Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Non è bene, disse il re un giorno, -ça va pas- che gli uomini portino occhiali da sole che nascondono il proprio sguardo e quello altrui. I dittatori portano occhiali scuri, non gli uomini e neanche i re illuminati. Un re con gli occhiali da sole non può essere un re illuminato. Un re con gli occhiali da sole sembra un turista giapponese.
Detto questo, il re ringraziò Allah della mattina di sole su Rabat, prese il suo binocolo e salì in cima al palazzo. Da lì osservò le barche sull’Oued Bou Regreg, i primi fiori rosa e rossi del giardino e le finestre delle dame di compagnia della regina. Osservò senza essere osservato, come solo i re sanno e possono fare.
Il Marocco ha vinto. Un uomo percorre a piedi la medina di Rabat, sulle spalle una bandiera rossa con stella verde. Si sentono i clacson provenire dalla città nuova. Il Marocco ha vinto: Marocco Guinea 1 a 0.
Appena arrivato a Rabat, Francesco sente odore di pollame e caldarroste. I rumori sono attutiti, come ovattati, le voci contenute. L’uomo dell’albergo ha il fez e la camicia bianca, le stanze sono ridipinte di fresco, il secchiello blu del bagno è verde e molto grande. Gli sguardi sono fieri e ironici, le mani curate, i portamenti eleganti; frondosi gli alberi, ben tenute le case: è la capitale.
L’albergo si chiama El-Magrib El-Jadid, c’est a dir, monsieur, il Marocco Nuovo. Perdon, monsieur, vous voulez prendre une duche? ‘Sti Europei non si lavano mai. Vous avez l’air un peu fatigué, monsieur, peut-être le soleil. A Rabat, Lawrence d’Arabia fa la figura del barbone.
I vicoli della kasbah sono bianchi a strisce blu e verdi. Il tè è sempre verde, ma lo zucchero è servito a parte, comme en Europe, monsieur, vous êtes d'où, monsieur? Alla foce dell’Oued Bou Regreg che separa Rabat da Salé ci sono le spiagge. Oggi è domenica e si gioca a pallone. In più il Marocco ha vinto: viva il Marocco, viva il re!
Passeggiando per la kasbah, Francesco guarda i suoi piedi che camminano, un passo dopo l’altro, e si domando se la vita sarebbe più semplice in ciabatte appoggiato a uno stipite o a un carretto, se si sentirebbe meno inadeguato, meno insoddisfatto...
Mais, ça va, labass: sotto il sole la vita nasconde i suoi misteri e le sue violenze in anfratti umidi e cantine e tutto sembra più facile. Un inganno, un miraggio.
All’ombra del giardino degli Oudaïs Francesco guarda le piante rigogliose e segrete e pensa al mistero dell’inquietudine che scompare, al gioco da prestigiatore di Allah. Asshams, il sole nasconde tutto, anche la solitudine, anche la cecità del vecchio dagli occhi bruciati seduto sul muretto del giardino.
C’est fermé, monsieur. Rabat l’illuminata segnala la differenza tra rue e impasse, vicolo chiuso e vicolo aperto. A Rabat non ci si perde. Nonno Hassan ha qui una piccola pensione da funzionario del ministero –ecrivain publique?- e porta il nipote Hassan al parco a vedere le piante e chiamarle per nome, a guardare gli uomini e riconoscerli dagli occhi e dalle mani, anche i giapponesi con gli occhiali da sole.
Un lato del boulevard del Moulay Youssef è intransitabile. Accanto alle palme alte e sottili, God, il tacchino, è circondato da un cordone di polizia. Il consolato degli Stati Uniti, meglio attraversare la strada.
Al caffè del parco della lega araba gli studenti si ritrovano a studiare e discutere. La custode del bagno apostrofa Francesco in arabo indicandogli i servizi per le donne. Quelli degli uomini li ha appena lavati e sono bagnati. Un ragazzo marocchino indugia perplesso. Francesco, d’intesa con la custode, sorride della trasgressione. Uscendo dal bagno, le lascia un dirham e lei sorride beffarda, come avessero commesso insieme una marachella.
