, acqua e malto, rollo una sigaretta, mi sdraio al sole, aspetto Miguel.
Sara aveva tre anni allora e adesso ne ha tredici. Normale: tre più dieci fa tredici, così come venticinque più dieci fa trentacinque. Come dice sua madre la Tere, sempre schietta, di fronte a tutti, le stanno crescendo le tette e i brufoli. Ha certo ancora gesti da bambina, gesti gioco che però si complicano, enigmi nel proprio sangue e negli occhi del mondo, degli altri. Curiosità e vergogna. La cena in giardino trascorre piacevolmente tra frizzi e lazzi, pasta alla ricotta, insalata di sedano, mele e noci, merluzzo al forno e buon (e molto) vino nero forte delle terre di Lleida e Aragona. Montse ha gli occhi tristi stasera. Domattina riparto. Non mi abituerò mai ai commiati, sono un sentimentale. Una lucertola mistica sentimentale.
Il treno in venti minuti è in Aragona. Attraversa immensi vigneti, poi i frutteti si fanno pian piano meno estesi, sempre pù orti circondati da campi di cereali. Dopo Almacelles non si vedono all'orizzonte altri paesi, solo distese di campi e colline. Il treno ferma a Monzòn, poi scende verso sud e la terra si fa dura e disabitata. In fondo all'orizzonte le steppe saline e le serre di ghiaia del deserto de Los Monegros.
L'Aragona è una regione enorme e poco abitata. Dodici abitanti per chilometro quadrato, m'han detto, e la maggior parte nella capitale, Saragozza. A Barcellona siamo dodici per metro quadrato. Scendo con la mia bici alla stazione di Grañen e mi accorgo di essere avvolto dal vento. Da dove viene? Da nord. Dove sono diretto? A nord. Che culo
Helena e Jordi danno l'impressione di non litigare mai, al massimo dissentono sottovoce. Sicuramente non si prendono a sberle, piuttosto a cenni. E Andreu se li gode questi genitori pacifici, si vede. Stamattina niente bici, Helena porta Andreu all'asilo e il sottoscritto in città. Mano nella mano entro con Andreu all'asilo, scendiamo le scale e usciamo in cortile: un prato verde smeraldo, pieno di bambini, di vasetti a forma di water da grandi, di giocattoli colorati. Nell'aria volano le voci dei piccoli e la terra, l'erba, le foglie, le pareti si nutrono di pensieri minimi, fondamentali, logiche di architetti che sanno contare fino a 3, 4, non più di 5, e appena presagiscono l'infinito. Poi Helena mi lascia alla stazione. Vado a verficare gli orari dei treni regionali per Saragozza. Da qualche anno a Lleida è arrivata da Madrid l'alta velocità. La stazione, quindi, non si chiama più Lleida, ma Lleida Pirineus, che fa più gola ai cittadini villeggianti, sprovincializza. Alla vecchia e polverosa stazione è stata aggiunta un moderna e spaziosa struttura, forse a simulare proprio una montagna, con scheletro di tubi di metallo blu e ampie vetrate sui lati e sul tetto, discese e salite mobili, ascensori. Capisco ben poco di architettura e ancor meno di architettura ferroviaria, ma la nuova stazione di Lleida Pirineus mi piace, fuori e dentro, mi fa gola, sprovincializza. E' nuova, come Andreu.
E tutta Lleida è cambiata da allora, persino la mia vecchia e trasandata prima casa in un vicolo cieco del centro storico è stata ritinteggiata in giallo (allora era grigia). Qualcosa, però, mi fa pensare che dentro le cose siano cambiate poco: ancora niente citofoni e appeso alla porta trovo ancora il moncherino del batacchio che una notte qualcuno allora rubò. Ricordo che con Paulino, il mio coinquilino francese, risovemmo il problema facendo pendere dal balcone una corda che attraversava tutta la casa e a cui avevamo attaccato lattine di birra e coca cola come sonagli. Un cartello sulla porta diceva più o meno: se la corda pende tirare, se non c'è la corda non siamo in casa. Ovviamente ci scordavamo sempre di toglierla o di ricalarla. Passeggio sotto il sole sempre più caldo. Ho sensibilità e movimenti da lucertola, amo il caldo. Cerco i luoghi che amavo allora, le case in cui ho abitato, le piazze e i locali che frequentavo. Cerco gli sguardi della gente, per ritrovarne qualcuno conosciuto: forse Miguel Angel un vecchio collega del Telepizza che ora so fa il taxista (scruto le facce dei taxisti), o Uxua, il mio amore dell'epoca, con cui ci baciavamo e carezzavamo prima di andare ad attaccare cartelli d'iniziative culturali alle vetrine dei negozi. Dieci, cinque pesetas per cartello, forse meno. Passo davanti alle panche di pietra della Paeria, il municipio, da cui gli anziani osservano scorrere la vita della città, lamentandosi: - si no fos per... (se non fosse per...) La panche del sinofos.
