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Non bisogna essere spaesati

P. Gobetti

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

All'alba Francesco si risveglia, esce dallo scompartimento impaziente di guardare la faccia dell’Africa fuori dal finestrino. Che faccia fa un continente la prima volta che lo vedi? Che faccia gli fai tu?

Quattro ore dopo Francesco prende un po' di sole e tepore sulla terrazza dell'albergo. Colazione: tè, succo d'arancia, pane, burro e marmellata. Attorno a lui, la medina di Marrakech, i suoni e le voci della piazza Djamaa al Fna. Raggiungere a piedi il centro della medina, muniti di una guida in giapponese e circondati da asini e muli, non è stata impresa facile. Ma ce l’hanno fatta e ora Francesco si gode la tranquillità della terrazza e osserva la città dall’alto.
Jun e Francesco sono entrati nella medina da Bab Dukkala. Bab vuol dire porta. Oltre Bab Dukkala c'erano gli asini e i muli. Gli asini e i muli trainavano carretti. I carretti trasportavano casse di frutta e verdura, datteri, polli, cereali, spezie. Francesco sta bene sulla terrazza dell’albergo, al sole di Marrakech. In una mattina ha visto più asini e muli che in tutta la sua vita.

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05/03/2005  - pubblicato in  Il pane nello zaino (Andalusia e Marocco)

La shukran. 
No grazie.
N’am shukran.
Sì grazie.
Sabahulhair.
Che il tuo mattino sia di bellezza.
Sabahulnur.
Che il tuo mattino sia di luce.
Masmuc?
Come ti chiami?
Ismi Francesco.

Mi chiamo Francesco. 
Sulla banchina del porto di Tangeri, Rachid e i suoi colleghi hanno al collo una tessera identificativa che li definisce Ecrivain publique. Un esercito di scrivani pubblici. Welcome, trabajo por el gobierno, diselo a tu amigo. I work for the governement. Welcome, here you change your money, aribatò, sayonara. Welcome, take a Taxi. Welcome, lots of people ask you in the street. Say no. Welcome, I work for the governement.
Benvenuti a Tangeri. In tre ore: dalla neve di Ronda al suk grande di Tangeri. Viaggio interstellare. Jun non si fida di nessuno. Non parla con nessuno. Dice no a tutti. C'è un sacco di gente. Dice no a un sacco di gente. Francesco propone di fermarsi a ragionare un momento. Mohamed: Tout bien, mon ami? Fancesco propone di prendere un tè alla menta. Nourredine: Tout bien, mon ami? Fancesco propone di lasciare i bagagli al terminal degli autobus. Mohamed e Nourredine: Tout bien, mon ami? 
Mohamed e Nourredine, il gatto e la volpe, offrono per 6 euro una visita al mercato berbero del sabato, un tè alla menta, hashish buono, il piccolo suk e ritorno alla stazione. Andiamo? Vai pure, dice Jun diffidente, ci vediamo più tardi. Francesco va, si butta. Durante la visita riceve spiegazioni turistico-culturali e scambi di reciproche dichiarazioni di simpatia e transmediterraneità. Scrollando il capo, criticano il freddo Giappone, la Cina che invade i mercati mondiali e l'allenatore del Real Madrid. Mohamed, gentile, distribuisce consigli su come non farsi fregare.

Sono tutti grandi amici. Gracias. Merci. Shukran. Fa 60 euro. Come? S', 60 euro, sull'unghia, anzi sul banco, sul bancone del pesce del piccolo suk di Tangeri. Sabahulhair. Sabahulnur.
Poco dopo, Francesco torna alla stazione degli autobus e si siede su una panchina tra donne infagottate e vecchi col bastone. Jun arriva trafelato. Non domanda niente. Eleganza giapponese. Francesco non dice niente. Orgoglio europeo.