Un gruppo di bambini gioca con le bolle di sapone. Francesco ne acchiappa una con il cappello e una bimba piccola piccola lo guarda incantata come fosse un mago. Lawrence d’Arabia, signori, maestro d’asilo! A Casablanca oggi tira brezza dal mare. Il soggiorno di Francesco è finito, si riparte. Casa bianca si dice Dar al-Baida.
Nella medina di Casablanca le taniche arancioni si moltiplicano per cento (cose delle grandi città) e si riempiono alle fontane pubbliche, se trovi posto di buon mattino tra le donne che fanno il bucato. Un solitario e ancor più raggrinzito del solito musicista gnaua girovaga qua e là tintinnando i suoi campanelli. Un vecchio con una cesta vende menta seduto in un angolo. Sul marciapiede lungo le mura idraulici e imbianchini siedono su sgabelli in attesa di clienti: i primi hanno una specie di trespolo a cui appendono tubi e rubinetti, i secondi sonnecchiano appoggiati a secchi di vernice e pennelli. Scrostata e cadente, la medina di Casablanca è piena di carretti.
Il carretto è lavoro -quindi eredità-, forse risultato di un microcredito, certo sacca, valigia, panca, tasca, sgabello, banco del mercato…
Francesco raggiunge il mare, intravede il porto. Sotto l’imponente moschea di Hassan II si sente minuscolo. Allah è decisamente più grande.
Per arrivare a Casablanca si attraversano terre pianeggianti e fertili, campi di grano e pascoli, fino ai primi malandati quartieri periferici della grande città: 3.000.000 di abitanti, stima ufficiale, 5.000.000, cifra ufficiosa.
Francesco rivede, dopo una ventina di giorni, il traffico intenso, le code ai semafori, il caos metropolitano senza asini né cavalli: il suo ambiente naturale. Si muovo fin dall’inizio in città come un pesce nell’acqua e come un cammello nel deserto si nutre dei prodotti che generosamente offre il suo habitat: pollo e patatine fritte. Nel bar in cui mangia pollo e patatine, c’è la televisione accesa. Danno Il Padrino muto sottolineato in arabo. Al-Badrì. Labass. Prende un tè versandosene tre volte come vuole la tradizione. Arriva all’albergo, nei vicoli malandati della vecchia medina, in un momento poco opportuno. La reception è chiusa. Sale al primo piano e trova il vecchio locandiere che si lava con profusione d’acqua nel bagno comune. Gli chiede una stanza. Me la apre infastidito. Francesco cerca di essere gentile: ça va, je vous donne le passeporte. Risposta: il faut attendre quelques minutes, après la prière. Il buon uomo s’era appena fatto le abluzioni per la preghiera serale e Francesco non se n’è reso conto. Vabbè, perdon. Megio fare una doccia. Fredda. Niente acqua calda. Allah questa volta se l’è legata al dito: doccia fredda per atei.
Più tardi l’umore del vecchio cambia, Francesco gli chiede scusa per prima e lui sorride affabile. Pace. Salam.
Casablanca è grande e popolata di gente varia, l’anonimato è più facile. Dalla finestra dell'albergo la città un po’ scrostata ricorda Marsiglia. La luna è piena su Casablanca, la notte viva nei vicoli della vecchia medina.
Ecco, adesso che sta per dormire a Francesco viene paura che tutto questo scompaia. Che scompaia la piccola piazza triangolare sotto la finestra, che scompaia, come già è scomparsa, la bambina spastica sulla carrozzella le mani levate al cielo -dammi un dirham, Allah, un dirham per ogni dito che riesco a sollevare in alto, a sgranare dalla mia mano contratta a pugno, dammi un dirham per dormire, un dirham per dimenticare-, che scompaia il vocio dall’aria della notte bianca di luna, che scompaiano le terrazze sporche con il bucato steso, che scompaiano infine dallo sfondo gli alti palazzi bianchi della città nuova.
Perché tutto ciò non scompaia, perché non scompaia neanche l’immondizia dal centro della piazza, perché non scompaiano i traffici e i richiami loschi e d’amore, Francesco scrive: per non sparire. -dammi un dirham, Allah, un dirham per ogni storia che racconto e ora in meno che dormo, un dirham per ricordare.
