Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Si stringono un sacco di mani, in continuazione, a destra e a manca. Stringi la mano, poi porti la tua al cuore. Amici? Amici. Un dirham s'il vous plait. Quando ti accompagnano attraverso le loro piccole porte di casa e strette e basse scale, battono un doppio colpo col palmo della mano sullo stipite superiore per avvisarti di fare attenzione alla testa. Come gli occhi, anche le mani delle donne appaiono e scompaiono. Sono piccole mani un po’ tozze, raramente a riposo, socchiuse a conchiglia, più spesso impegnate a portare borse, sacchetti e bambini. Gli uomini marocchini passeggiano spesso mano nella mano come due buoni amici o buoni amanti saltuari o occasionali. Le coppie europee, intimorite, si tengono forte per mano. Il sesso fiorisce ovunque in giochi di mani. La mano di Fatima è dappertutto, come Mohamed VI il giovane, come la menta, come Allah. La mano di un’anziana signora dipinta con fiori di henné saluta la famiglia alla stazione. Un uomo e un bambino conversano da due negozi dirimpetto in un vicolo, entrambi indaffarati a scavare con le dita nel proprio naso. Si scaccola anche Francesco, nel nome di Allah, il Misericordioso, il Compassionevole.
Mano si dice iad, o al-iad, la mano. Francesco ha passato la mano sulle ruvide mura rosse della medina. Ora Marrakech è anche un po’ sua.
In pieno mellah, l’ex quartiere ebraico, Francesco incontra Abdul, rivenditore di spezie, che lo accompagna in giro per vicoli strettissimi, gli mi mostra le stelle di david alle finestre e lo porta a casa sua, fin sulla terrazza. Dall’alto il quartiere è un blocco unico, lo schema delle strade scompare: Francesco e Abdul camminano su Marrakech, di terrazza in terrazza, scavalcano muretti, incontrano bambini, donne velate sempre affaccendate e uomini poggiati a muri e gradini, in attesa di qualche dirham per dire: oggi ho lavorato anch’io. Dentro casa Abdul gli fa vedere le foto dei suoi bambini –ils sont à l’école- e di sua moglie; poi gli mostra la moglie per dimostrarmi che è uguale alla fotografia (ha anche lo stesso vestito). La donna è intimidita, ma sa che ne verrà qualche quattrino. Scompare. Riappare con un vassoio di tè alla menta. Scompare di nuovo. Abdul estrae una borsa di muschio profumato e traccia sul dorso della mano ddi Francesco un impacco di polvere d’argento e acqua di rose. Rosa, il fiore, si dice uarda.
(...) 31- Ed insegnò ad Adamo tutti i nomi (degli esseri creati); poi li mostrò agli angeli dicendogli: ditemi i loro nomi se siete nel vero! 32- Dissero: Gloria a Te! Non possediamo altre conoscenze al di fuori di quel che tu ci hai insegnato. Tu sei, in verità, il Conoscitore perfetto, il Saggio. 33- Disse: Adamo, digli i loro nomi! (…) E dopo che l’ebbe fatto, disse: non vi avevo detto che conoscevo le cose sconosciute dei cieli e della terra? Il Corano. Sura della Vacca.
Francesi, madre e figlia. Vogliono vedere: i palazzi, le fontane, le moschee; vogliono ammirare: il folclore locale, le usanze, i costumi; vogliono comprare con carta di credito. Non si fidano dell’alimentazione locale. Mangiano solo croissant.
Italiano, di Mantova, di padre fiorentino e madre olandese, residente a Londra. Vuole vedere: le cascate, i canyon, le dune; vuole noleggiare: un cammello, una tenda berbera, una casbah. Voleva un po’ di sole, ma il clima di Marrakech gli fa venire mal di testa. Domani se ne va a Ouarzazate e Zagora.
Uarsasat. Perché bisogna continuare a deformare le parole arabe, i nomi delle città e delle cose, con l’astrusa grafia francese?
Francesi, giovane coppia. Lui acqua minerale gasata, lei Coca light. Coca light si dice kuka lait.
Francese, signora. Vuole comprare Reves de femmes di Fatima Mernissi, ma trova che 52 DH siano un po’ troppo anche per una causa che le sta tanto a cuore.
Svizzero, rasta. Parla un francese sintetico e ribelle. Dice che qui è tutto più naturale e semplice. Aggiunge che l’Europa ha perso l’anima. Francesco gli dice: c’est vrai. Poi aggiunge: c’est à toi. Il bancomat si è liberato: tocca a lui, poi tocca a Francesco. Anima. Bancomat.