Infine, e finalmente, risalgo la collina in mezzo alla città, verso la Cattedrale Vecchia, la Seu Vella. Giro più volte intorno alle mura e ai muri dell'antica fortezza araba e della Seu, mi godo il sole e la luminosità di tufo, e l'armonia delle linee della chiesa e dell'alto campanile. Intorno e sotto di me la città che si espande e la grande piana di frutteti, la linea dell'altipiano del pla verso nord, i primi rilievi pre-pirenaici. Fumo una sigaretta, sbircio nel chiostro. Oltre alla sensibilità della lucertola, ho anche quella del mistico. D'estate, sotto il sole alto, ho sogni e illuminazioni mistiche da lucertola. Ridiscendo verso valle, attraverso il centro, abitato da neri e arabi che lavorano nella frutta (le donne in particolare sono molto ricercate per tutti i lavori successivi alla raccolta. Sono più abili, più attente).
(A Lleida, mi ha raccontato Jordi, ci sono ragazze che si chiamano Blau, Blu, come la mia bici, in onore della Verge del Blau, la Madonna del Livido, una delle statute della Seu Vella. La fronte della statua è stata intaccata dal lancio dello scalpello del maestro scultore offeso dal miglior risultato ottenuto dal suo allievo. Così racconta la leggenda).
Jordi è da solo a casa a Torrefarrera. Helena è andata a prendere Andreu all'asilo e a fare commissioni. Conobbi Jordi dieci anni fa perché mi telefonò chiedendomi di dargli lezioni di piemontese. Non sono in grado, gli dissi, ma ci incontrammo lo stesso e gli promisi di procurargli materiale. Ricordo che da Torino gli portai una grammatica di piemontese e una registrazione di un dialogo con i miei nonni. Mi dice ora che ha ancora la cassetta, se la voglio sentire. Ripenso per un attimo a mio nonno morto subito dopo la mia laurea: era malato da tempo e due giorni dopo la discussione della mia tesi mi disse: ora posso morire. E morì. Non ho voglia di sentire adesso la sua voce, non me la sento. Preferisco di gran lunga chiacchierare con Jordi, uomo di poche e calme parole, anche lui come Victor. Amanti delle parole, come me. Jordi lavora all'Università e studia lingue minori. Parla aranés, che è un dialetto dell'occitano (gascone) parlato in Vall d'Aran, valle pirenaica in provincia di Lleida. Mi racconta dei suoi ultimi studi, gli parlo della mia nuova passione per la botanica e mi passa un libro che, tra l'altro, tratta delle poesie che Erasmus Darwin, nonno del Darwin più famoso, dedicò alle piante catalogate da Linneo. Si sta bene nel giardino della casa di Helena, Jordi e Andreu a Torrefarrera. Poi cadiamo nel discorso per me adesso più difficile: dopo tanto amore per Barcellona, sono un po' stanco di viverci in mezzo, sempre alle prese con tensioni e deliri che van bene finché c'è entusiamo, e poi? Jordi mi racconta di una conferenza a cui ha assistito. Trattava di un nuovo linguaggio che sta pian piano nascendo nel nord dell'Aragona tra i giovani del posto e i profughi delle città, Barcellona e Saragozza in particolare. E' un linguaggio in gestazione, un parto complicato, a rischio d'aborto
Capita, ogni tanto, un paio di volte all'anno, di incontrare Victor in giro per Barcellona. Ha le gambe da filosofo che sa camminare a lungo e con calma Victor, e occhi e sorriso sinceri da poeta. Nella città più rumorosa d'Europa, è capace di portare silenzio, di costruire silenzio con mattoni di tufo. Ad Almenar Victor mi offre una birra. In campagna le sue parole appena sussurrate mi sembrano più luminose. Finita la birra, mi porta dapprima a vedere el pou de gel (il pozzo di ghiaccio), mezzo abbandonato e pericolante. Vi entriamo chini, soprattutto lui che è di lunghe leve, e, come dice, lentamente, in modo che gli occhi si abituino al buio. In fondo al pozzo non c'è più niente, neanche