I vicoli e le piazzette della medina di Essaouira sono al tempo luminosi e riparati dal sole, blu e bianchi, tra bambini che scorazzano, anziani assopiti per terra, botteghe, oggetti appesi, asinelli, carretti.
Ma è fuori dalla medina, lungo il viale che qui chiamano autoroute, nei quartieri occidentali e settentrionali, che è più facile osservare la vita consueta, in spiazzi un po’ più ampi, chi carica e chi scarica i carretti, chi taglia la legna per fare un letto, chi imbottisce un materasso, chi sonnecchia in attesa di clienti e semplicemente chi va, da una tappa all’altra della giornata.
Sotto casa di Michele, poco oltre l'autoroute, c’è un vecchio gallo che annuncia l’alba con largo anticipo provocando l'ira del muezzin che si vede spogliato di un privilegio. È una guerra antica quella tra i galli e i muezzin, già ai tempi di Maometto...
Stamattina Francesco si congeda dalla gente qui di casa –dar Michele- che gli ha dato da mangiare, compagnia e un tetto sotto cui dormire, aspettando o sognando il vecchio canto del gallo muezzin e del muezzin gallo. Saluta Lucia e Morena. Con Michele, una stretta di mano. La mano va al cuore. Le conversazioni sulla vita e la poesia, sul viaggio e sugli amori sempre un po’ zoppi fluiranno in altri spazi e tempi -il tempo che risolve e complica, tira le somme e moltiplica. Le parole si depositeranno sulla strada e fioriranno ogni mattina prima dell’alba, al canto del gallo. Allah è il più grande.
Michele, il poeta cuoco, inviterà ancora tutti all'alba alla preghiera, alla preghiera degli assennati, quella più complicata, e mangeranno di nuovo pane, marmellata e hashish. Casa si dice dar.
Tutto è calmo stamattina alla stazione degli autobus di Essaouira. Il sole batte forte. Un bambino segue con lo sguardo e con il dito una crepa sul muro senza toccarla. Lo faceva anche Francesco da piccolo e a volte lo fa ancora. Sulle panchine di pietra aspettano viaggiatori e sfaccendati, un nano si aggira, gli autobus sonnecchiano indolenti, un uomo arrampicato su una scala lava i vetri di un vecchio catorcio marrone, abbrustolito dal sole e dai chilometri. Il richiamo “Agadir agadir agadir agadir!” scandito da un autista come uno scioglilingua ritorna di tanto in tanto tra la polvere e il sole. L’autobus per Marrakech è quasi pieno, suona il clacson , forse parte. Improvvisamente scende un ragazzo dall’autobus e si lancia contro un altro passeggero che gli grida qualcosa. Accorre la gente –anche se il verbo accorrere non rende l’idea di quel misto di curiosità, noia e calma con cui tutti trascinano ginocchia e ciabatte- e i due litiganti vengono separati. Calma e sole. “Agadir agadir agadir agadir!”. Nuove grida, lo scontro questa volta è inevitabile: due pugni in faccia e via, un taglio sulla guancia, un po’ di sangue sulla polvere e interviene (accorre, come prima) la polizia. Tutto a posto, calma e sole, “Agadir agadir agadir agadir!”
Sulla strada da Essaouira a Safi si aprono lievi vallate, bellissime, di grano verde battuto dal vento, ulivi, argania e fichi d’india. L’argania, o argan, è tipica di quaggiù, assomiglia all’ulivo ma è di un verde più intenso e ha foglie aguzze. Produce bacche simili a nocciole dalle quali si estrae un olio commestibile e buono; dal sapore, appunto, nocciolato.
Una delle finestre dell’autobus ha preso a sventolare verso fuori come una tendina al vento. È rimasta attaccata solo dal lato superiore. Un signore avvisa l’autista che si ferma al paese successivo, tra carretti, asini, muli, motorini e taxi, per la riparazione. In mezzo al paese e al movimento di gente e animali appare un uomo con una scala e del nastro da pacchi. La finestra è presto riparata, si riparte.