Giovane donna spagnola sicura di sé. Seminuda e semidea, a tavola, difende a spada tratta tutti i diritti delle donne arabe e di tutte le donne e delle madri e delle figlie delle donne. Cerca di provocare i figli e i padri delle donne che siedono a tavola con lei e fanno finta di niente.
Anna, italiana, di Lucca, in fuga dal sistema. Ricalca la parola Looro indicando il cielo col dito indice. Looro sono il complotto giudaico-massonico. Allah è più grande, ça va? La bas. Domanda di Francesco: qualcuno si è accorto che qui ci sono delle persone in carne e ossa?
Oui, mon ami. Turismo sessuale a destra e a manca, da dietro e da davanti, con grandi e piccini.
Qualcuno si è accorto che qui ci sono delle persone in carne e ossa?
Oui si dice naham.
In un giardino una signora francese con una cartellina di acquarelli. Al tramonto dal terrazzo dell’albergo un signore inglese guarda levarsi il fumo dalla piazza e sorride felice come un bambino: it is very nice, indeed. L’aria è fresca, la luna è poco più di una falce. Luna si dice qamar, o al-qamar, la luna.
Italiano, residente in Spagna. Vestito come Lawrence d’Arabia scrive in continuzione su un taccuino. Beve tè alla menta e coca-cola e coglie fiori esotici che forse non ci sono.
Hadija è una bambina sui sette anni con una lunga treccia nera. Abita dove finisce la medina e comincia la campagna. Bonjour, monsieur, comment tu t’appelle? Chiede, saltellando, a Francesco.
Nome si dice ism.
Per filare il cotone si usano i cartelli stradali. Francesco resta intrappolato tra il muro della medina e un triplo giro di filo azzurro appena visibile sotto il sole. Se ne libera solo tornando indietro. Back to start. Sotto il caldo soffocante un uomo e una donna litigano ad alta voce. Per Francesco le loro parole sono misteriose come quelle del muezzin e altrettanto magiche. I visi delle ragazze sono tondi e gentili. Invecchiando i lineamenti divengono più affusolati, la pelle delle guance tirata in sottili rughe. Gli occhi di queste donne, invece, non invecchiano. Da dentro una moschea proviene un gran vociare di bambini, come all'oratorio. Mohammed VI il giovane è ovunque, come allah. Il suo ritratto è appeso dappertutto, come la menta, come la mano di Fatima.
Vicolo. Due locali, minuscoli, oscuri. Due anfratti, uno accanto all'altro, identici. Uno vende uova, l'altro ripara motorini. Una macchina ferma blocca il transito. Davanti carretto con cavallo, dietro carretto con asinello, sui lati biciclette, motorini, pedoni, merci esposte. Si finisce spesso in tappi di questo tipo, che si sbrogliano filo a filo, un capo per volta, ma quanti capi ha questa matassa? Sui carretti di datteri, olive, ceci cotti e crudi, menta, rosmarino, prezzemolo, coriandolo, banane, mele, arance, cipolle, pomodori, zafferano, peperoncino si posano le mosche. Sotto i carretti dormono i gatti. Seduti su uno sgabello o appoggiati ai carretti i venditori sonnecchiano ad occhi aperti, incantati nel tempo che scorre uguale ogni giorno. In una delle moltissime teleboutique -locali telefonici- la custode, sola, legge un libro. Il suo locale scuro è un'isola appartata dal sole e dalla confusione. Isola si dice jazira, o al-jazira, l'isola. Gli asini ragliano nei vicoli. Qui si ripara ancora tutto, non si usa e getta niente. Non si comprano vestiti, ma stoffe al metro. La città è piena di sarti. La frutta e la verdura si pesano su vecchie bilance a due piatti arrugginite. Quanti lustrascarpe ambulanti, giovani e vecchi, girano per i bar o aspettano seduti su uno sgabello?