un pezzo di pane. Il paese pensa ad altro e il pane ce l'ha garantito da un pezzo. Almenar risale sulla collina che scopro, grazie a Victor, non essere un collina ma un altipiano (el pla, dicono loro). Una volta lassù lo vedo che non finisce lì, che continua come un sogno d'infinito verso l'Aragona (la meva idea d'infinit, mi sussurra Victor). La terra del pla è terra di secano e fa impressione vedere la lunga e piatta distesa di campi di cereali mentre, guardando in basso, lo sguardo si perde in mezzo a frutteti, canali e boschi. Qui, in questo piano eterno, infinito e secco, finisce la Catalogna, terra di buoni poeti come Victor. Resto poco ad Almenar, riprendo subito la bici come una droga, come un'enorme e intensa solitudine. Ridiscendo il Canal de Pinyana verso Torrefarrera. Dopo due ore buco di nuovo. Calma, profumi, occhi pieni di verde, cuore silenzioso, cambio la camera d'aria
Se il Canal d'Urgell mi ha portato a Lleida da est e sud-est, il Canal de Pinyana raggiunge la città da nord, dall'embalse (lago artificiale) di Santa Ana, lungo il fiume Noguera Ribagorzana, sul confine con l'Aragona. Risalendolo si attraversano i municipi di Torrefarrera, Rossellò, Alguaire, Alemenar e Alfarràs. Gran parte dei paesi che circondano Lleida hanno nomi di origine araba. Qui, infatti, contrariamente a Barcellona e Girona, l'islam è durato diversi secoli, lasciando tracce appena percettibili ma diffuse ovunque, nelle pietre e nella terra. E parola araba per eccellenza è l'alfalfa, erba medica, alfals o userda in catalano. Il termine arabo originale pare volesse dire: il miglior cibo o il primo dei cibi.
Ancora una volta è stato Josep Pla a indicarmi la strada dell'alfalfa, per lui userda. Non conoscevo la parola e mi sono incamminato tra dizionari, che non la contemplavano, e internet, che contempla tutto. Userda, dice appunto mastro internet, è termine popolare catalano per alfals, in spagnolo alfalfa, in italiano pure, o erba medica. Nella piana di Lleida si coltiva molta userda, pianta che mi accompagnerà anche nel resto del viaggio. Intorno al canale di Pinyana, il paesaggio è simile a quello del giorno prima: frutteti, un grande platano centenario a Torrefarrera, granoturco, userda appunto, pruni (le piccole prugne di tipo Claudia, dolcissime), uliveti, e molti fichi (ficheti?). Gli alberi da frutto sono quasi pronti per il raccolto e alcuni lavoratori, neri, rumeni, magrebbini, si aggirano tra i filari. Pedalando vedo, in lontananza sulla destra, la linea frondosa della Noguera Ribargozana e sulla sinistra una lunga collina su cui si inerpicano i paesi di Alguaire, col suo cristo bianco salvatore che abbraccia la piana dall'alto e la chiesa con la facciata bicolore spezzata di taglio dai bombardamenti (credo) e ricostruita per metà in mattoni, e Almenar, con l'antica torre di guardia (alminar in spagnolo significa minareto). Ad Almenar, smonto da cavallo, mangio un panino e trovo Victor.
Montse ed Helena furono tra le prime persone che conobbi allora a Lleida. Studiavano italiano alla Escuela Oficial de Idiomas dove io lavoravo come lettore. Montse era commessa in una libreria (il Punt de Llibre, segnalibro, in catalano) ed Helena era, se non ricordo male, insegnante precaria all'Università e scriveva una tesi su Joan Salvat Papasseit, poeta catalano.
Vosaltres no sabeu que és guardar fusta al moll. (Voi non sapete cos'è caricare legna al molo).
E' un suo verso scritto sul piedistallo della sua statua lungo il Paseo Colon a Barcellona, di fronte al vecchio porto, da dove il poeta osserva l'orizzonte (vista ora, in realtà, ostruita dai colossi turistico-commerciali del Maremagnum, ma si può sempre immaginare e forse la statua ne è magicamente capace. Chissà).