È venerdì, quattro e un quarto del pomeriggio. L’autobus si ferma a El-Jadida: i passeggeri salgono e scendono. Accanto al deposito bagagli della stazione c’è uno sgabuzzino per le scarpe. Di fronte alla porta dello sgabuzzino, sul marciapiede di fronte ai radiatori degli autobus, stendono un lungo tappeto verde. Una ventina di uomini circa si tolgono le scarpe e le ripongono diligentemente sugli appositi scaffali, poi si inginocchiano sul tappeto. Tutto dura poco, un quarto d’ora circa. L’autista ne approfitta per far avvitare una ruota che non lo convince. Finita la preghiera e aggiustata la ruota, si riparte per Casablanca. Manca poco, inchallah.
Dal lato di Ouarzazate l’Atlante, stavolta Francesco lo vede di giorno, è deserto che si alza, si impenna a formare strapiombi sul cui fondo scorrono piccoli torrenti circondati da rada vegetazione. Sono montagne di pietra e sassi, con vette coperte di neve. Dietro a Francesco, sull’autobus, Aisha si diverte di tanto in tanto a toccargli il berretto o la spalla per poi nascondersi, ridere e cantare una filastrocca in arabo. Ha sette anni e la mamma la rimbrotta seria seria, ma Aisha non le dà retta. Ogni tanto Francesco capisce che dice Marrakech, ma in modo un po’ diverso da come lo pronunciamo noi: Marràksh.
Marràksh, caldo cane, umido e senza sole oggi. Teste di montone in vendita su un lenzuolo posato per terra subito dentro Bab Doukalla. Marràksh, tajin poulet au citron et the à la menthe, monsieur, même s’il est chaud quitte la chaleur. Marràksh: nel cortile sotto la terrazza del ristorante un enorme gatto grigio si lecca il pelo, un anziano sarto cuce un vestito con una vecchia singer, un ragazzo lucida delle marmitte di rame e due uomini lavano decine di teiere dentro grandi bacinelle. Il tè alla menta si prepara zuccheratissimo. La tradizione dice di berne tre bicchieri, che fa bene al cuore e alla testa. Ai giardini sotto l’alto minareto della Kotoubia: un gruppo di ragazzi prova uno spettacolo teatrale, quattro o cinque coppiette di studenti amoreggiano coi loro grembiuli bianchi, i poliziotti girano con i cani, gli anziani sonnecchiano. Intanto il muezzin chiama. Per andare alla stazione degli autobus per Essaouira Francesco attraversa la Marrakech moderna: case nuove, sempre rosse, grandi alberghi e magazzini, banche, assicurazioni, ampi viali, agenzie di viaggio, macdonald, pizza hut, uffici, gente in abiti alla moda e ancora asinelli, mendicanti, un vecchio ubriaco, minareti, una chiesa. La barba non serve più? Lawrence d’Arabia neanche? Seduto su un autobus, nel buio di una notte di mezzaluna, Francesco è stanco, di più, spossato, in preda alle allucinazioni, irrequieto.
Sente la sua voce lontanissima.
L’islam ridiventerà lo straniero che fu all’inizio. (Maometto).
Alla sosta a Cichaoua prende un tè. Tè si dice chai ma i Marocchini dicono atai. Decisamente viaggiare da soli può far male alla testa, come un’insolazione.
Lafibulou Sahara, Avenue Mohammed V, Ouarzazate Il ragazzo vuole per forza offrire a Francesco il tè nel suo bazar. Mentre lo bevono gli mostra collane e orecchini, tappeti, borse e camicie. Mescola un po’ l’italiano e lo spagnolo e per lasciargli l’indirizzo del negozio lo trascrive pari pari dal cartello sulla porta: je sais pas ecrire, moi, dice sorridendo.