In bagno, accanto alla tazza del water, c’è quasi sempre un piccolo rubinetto con un secchiello blu. Funge da sciacquone e serve per lavarsi di dietro e di davanti. Lavare si dice nathafa. In giro per la cità, oltre agli hammam, ci sono i gabinetti pubblici. Francesco segue una freccia e si trova in un bel cortile bianco, circondato da porte di legno bianche e custodito da un uomo con la barba bianca che regna su decine di rotoli di carta igienica rossa e di secchielli blu. Un regno colorato sotto il sole. Due soldati attraversano la strada tenendosi per mano. Appena dentro Bab Doukalla, la porta settentrionale, Francesco si imbatte in un locale piccolo e spoglio, occupato solo da una scrivania con macchina da scrivere. Davanti alla macchina magica una donna velata in blu chiaro spiega animatamente qualcosa. Dietro la macchina magica un uomo con la barba nera e riccioluta scrive. Ecrivain publique. Anta taktubu? Naham, Ana aktubu. L’aria è densa d’umidità. Oggi a Marrakech fa molto caldo. Nella città nuova, fuori le mura della medina, c’è un centro commerciale con termometro digitale: 34 gradi. A marzo. Il sole quaggiù dà alla testa, soprattutto di chi non è abituato e invece di coprirla la scopre. Sole, lo sappiamo già, si dice shams, o asshams, il sole.
È di nuovo sera. Rachid si allontana dalla mamma che si arrabbia e lo richiama. C'è qualcosa di strano in cielo. L'anziana velata col vassoio delle paste è ferma in piedi al suo solito posto, ma agita nervosamente i piedi. Poco lontano una ragazza con una camicetta nera a brillanti scollata parla in un microfono collegato al telefonino, ma la linea è disturbata. Una prostituta, viso da bambolina di ceramica in una lunga veste rosa, sorride a chi mangia e aspetta in piedi che finisca o almeno faccia un cenno. Andiamo? Una ragazzina in djallaba bianca e capo scoperto urta Francesco e scoppia in risatine e occhiatine con la sua amica. Fatima, la ragazza che lavora all'albergo, si è tolta il grembiule bianco e sfoggia un completo nero elegantissimo, djallaba e foulard. Saluta ed esce in piazza con un sorriso dolce che riempie l'aria del tramonto di sospiri. Un mendicante chiama allah. Un bambino chiede un dirham. Il fumo corre basso sul selciato della piazza stasera. Oltre il fumo la luna si è divisa in due. Actarabati al-saahat ua adshaqqa al-qamar. A Francesco la città comincia a sembrare normale: il suo mistero si fa più profondo. E lui resta lì, in piazza Djamaa al Fna, a guardare la luna e a cercare di riconoscere i segni. Nella notte, prima dell'alba, il muezzin canta parole perdute. Traduttore si dice mutargim.
1- L'Ora si avvicina e la luna si è divisa in due. 2- Se vedono un segno lo ignorano e dicono: è magia effimera, passerà. Il Corano. Sura della Luna.
Al mattino Francesco ha affinato il suo travestimento, adesso è perfetto: sembra proprio uno spaventapasseri. Non si avvicina più nessuno. È un djin, uno spiritello benigno, e proverà a chiedere l’elemosina come apprendista marabutto. Un dirham s'il vous plait! Francesco insegue i suoi possibili benefattori: pantaloni neri, maglia nera, capelli neri sciolti, scarpe nere coi tacchi, andatura felina, la ragazza entra in un portone che dà a una sorta di piccola galleria di botteghe. Discute qualche minuto con un elettricista, esce e rimonta sulla macchina nera e lunga che la aspettava. Marrakech è una città moderna. C'è traffico. Un asinello grigio e spelacchiato tira un carretto carico di piastrelle fino a un cantiere polveroso oltre un arco della strada. Un signore sulla sessantina, giacca grigia di lana, pantaloni neri, mocassini neri spinge una bicicletta sul cui portapacchi ha caricato un’enorme televisione. Svolta l'angolo. Dietro l’angolo Francesco lo trova per terra, abbracciato a un amico contro cui è andato a sbattere. Ridono. La bicicletta è per terra, la televisione in frantumi. Per evitare motorini, biciclette, asini e carretti, nella medina si cammina tenendo la destra, rasente i muri. Questo si impara in fretta. I marciapiedi sono quasi inesistenti. Una giovane ragazza in arancione e scarpe da ginnastica bianche, vestita in abiti europei, attraversa i vicoli e saluta un negoziante con un cenno vagamente smorfioso. Entra in una scuola per infermiere. Ragazza in djallaba blu e ragazza in djallaba azzurro, a capo scoperto: entrano in un mercato di stoffe e si fermano a comprare cordoni per le tende. Francesco non aveva mai pensato che si potessero vendere tanti cordoni per tende. Altre due ragazze in tuta di fustagno, belle, vanitose e altezzose, con gli occhiali da sole tra i capelli di carbone, fanno shopping in centro. I loro culi un po’ grandi, belli e in vista, mobili, vivi e spiritosi, sembrano burlarsi, in combutta con un asino che raglia nei pressi divertito, dell’aria snob delle loro padrone. Shopping si dice shopping, culo, zokk. Poco oltre, velata e inciabattata, una signora si toglie le ciabatte davanti a una porta all’angolo della strada. Francesco sbircia dentro, è un hammam femminile. Perdon. Una donna in bianco e una donna in nero, scarpe nere e scarpe bianche aperte dietro, escono dall'hammam chiacchierando. Francesco le insegue: Un dirham s'il vous plait! Improvvisamante, distratto, non le trova più. Restano solo le scarpe all'ingresso di una moschea.