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Morikawa Jun. Kyoto, 23 anni, studente di antropologia, futuro giornalista. Stati Uniti, Thailandia, Indonesia, Vietnam, India e adesso Spagna, Marocco e Portogallo. Tokyo grande, presuntuosa, arrogante. Kyoto no. Americani antipatici, europei so fashion. Due macchine fotografiche digitali, un disc-man (iPod), USB, ma anche un libro e un taccuino su cui scrive in ideogrammi.
Grazie a Jun Francesco sopre che un giapponese e un cinese si possono capire scrivendo. Parlando no, solo scrivendo. Gli ideogrammi lasciano spazio all’intuizione. 
Il treno attraversa colline di ulivi innevati sulla Sierra di Malaga. Poi scende su ruscelli, penetra in gole e gallerie e si lascia la neve alle spalle. Ulivi, ulivi, ulivi, aloe, limoni, fichi e fichi d’india, pascoli, aranci e ancora ulivi. Il sole. Dopo il freddo e le nevi, finalmente s'annusa la primavera.

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Haz de la tierra una casa y de la humanidad un hombre. Así quien venga será bienvenido
(Ibn Saraf Al-Qayrawani)

L'autobus attraversa la piana del Guadalquivir per poi risalire colline d'olivi, fichi d'india, agavi, limoni, paesi bianchi e piccoli laghi grigio verdi, come perle sotto il cielo rannovulato. Tanto per cambiare, piove. Francesco la prende con filosofia.
A Ronda nevica.
Francesco si ripara in un museo dedicato ai banditi: oggetti, bandi, illustrazioni e canzonieri popolari. Efferate imprese sulle montagne. Banditi e bandite: doña Sebastiana, doña Juana e doña Margarita, signore terribili, vendicative, che uccisero i loro mariti e amanti traditori. Esce. Nevica ancora.
Nel 1485, le truppe dei re cattolici comandate dal Marqués de Cádiz conquistarono la città risalendo il burrone del fiume Guaialevil. Dice la leggenda che dovettero superare ostacoli di diversa natura: trappole, palazzi incantati che apparivano e sparivano, tranelli, sensuali bagni di vergini e qualche secchiata d'olio bollente. Però non nevicava.
Il mattino dopo il treno per Algeciras è in ritardo di due ore. La neve ha ostruito le rotaie. Durante l'attesa alla stazione, Francesco conversa con altri viaggiatori momentaneamente senza viaggio. Victor viene da Mosca: España bonito, mujer, vino. Roma bonito. Buongiorno. Arivederci. Morikawa Jun, invece, viene da Kyoto.

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01/03/2005  - pubblicato in  Il pane nello zaino (Andalusia e Marocco)

Inizio marzo. La compagnia aerea è nuova di zecca e si chiama vueling. Divertente. Crhon e Francesco vueling sopra un mare di nuvole. Divertente. Da Barcellona a Siviglia, tutta la Spagna è nascosta sotto le nuvole. Sembra di volare sul cotone. Divertente. All’arrivo piove. Divertente.

Francesco cerca una stanza in una pensioncina in centro. La locandiera è un signora grassa e burbera, che si muove sempre circondata da tutta la famiglia.

- ¿Cuantos días dice?

- Una noche.

Una notte fa sedici euro o diciotto. Sedici: loculo due metri quadri; diciotto: due e mezzo. Loculo per loculo, Francesco sceglie sedici.

È ancora mattina, esce in Siviglia. Fa freddo, ma ha smesso di piovere. Cammina nei vicoli gialli e bianchi di Santa Cruz, sbircia i cortili fioriti d'umidità e piastrelle di maiolica, le chiese, i preparativi per le processioni della semana santa, entra guardingo nella "Casa de la memoria de Al-Andalus", si ferma davanti a un portale in stile mozarabe della cattedrale, guarda in alto la Giralda sempre indecisa, un po' campanile un po' minareto.

Una targa in ceramica su una scuola religiosa ricorda ai bambini che non bisogna fare del male agli uccellini, né distruggere i loro nidi, perché Dio vuole bene ai bambini che vogliono bene agli uccellini che sono creature di Dio.