Madzuozi, Ouarzazate, Pinerolo, To Madzouzi è altissimo. Ferma Francesco con un ciao in mezzo alla strada. Anche lui è un berbero del deserto e parla italiano perfettamente. Ha lavorato per sette anni alla SKF di Pinerolo, poi a Lipsia, ad Amsterdam, a Basilea e di nuovo a Torino. Dei documenti se n’è sempre fregato –ero giovane e guadagnavo bene. Poi un giorno è andato in questura per regolarizzarsi ed è finito al “centro di raccolta“ di corso Brunelleschi: quattro giorni e via, rispedito in Marocco, a Ouarzazate –per una vecchia storia di droga, confessa, ho sbagliato, avevo 20 anni, le droghe, l’alcol. E adesso? Depresso. Solo. La famiglia a 130 chilometri nel deserto. Niente lavoro. Chiede un dirham che gli manca per un caffè e una sigaretta e si allontana curvo e mogio, meditando se cercare ancora una volta di raggiungere Algeciras, se cercare gli amici a Torino –ho detto loro che sono tornato di mia volontà, mi vergogno, sicuramente mi giudicherebbero male. Tutti sbagliano, gli dice Francesco, tutti facciamo cazzate. Tu hai viaggiato, risponde Madzouzi, chi non viaggia, lo sai, pensa in un solo modo. Francesco cerca di incoraggiarlo: non abbatterti, cerca lavoro nel turismo dato che parli così bene l’italiano. Madzouzi lo ringrazia per la sigaretta e per i 4 DH del caffè –così però me lo paghi tutto. Bismillah, gli risponde Francesco. Salute si dice bismillah, ma certo mai quando bevi alcol.
Mohamed, Epicier de Ouarzazate, Marché Central Mohamed offre a Francesco un tè in un cantuccio del suk. Conversano un po’ in spagnolo un po’ in francese: ha vissuto per qualche tempo a Irun in Spagna, poi in Belgio dove ha una ragazza –guapa, dice, y la tuya es guapa? Vorrebbe sposarsi con un’europea per avere i documenti e importare spezie da Ouarzazate a Bruxelles. Chiede a Francesco come può fare, se conosce un buon avvocato, una buona agenzia matrimoniale. Il suo amico Abdelkadir ride e versa altro tè. Ogni tanto lancia una battuta in catalano –è stato a Barcellona ospite di uno scambio con dei catalani. Alla fine – dicosa?- Francesco fa per alzarsi e ringraziare ma Mohamed lo ferma: je veux te faire un cadeau. E davvero gli regala una pietra pomice per i piedi e un legno contro le infiammazioni alle gengive. A giudicare dalle sue genigive... chissà, forse non lo usa.
La sera Francesco non riesce a dormire –di nuovo- e diventa filosofico. Pensa alla condizione umana, alla dignità della persona, all’importanza del lavoro e del percorso di ciascuno, al viaggio, alla fiera povertà di questi berberi delle montagne e del deserto, alla sua fortuna, alle sua responsabilità nei confronti della sua fortuna, al sua mestiere. Had said, buona fortuna, e non ha sentito neanche un lamento.
2- Per il giorno quando si scopre! Il Corano. Sura delle notte.
Il sole si alza e Ouarzazate è subito immersa in una foschia che riverbera e nasconde l’orizzonte. Ancora addormentato, dopo una notte quasi insonne passata a leggere il Corano, Francesco noleggia una bici e va verso il sole. Bicicletta si dice darraja, ma i marocchini dicono bizicleta. Sulla strada volti bianchi, berberi, mescolati ad altri scuri, quasi neri. Pedala straniero, pedala che Timbouctou non è lontana. Had said, straniero! Had said vuol dire Buona fortuna. Francesco pedala nel deserto pietroso, l’hammada. Gli hanno detto che laggiù c'è un lago. Un lago nel deserto? Dopo circa un'ora, incontra un uomo anziano dal volto asciutto avvolto in una djallaba marrone che lo nasconde tutto. È seduto su un muretto sul ciglio della strada. Aspetta sotto il sole ormai altissimo. Cosa aspetta? - Pour aller au lac? Non capisce. - Al-ma', gli dice Francesco, con un cenno come a dire: una distesa di al-ma'. L’uomo gli indica un punto verso sud, al fondo di una pista che parte dalla strada asfaltata. Francesco ringrazia e saluta: shukran, bslama. Pietre e silenzio, sole verticale che grida, una lucertola verde, una libellula lunga una spanna, l'ombra di una roccia per sfuggire un istante al sole, la bottiglia d'acqua. Francesco pedala per venti minuti e si rende conto di quanto sia facile perdere l’orientamento, dato che i punti di riferimento sono tutti uguali: pietre. Improvvisamente, in fondo alla pista appare un lago. Sulla riva del lago dei cammelli che si abbeverano e mangiano arbusti. Domanda: mangiano solo arbusti i cammelli? Francesco ne è quasi sicuro: sono vegetariani. Cerca di ricordare qualche documentario: erbivori. Sicuro. E che opinione hanno i cammelli dei ciclisti? Bella domanda. Fuggono spaventati? Manco per sogno. Guardano fissi lo strano animale? Sì. Non hanno uno sguardo incoraggiante, i cammelli. Meglio rincasare, che fa caldo. Francesco torna in bici verso la strada principale. Nel nulla all’orizzonte appare un puntino blu. Il puntino blu si trasforma in un signore che cammina verso il lago. Un signore svizzero. Vive a Ouarzazate da sei anni, da quando è in pensione, e dà una mano al locale centro per handicappati. Dice che il vento gli ha portato via il cappello di paglia con cui si riparava dal sole. Se Francesco lo ritrova deve lasciarlo sulla pista con una pietra sopra. Francesco non trova il cappello di paglia, ma un pastore bambino con le pecore. Con un gesto chiede dell’acqua. Francesco si ferma: La bas? La bas. Il ragazzo beve un sorso d’acqua. Shukran. Afuan. Guarda Francesco un po’ stupito, poi fa per allontanarsi. Dopo due passi si volta. Ha capito: Merci. De rien. Che fame.