Francesco cerca Allah, lo insegue. Si toglie le scarpe, come il mendicante dai piedi neri che cammina lungo il muro della medina. Compra il Corano in arabo e spagnolo da un libraio ambulante presso Bab Doukalla. Si è di nuovo perso nei vicoli. A chi chiedere informazioni? Da un angolo spunta un bambino serio serio con due taniche arancioni vuote. Francesco esita un momento e il bambino scompare. La medina è un groviglio magico di vicoli. Improvvisamente il bambino riappare, trascinando sempre serio serio, anzi, questa volta anche un po’ arrabbiato per la fatica, le taniche arancioni piene. Francesco cerca una fanciulla, capelli sciolti, vestito arancione che spunta dagli orli, dalle maniche e dalla leggera scollatura della djallaba di sparto. Cerca una Sherazade che gli dica sempre sì e gli indichi la strada. Trova una candidata, si siede accanto a lei e le gli sorride. È fatta. Allah è più grande. La bas. Camminare si dice masha.
Il fumo comincia al tramonto, quando la piazza Djamaa al Fna si riempie di chioschi, con le loro tavolate e panchette imbottite sistemate attorno alle cucine ambulanti. I cuochi preparano carne e verdura alla griglia, zuppe, insalate, gamberetti, cous-cous, tajin… sono molti, moltissimi cuochi, tutti col grembiule bianco, e si contendono i clienti a suon di richiami, indovinandone la lingua o mescolandole tutte. Poco lontano un uomo noleggia canne da pesca per pescare bottiglie di coca-cola. Coca-cola si dice kuka-kula. In giro per la piazza, alcuni cantastorie parlano, fischiano e suonano. Altri usano oggetti. Francesco ne ha visto uno con la lunga barba bianca apostrofare un montone di legno dalle corna affilate. Tra i chioschi e le arance, tra i capannelli, i motorini e le biciclette, alla sera si radunano in piazza gli abitanti di Marrakech per sbirciare e farsi sbirciare. Il fumo sale fino a tarda notte, sorvola le terrazze e si lascia alle spalle la città, perdendosi in un grande palmeto che di giorno sembra un miraggio all’orizzonte e di notte non c’è. E Francesco resta lì, in piazza, innamorato degli occhi degli abitanti di Marrakech.
Le pelli si conciano in vasche rotonde di cemento scavate per terra una accanto all’altra, nei pressi di Bab Debbagh, una delle porte orientali delle medina. Prima vasca, calce viva, per eliminare i peli dalle pelli; seconda vasca, escrementi di piccione, per eliminare le tracce della calce; terza vasca, farina, contro l’acidità della cacca di piccione; quarta vasca... il faut payer pour le savoir, monsieur! Francesco è di nuovo a Marrakech. Marrakech è rossa. La ville rouge. Rosso si dice ahmar. Cerca una posizione da cui osservare senza essere osservato. Impossibile. Piano piano si maschera, come Ali Bey, giorno dopo giorno la barba si allunga, il cappuccio sfuma i lineamenti, le poche parole di arabo che balbetta appena pare modifichino quasi impercettibilmente il gioco. È come avere in prestito un paio di chiavi di una porta qualsiasi della città. Non resta che provare: no grazie si dice la shukran, arrivederci, bslama. Ça va si dice la bas. Ça va? La bas. Pare assurdo, ma il travestimento di Francesco comincia a funzionare: sembra Lawrence d’Arabia ma nessuno lo importuna.