Montse mi aspetta sotto il sole in fondo al ponte di Cappont, il quartiere oltre Segre. E' molto bella ed elegante, in abito nero leggero. Mi sorride col suo viso luminoso, i suoi grandi occhi, con l'affetto e la finta aria di rimprovero e preoccupazione con cui si accoglie un fratello minore discolo. - Un dìa ja ni et veurem noi! (un giorno non ti vedremo neanche più, ragazzo!) Si rifersice al mio aspetto smilzo, e mi porta a mangiare un pasto completo in un ristorante lì vicino. Montse è, da buon acquario, un'amica dolce e fedele su cui si può contare sempre. A lei, al suo impegno, dobbiamo la nostra amicizia. L'ha costruita lei, mentre io nutrivo d'alcol fantasmi e demoni, lei mi stava vicino, mi abbracciava quando tornavo piangente dalle mie scorribande e scenate, dai vortici di vita che creavo e subito distruggevo, da passioni tanto intense quanto fumose, scovate nei bar nelle notti umide, fredde, nebbiose dell'inverno di Lleida. Siamo ormai al caffè quando al ristorante ci raggiungono Helena, Jordi e il piccolo Andreu, che non avevo ancora conosciuto
Andreu mangia di gusto le crocchette di merluzzo e i pomodorini; poi, dall'alto dei sue due anni e mezzo, solleva lo sguardo al cielo e dice: -els estels! Le stelle. Sono partito mercoledì nove agosto subito dopo l'alba per evitare il caldo. Il treno per un'ora segue la costa verso sud. È un continuo viavai e saliscendi di africani, magrebbini e sudamericani (africane, magrebbine e sudamericane). Si lavora intensamente lungo mare: bar ristoranti, alberghi, campeggi, negozi, catering, club di tennis, club di golf... Avevo un gran bisogno di uscire dalla città che ad agosto (e sempre più sempre) si fa parco d'attrazioni e divertimenti e non ti ci trovi più. I negozi, servizi e locali per i residenti chiudono o si trasformano per osmosi in luoghi turistici. Difficile trovare scampo (conosco un paio di posti, ma forse è meglio tacerli). La rambla diventa un fiume in piena minaccioso, vien paura ad attraversarlo: si cerca un guado. I locali lungo l'argine della piena servono schifezze a prezzi privi di senso. I padroni sono quasi tutti russi, i camerieri pachistani, filippini o indiani: paella y sangria, tipically spanish. C'è lavoro per tutti, accorrete, onesti e disonesti! Nei quartieri del centro è sbarcato un bastimento carico di tesori: borse, zaini, collanine, portafogli, cellulari... L'ultimo anno non mi è stato facile, né in testa né in tasca, e il prossimo si presenta come sempre incerto. Parto, cerco un altro ordine delle cose. Poco prima di Tarragona il treno si svuota quasi completamente e curva verso l'entroterra. Nel mio vagone solo due marocchini che hanno sbagliato stazione e un'anziana coppia delle Borges Blanques, cittadina (o paesone, è questione di punti vista) agricola della piana delle Garrigues, in provincia di Lleida (o Lérida, è questione di punti di vista). Per raggiungere la piana di Lleida il treno deve superare la serralada litoral, la spina dorsale che segue la costa catalana dai Pirenei all'Ebro per poi proseguire e diramarsi verso Valencia e Madrid (la Spagna è paese d'orografia complessa, tortuosa). Attraversa quindi in lento rollio strette e piccole valli di viti e ulivi, roccia bianca, calcarea, boschi di pini e querce. Ho letto la storia del Canal d'Urgell raccontata da Josep Pla, ( www.xtec.es/~evicioso/garrigue/plapla.htm) uno scrittore catalano che amo moltissimo, d'una precisione illuminante, e ho deciso di percorrerne un tratto in bici, dalle Borges Blanques fino al suo ritorno nel Segre, il fiume di Lleida. La piana di Lleida comprende diverse comarche e nomi storici e attuali che si accavallano: les Garrigues, l'Urgell, el Segrià, el pla d'Urgell. È un'ampia pianura delimitata a nord dai primi rilievi pre-pirenaici e a sud dalla Serralada Litoral che la separa dalla provincia di Tarragona. Salvo la zona attraversata dal Segre, fu a lungo una piana ingrata e inospitale, di terre secche e saline, precipitazioni scarse, povertà estrema. Racconta Pla delle processioni e delle offerte votive alla Madonna delle Corde: Madre, se mi date marito, no me lo date di Golmés, che mi farà andare fuori a raccoglier sterco per le strade. Fu proprio grazie alla costruzione del Canal d'Urgell a metà ottocento che la steppa si trasformò a poco a poco nell'attuale lussureggiante frutteto che ha reso Lleida una delle città più ricche di Spagna. Il canale, lungo 145 chilometri, ci dice ancora