1- Per la notte quando copre! Il Corano. Sura delle Notte.
I primi contrafforti dell’Atlante si alzano senza mediazioni a pochi chilometri da Marrakech, al fondo dei palmeti. Sono montagne dolci, verdi di prati, eppure fin da subito si fanno imponenti e inattese. Francesco vede qualche villaggio berbero diroccato di montagna, minareti colorati, verdi, rossi, mentre ulivi e i fichi d’india delle pendici lasciano il posto ai primi pini. In alto, nel cielo blu scuro del tramonto, nubi bianche e cime innevate poggiano sul nero denso delle montagne illuminate dalla luna crescente. Il suo compagno di viaggio si presenta orgoglioso come un berbero dell’Atlante, professore di informatica al liceo di Ouarzazate e parlante arabo, francese e due varianti della lingua berbera. L’autobus è al buio e conversano scorgendosi appena in faccia. Gli racconta di Ouarzazate, oasi e avamposto militare francese alle porte del deserto, dell’Algeria che sta dietro la rivolta del fronte polisario del sud, dei berberi venuti dal lontano Yemen all’alba della storia e soprattutto del Corano, di Maometto che amava discutere, anche con gli ebrei, dell’islam religione di pace e rispetto. I barbuti, dice, spiegano il Corano come vogliono loro. Lui non ama i barbuti - vengono da laggiù, precisa. Il Corano è un libro. Vous l'avez acheté. Vous pouvez le lire, vous decidez. È serenamente convinto della forza meravigliosa del libro. Nel buio della notte altri viaggiatori si uniscono alla conversazione, dicendo la loro a volte in arabo, altre in berbero –che si scrive in caratteri simili a quelli ebraici, dice il professore. - Vuoi dire che i berberi siamo ebrei? - No, solo che si scrive... - Ah, ecco, dicevo ben io... Poi improvvisamente uno dice: - Siamo arrivati. Ouarzazate, la porta del deserto. Porta si dice bab, deserto saharà. Bab saharà.
La città è silenziosa, apparentemente disabitata: Francesco incontra solo una rana, due gatti e un soldato nero in una garitta. Salam, gli dice per segnalargli la sua presenza. Nel buio era invisibile. - Kaifa hallok? Abdellatif, il ragazzo del bar sulla strada principale, si siede con Francesco che mangia un panino e beve una coca-cola. Fumano una sigaretta assieme. - C’est bien d’avoir des amis comme toi – gli dice dopo qualche boccata -, qui viennent de loin et on peut parler un peu. Kaifa hallok? vuol dire: Come stai? Ana bihair vuol dire: sto bene. Salam, ripete il soldato nero dalla garitta, mentre Francesco torna verso l'albergo. Salam e silenzio tutto intorno a Ouarzazate a mezzanotte. L’albergo si chiama Assalam. Le piccole stanze che si aprono sul corridoio centrale ne svelano l'origine militare. Pace si dice salam, o assalam, la pace. Salam aleicum, la pace sia con te. Aleicum assalam, con te sia la pace.
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