La piazza Djamaa al Fna è enorme, soprattutto se paragonata ai vicoli intorno. Imprigionato dalla sua forza di gravità, Francesco la attraversa e riattraversa per due giorni. Gli incantatori di serpenti gli fanno paura e si tiene in disparte. I cantastorie cantano, ballano e raccontano storie che può solo immaginare. Dicono che raccontano dei djin, gli spiritelli, e di leggende di quartiere. I musicisti gnaua, la maggior parte anziani pelle e ossa, vestiti di rosso acceso e con un copricapo a sonagli, saltellano il loro ritmo disuguale spersi per la piazza, tra i tappeti degli ambulanti, gli sgabelli delle indovine e le carrozze degli spremitori d’arance. Piazza si dice saha. Intorno alla piazza, nei mille vicoli della medina, gli abitanti di Marrakech tessono, cuciono, conciano, battono il ferro, cucinano, tagliano il legno, dipingono, assemblano e stampano a vista, in laboratori aperti sulla strada o direttamente fuori. Strada si dice sharia, via tariq. È un’arte di segni e parole quella che circonda Francesco. Le immagini, proibite, lasciano spazio alla grafia e alla descrizione. Parole nei giardini, nei cortili, sugli archi delle porte e delle finestre, sulle mura abitate dalle cicogne, sulle porte: è architettura grafica, è racconto. Scrivere si dice kataba.
I mendicanti -sono tanti, tante donne e tanti anziani- chiedono l’elemosina invocando quasi sottovoce il nome di dio: allah. Un uomo anziano dalla tunica verde, la barba e il berretto bianchi, poggia appena il passo sul bastone, un'anziana velata regge in mano immobile un vassoio con delle paste. Francesco entro nel suk inseguito dalla litania dei muezzin. Allaaah aaagbar! Allaaah aaagbar! Allaaah aaagbar! Il suk di Marrakech è una somma di suk delle varie arti e mestieri che occupano ogni nicchia, anfratto, angolo, sporgenza di una miriade di vicoli irregolari, una rete che pare tirarsi e mollarsi in continuazione, col passare fittissimo della gente. Dentro il suk Francesco scopre diverse moschee, che si aprono improvvise, a destra e a sinistra, stretti corridoi oltre cui non si può vedere. Impara a sbirciare, come fanno loro con i loro occhi intensi, veloci, ironici (io non ti stavo guardando, straniero, vedere è umano, guardare diabolico. Allah è più grande). Nelle e dalle moschee entrano ed escono a frotte. Davanti a una moschea più grande c’è uno slargo occupato dai carretti dei venditori di datteri e banane e dai bambini che giocano a pallone contro il muro. Francesco si inoltra e si perde nel suk. Per quindici, venti minuti si sente completamente disorientato. Procede con passo sicuro per non dare troppo nell’occhio, imbocca vicoli a casaccio e si perde sempre di più, ed è il tramonto e i vicoli diventano sempre più scuri…
Ormai è buio, dalla piazza Djamaa al Fna viene il fumo bianco della carne cotta che si leva in alto, sorvola le terrazze sempre deserte e silenziose e svanisce nel nero della notte. Francesco la raggiunge, la piazza Djamaa al Fna, col naso in su dietro i profumi d’arrosto e si addormenta felice come un bambino, come Ali Bey e come Lawrence d’Arabia, tra i suoni di Marrakech.