Pla, portò inizialmente epidemie di malaria: anni duri, epici, superati i quali i progressi furono enormi. La mia biciletta si chiama Blu e abbiamo una storia che dura da quasi vent'anni: mi ha portato in giro per Torino e la campagna circostante, poi per Barcellona e dintorni, lungo l'Ebro e il Llobregat, tra le vigne delll'Anoia e del Penedès, permettendomi di scoprire i dettagli, le strade e i sentieri segreti, la rete di capillari e le facce della gente assopita al sole sulle terrazze e nelle piazze della periferia e della campagna. Il ritmo della bici, l'equilibrio del movimento circolare, il sibilo dell'aria, la sensazione di volare (proprio come tu mi scrivi, Angelica), conciliano la calma e la pace, riordinano i pensieri, le voci, le parole. Silenzio, rollio di treno, scendo, ronzio di bicicletta, trovo il canale, più stretto di quanto pensassi, percorso da pioppi e mi inoltro tra i campi di peri, peschi, meli, fichi, ulivi, melocotogni carichi di frutti, e poi mandorli, viti, grano, granoturco, erba medica... Dopo pochi chilometri foro. Prevedibile, dato che mi incaponisco a viaggiare su terreni inadatti alla mia bici. Poco male, sono in viaggio immerso in una luce che nasconde ogni tristezza. Cambio la ruota, rubo foglie sulle orme di Darwin e Linneo, viaggio lento. Dopo una ventina di chilometri la vedo, aggrappata alla sua collina e alla mole romanico-gotica della Seu Vella, la cattedrale e fortezza, regina dei campi, formica e cicala al sole d'estate, apparizione e fantasma tra le nebbie d'inverno. Lleida, la capitale dell'entroterra. Dieci anni fa ho vissuto qui per due anni.
Vicino a casa di Urbano, abitano dei suoi amici. Urbano fuma spesso con loro. Una sera dopo cena si attardano sulla porta del loro basso della Barceloneta. La notte è fresca, le chiacchiere sono calate col buio, restano frasi mozze e boccate di fumo. Si è parlato di progetti, di intenzioni. Dicono i cinesi che davanti agli occhi abbiamo il passato, e dietro il culo il futuro:
- Amico, il futuro è trasparenza, pura trasparenza: un vetro smerigliato, una cortina d'acqua.
Prima di dormire Urbano e gli amici fanno due passi fino alla spiaggia. I pensieri sono dilatati, lenti, come ovattati poggiano sui passi stanchi. Nel cielo nero le nuvole sono barbe bianche e filosofe, visi e busti di cotone alla luce della luna.
- Voi barbe bianche in cielo, affermazioni, gesti d'aria, cammuffamenti, giostre di sbuffi!
Ad apostrofare il borbottare del cielo sta l'anziano carrettiere alle tre di notte. Inclinato in avanti come poggiato su un bastone, il passo instabile, tremulo, senza carro e senza bastone, nella notte barcellonese pare arrivato dalla luna.
Tuttavia, le nuvole disegnano in cielo la mappa di un possibile percorso, nomi evocativi, strade di commerci antichi:
- Vengo da un quartiere di baracche di Phon Phen attraverso Imphal, Agra, Jammu e Samarcanda, poi Bamiyan, Mazar-e-Sharif, Herat, Teheran, Aleppo, Smirne e Istambul.
Il carrettiere porge a Urbano un sorriso e un baco da seta, un omaggio muto, perché la lingua è lontana, la strada va fatta a piedi e le distanze si misurano in metri.
Sta bene, fa segno che sta bene. Ha mille anni e ancora cammina, a piccoli passi, in questa città straniera. I baffi irti del gatto, il pizzo a punta. Viene da chiedergli di Marco Polo, così. In lontananza lo slanciato Cristoforo Colombo indica il mare.
Se non è venuto a piedi, allora significa che dalle parti di Baghdad qualcuno gli ha prestato un tappeto volante:
- dove andate, signore?
- In Europa, da mio figlio
- È lontana l'Europa!
- Non importa
- Tenete, allora, per il vostro viaggio
Il vecchio avrà sicuramente sorriso, sotto la luna di Baghdad, avrà caricato il tappeto sul suo carretto e ringraziato: shukran.
- No, signore, è il carretto che dovete caricare sul tappeto, non il contrario
Questi arabi, avrà certo pensato il carrettiere, sono davvero gentili, ma testardi. Allora, per educazione, sarà salito sul tappeto col suo carretto, giusto per qualche chilometro, avrà pensato, poi scendo.
Poi infatti era sceso, che imparare a volare a una certa età è un'impertinenza:
- Io cammino per terra, giovane uomo, il cielo lo lascio alla luna e alle nuvole barbute.
E le nuvole barbute, per ringraziarlo, gli indicarono la strada per Barcellona.
- La luna, - disse Nuto, - bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano.
Cesare Pavese
La luna e falò
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