Francesco è tornato da Aziz. Si sono salutati con sorrisi, strette di mano e leggere flessioni del capo e degli occhi. La mano va al cuore. Gli occhi si abbassano ma non sfuggono: tornano subito dritti in faccia, gentili. Aziz lo fa accomodare su uno sgabello coperto da varie stoffe ed esce per farsi portare del tè. Silenzio. Ça va? Ça va. Et toi, ça va? Oui, ça va. Arriva il tè, fumano una sigaretta: la collana berbera dell’altro giorno diventano almeno dieci collane berbere (oggi Aziz ha un turbante blu in testa). Francesco sceglie. Quattro collane e due orecchini berberi. C’est combien? La domanda merita un minuto di riflessione. Aziz pensa. Poi dice: 800 DH, tout. Adesso tocca a Francesco. Il prezzo è immaginario. Non gli resta che immaginare anche lui un prezzo: 150 DH due collane. Bisogna imparare a reggere con disinvoltura i silenzi e le digressioni. E le sorprese: Aziz dice: 100 DH una collana et je te donne de l’argent et toi, tu m’achète une bouteille de vin. Una bottiglia di vino? Dove spacciano vino da queste parti? A la porte de la medina il y a une pizzerie: 30 DH une bouteille de vin rouge. Vino marocchino. Dice di portarglielo nascosto, perché, spiega, Essaouira è piccola e la gente mormora. Un peu d’aperitif pour moi ce soir, je bois pas beaucoup –precisa- seulement un petit peu. Francesco cerca la pizzeria infedele. È chiusa. Torna da Aziz: desolé, c’est fermé. Aziz non si scompone, ma è dispiaciuto. Spiace anche a Francesco, che gli promette: la semaine prochaine je reviens. Aziz lo guarda e riflette, poi dice: en euro, pour tout, combien tu veux payer? Calcolo mentale rapido: la metà di quanto ha detto all’inizio più la bouteille de vin (ormai ci tiene): 50 euro, mais la semaine prochiane. Aziz dice che va bene. Ça va, affare fatto. Le semaine prochaine. Francesco fa cenno di alzarsi dallo sgabello. Aziz lo ferma: ancora un po’ di tè alla menta. Maintenant, tu ne veux pas une pour 100 DH. Promette che glieli scalerà dall’affare della prossima settimana. D’accordo. Il prezzo originale della collana, quello dell’altro giorno, era di 170 DH. Francesco non sa, ne saprà mai, fino a quanto fosse disposto a scendere. Il prezzo è immaginario. Il vino, per il momento, anche. Tornerà Francesco da Aziz la prossima settimana con una bottiglia di vino? Inchallah. Vino si dice sharab, ma meglio non dirlo.
Francesco sogna. C’è una luce fortissima eppure sogna. Sogna il tempo fermo immobile. Ciclo e ritorno. Pazienza, fatica e viaggio. Fantasma, fugace figura di leggenda, sabbia tra le mani. Sogna terre cotte al sole –asshams- come la pelle, come i calli delle mani; sogna le sue carte e i loro castelli, le loro medine, le loro moschee, le loro donne; sogna un velo rosa sulla spiaggia, un petalo in balia del vento, una rosa senza radici.
Yussef è l’ebreo mezzo libraio mezzo antiquario e negoziante d’artigianato. Francesco gli compra Le Voci di Marrakech di Elias Canetti. Un garzone lava il pavimento tutto intorno ai piedi di Yussef e Francesco. Francesco sporge i soldi a Yussef che si tende per afferrarli. Restano immobili sul posto per non calpestare il pavimento bagnato. Essaouira aveva una grande comunità ebraica. Orefici. Dopo la guerra contro Israele del 1967, molti se ne sono andati. Canada, Stati Uniti, Israele.
Lungo il viaggio da Marrakech a Essaouira, Francesco piange. Piange e guarda dal finestrino dell’autobus. Scrive con foga. Cancella tutto. Terre rocciose di pascoli e muri di calce, tappeti rossi e blu appesi alle case, persone sedute ai bordi delle strade, pecore e capre sparute, biciclette, motorini, asini con in groppa ceste piene e vuote, taxi grandi e piccoli, autobus vecchi e carichi, con i bagagli sul tetto. Tuie lunghe ed esili, ancora ulivi. Un cementificio, i minareti dei villaggi, sentieri sterrati e sole che scalda il giorno. Poi, verso il mare, la terra si fa più fertile, il paesaggio più consueto di dolci colline verdi di campi e boschetti d’arganie. Essaouira appare dall’alto della collina, bianca stagliata contro il mare. Piccola e luminosa sotto il sole del primo pomeriggio.
Per un po' Francesco rimane chiuso nel bagno alla turca di Michele. Per un po’ gioca con i suoi gatti. Michele lavora con Oriana. Oriana è d’Ivrea e il suo ristorante -Dar Baba- è tappezzato di cartelli del carnevale delle arance e di saghe popolari dei paesi del Canavese. Sua figlia Viola deve fare i compiti di arabo. Viola gioca con una pallina di gomma che salta molto alto. Racconta a Francesco dei compagni di scuola e giocano insieme a scacchi. Vince lei. Gli fa vedere le sue cartelline di francese, disegno e arabo e recita le filastrocche che ha imparato a scuola: ça n’existe pas, ça n’existe pas, ça n’existe pas; et pour quoi pas?
Nella medina di Essaouira Francesco e il signore senza una gamba sulla carrozzella si scambiano uno sguardo da lontano. Gli pare che gli oggetti inizino a stagliarsi separatamente sullo sfondo ancora confuso. I profumi della medina, dei mercati e delle botteghe gli stimolano continuamente l’appetito. Il traduttore che è in lui comincia appena a manovrare i fili, come a filare cotone lungo le strade bianche e azzurre di Essaouira.
Oggi il cielo è coperto, l’oceano grigio, la luce però forza a socchiudere gli occhi nel volo e nel vocio dei gabbiani del porto. Non c’è vento, appena un po' di brezza. Francesco siede su un muretto davanti al mare nel tepore umido dell’aria. L’oceano si infrange sulle rocce e sulle mura di Essaouira. Ripassa i suoi appunti di arabo per il piacere di distinguere i caratteri che legge in giro. È un piacere matematico e calligrafico. Vorrebbe raccogliere parole come un collezionista. Però forse dovrebbero essere le parole delle persone o, meglio ancora, parole persone. Il glossario è sterile, le evocazioni durano il tempo di una bolla di sapone.
-Cosa fa un pomodoro la mattina?
-S’alsa.
-E una patata?
-Pure
Le barzellete di Viola.
Nonno Hassan compra un montone per venderlo al mercato. Ma, tira, tira e tira, il montone non vuole uscire di casa. Si raduna tutta la famiglia formando una fila dal montone a nonno Hassan fino al figlio più piccolo. Tutti tirano ma il montone ne bouge pas, ne bouge pas; et pour quoi pas? Che domande fai? Allah è più grande, ça va? Ça va. Quanto costano oggi i piselli al carretto? 6 DH. Nonno Hassan tira il carretto. Nipote Hassan tira il carretto. Come si dice lavorare?
In giro c’è uno che appende i tappeti sui nomi delle vie che già sono poco e male indicati. Meglio ricordarsele in altro modo, per il negozio tale o tal’altro indizio. Come un gatto, Francesco esplora la città a cerchi concentrici, allargando pian piano il territorio, e spesso dorme. Il pane è tondo, grosso circa come un disco da 45 giri, un piattino da dessert. È morbido come una focaccia di quelle alte ed è buono. Lo fanno normale e all’orzo, a seconda dell’ora trovi uno o l’altro o tutti e due. Costa 1 dirham. Pane si dice hubs e acqua ma'. Francesco compra pane e acqua. Vuole comprare: pomodori, tonno, pane, biscotti, tè, banane e marmellata. Come si dice: pomodori, tonno, biscotti, tè, banane e marmellata? Si dice in francese.
E in francese, come si dice? Ça. Ça vuol dire tutto, ça va? Allah è più grande, ça va?
Oggi Francesco si è lavato i panni. C’è un bel sole caldo e la roba asciuga in fretta. Profumo di panni stesi al sole. I suoi. Dov’è la loro biancheria? Dalle finestre e dalle terrazze vede spuntare solo coperte e tappeti stesi all’aria. Sole si dice shams o asshams, il sole. I loro panni, gli dice Michele, sono sulle terrazze, stesi al shams, ma non si vedono, le terrazze sono piene di donne, ma non si vedono. Le donne dicono: shams, non entrare in casa; shams, come sei bello stamattina; non mi guardare, shams, non sono vestita; shams, guarda che bel colore questo vestito.
Le finestre sono piccole, Asshams resta fuori come un cane alla catena.
Oriana spiega che c’è un’ora della giornata a cui a certe donne è consentito uscire a passeggiare e farsi vedere. Certe? E le altre? Sono sempre in giro. C’è una piazzetta in cui alle donne è consentito vendere cose. Cose, che cose? Francesco osserva il portamento elegante e disinvolto di una donna con un vassoio carico di paste in testa.
La ragazza delle cartoline ha il viso carino, il resto non si sa. Attacca lei i francobolli alle cartoline di Fancesco. Uno lo incolla storto, lo stacca e lo riattacca. Trema. È spaventata. Lei e Francesco sono spaventati uguale. Ragazza si dice bint.
Il velo nasconde? Il velo imprigiona? Il velo protegge dalla famiglia, dal quartiere, dalla città? Il velo è grata? Il velo è maschera?
Donna si dice imr'a.
Allah è più grande, ça va?
Verso le sei le studentesse escono da scuola. Portano un grembiule bianco sulla maglia e i jeans. Le strade si rallegrano, i cuori si sollevano al cielo, gli sguardi si fingono assenti.
Il lato femminile non dorme, non è fermo. Nonno Hassan ha tre nipotine. La prima è buona, non lavora, sta a casa, però non trova marito. La seconda è in Europa e manda denaro per la casa. Ha un marito tedesco che paga i debiti di tutta la famiglia. La terza nipotina fa la maestra e frequenta uno sconosciuto. Il lato femminile non è fermo. Sesso, nel senso di genere almeno, si dice gins.
Michele ha due cuccioli di gatto che si infilano dappertutto, anche sotto le coperte. Nella notte Francesco si sveglia e non capisce se in fondo al letto c’è un calzino, un terzo piede o un sogno rimasto a metà strada, acciambellato in fase di gatto. Gatto si dice qit.
Sulla spiaggia il cammeliere dorme all’ombra del dromedario. Nonna Zahara è uscita e tira l’asino sulla strada di campagna. L’asino non si muove, nonna Zahara è un po’ matta, sai, l’età. La sabbia s’accumula sulla fronte e secca le labbra. Nonna Zahara prepara la zuppa. Zuppa si dice harira.
Francesco esce in bici. Fuori Essaouira c’è uno stagno, tra la spiaggia e la campagna. In fondo allo stagno una figura femminile bianca cammina nell’acqua, piccola piccola. Francesca cerca di raggiungerla. Difficile pedalare nella sabbia tra le dune, meglio scendere e spingere. Sabbia si dice raml.
Venite, correte! Che c’è? I mutandoni neri di nonna Zahara stesi ad asciugare sulla terrazza! Che grandi! Oggi è venerdì. Le donne preparano il cous-cous. Alle 11.00 la preghiera grande in moschea. Oggi è venerdì. Le donne vanno all’hamman dopo pranzo perché la mattina preparano il cous-cous. Verso le sei escono a passeggiare, pulite e rassettate. Oggi è venerdì. Venerdì si dice giumu'a.
Dicono: ogni versetto del Corano ha quattro sensi: quello letterale, per l’udito e la recitazione; quello allusivo, per la comprensione interiore; quello occulto, per la contemplazione; quello divino è ciò che dio si propone di realizzare nell’uomo con ogni versetto.
Michele compra il latte e fa i formaggi. Michele compra argilla e fa statuette di terracotta. Riuscirà Michele a vendere formaggi e statuette di terracotta? Inchallah. Aziz vende collane berbere nel suo negozio della medina. Troverà oggi Aziz le pietre per le sue collane berbere? Inchallah. Andiamo a trovare nonno Hassan, mamma? Inchallah. Tornerà Francesco a comprare una collana berbera da Aziz? Inchallah.
Dicono: lo sguardo è lo specchio del cuore. Parola si dice kalima, occhio si dice 'ain.
Francesco gioca al gioco dell’oca in inglese con Viola. Perde. All’ultimo momento finisco su una casella che dice back to start. Non ho capito quasi niente.
Allah è più grande, ça va?
Marrakech, medina, piazza Djamaa al Fna. La signora dal volto mezzo velato che vende sigarette sciolte seduta all'angolo della strada pare a Francesco di una dolcezza e gentilezza commoventi e disarmanti: - Bonne journée, monsieur; vous etes très gentile, attention avec l'argent. Francesco si sfrega gli occhi con i pugni, come un bambino. A pranzo cus-cus, poi torna in albergo a dormire. A cena spiedini di montone, poi torna in albergo a dormire. Nella notte sogna di dover comprare una biro nuova. Al mattino -che freddo che fa- si congeda da Jun. Francesco va a Essaouira, Jun verso Ouarzazate e Zagora, nel deserto. I'll go and see you in Kyoto, Jun. Jun gli chiede di ripetergli i numeri in francese; è un po’ preoccupato, perché pochi parlano inglese. You are lucky, you have a friend in Essaouira. I wish I have a friend in the desert. E poi: How do you say pen in french? I lost my one.
Deux dirhams, monsieur, s’il vous plait. Una bambina bellissima vende a Francsco un pacchetto di fazzoletti. Poi Francesco glielo rivende in cambio di un altro, poi lei glielo rivende in cambio di un altro, poi lui glielo rivende in cambio di un altro, poi lei glielo rivende in cambio di un altro…
Poi, improvvisamente, cambia gioco:
Une stylo, monsieur, s'il vous plait. L’ironia magica che ha inventato il mondo.
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