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22/01/2003  - pubblicato in  Un racconto cordovese

Una nuova missione fu inviata a Ottone I dal Califfo. Recemundo venne incaricato di guidarla. Lo scopo della missione era di chiedere a Ottone di permettere a padre Iohannes di rinunciare alla missiva di insulti al profeta, perché solo così il califfo l'avrebbe ricevuto. Ottone I acconsentì e padre Iohannes venne accompagnato al palazzo del califfo. Lungo la strada da Cordova a Medinat A-Zhara, dove risideva il califfo con la sua corte, il frate passò sotto una volta formata dalle spade delle guardie di Abd Al-Rahman III e tutto il percorso era costellato di uomini del califfo in abiti principeschi seduti su troni d'argento.

Quando padre Iohannes arrivò al cospetto del califfo, costui si trovava in una grande sala vuota, austera, e sedeva sul nudo suolo. La storia racconta che il frate e il califfo si piacquero molto e conversarono spesso nelle settimane seguenti. In breve il frate ripartì sul suo mulo e col suo seguito. Un mulo avanzava tra gli altri senza nessuno in groppa.

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21/01/2003  - pubblicato in  Un racconto cordovese

Garamannus aveva mentito a padre Iohannes per la prima volta. Aveva chiaramente detto di no, che lui sognava solo le storie dei libri che stava studiando, che addirittura si stupiva della domanda del padre.

Il mattino dopo uscì di casa per andare come sempre alla biblioteca quando d'improvviso, passando davanti a una delle grandi porte della moschea incontrò Recemundo. I due uomini si guardarono e decisero, ognuno in cuor suo, di salutarsi:

- Credo di dovervi delle scuse - disse Recemundo

- Non ha importanza - rispose Garamannus

- Dove andate? - chiese Recemundo

- Alla biblioteca.

- Peccato.

- Perché?

- Con alcuni amici cristiani abbiamo organizzato una festa in onore di Maria.

- Maria?

- Sì Maria, la madre del Signore.

- Ah, certo, sì.

- Saremmo lieti di avervi con noi.

- È una processione?

- Più o meno. Vi prego di ricordare che noi qui siamo tollerati, ma a patto di non dare troppo nell'occhio. Volete venire?

Garamannus tentennò, ma poi la curiosità poté più dell’inquietudine.

- D'accordo.

I due si incamminarono in silenzio, attraversarono il ponte romano sul fiume e raggiunsero una porta bassa e stretta in un vicolo. Recemundo la aprì e a Garamannus apparve una piccola cappella scura, al cui centro stava un gruppo di uomini seduti in cerchio. All'arrivo di Recemundo e Garamannus, uno degli uomini si alzò, si fece incontro ai nuovi arrivati e li salutò con un inchino. Due sedie vennero aggiunte al cerchio. Solo allora, dopo essersi seduto con gli altri, Garamannus si accorse di una piccola statua, quasi una bambola, nera e ricoperta di abiti luccicanti e ricamati.

I fedeli seduti in cerchio se la passavano di mano in mano, ognuno le baciava il grembo e la passava al vicino. Garamannus cominciò a tremare e a sudare: che diavoleria era mai quella? Avrebbe anche lui dovuto prendere in braccio e baciare il grembo della piccola figura?

La bambola si avvicinava, Garamannus, nell'oscurità dell'ambiente, non vedeva che il luccichio degli abiti, le facce dei suoi compagni svanivano nell'ombra. I candelabri si spensero improvvisamente, la voce di padre Iohannes rimbombò forte contro le pareti di pietra. Garamannus balzò dalla sedia e corse a nascondersi dietro l'altare, ma non lo trovò: lì dove l'aveva scorto entrando, l'altare non c'era più e Garamannus cercò disperato una nicchia nella parete. La parete era piena di nicchie e in ogni nicchia una figura simile a quella della bambola lo accoglieva con le braccia aperte e gli sorrideva. Garamannus sentì le proprie forze abbandonarlo, il battito del proprio cuore lontano come un’eco, la voce di sua madre recitare una filastrocca e un canto melodioso invadergli l’anima:

Concedimi un amore tale 
Che io non sappia dove sono
Che io mi perda in me stesso
E non trovi dove vado
Abbagliami in modo tale
Che io perda l'oggi e l'ieri
Che ti desideri con tanta forza
Che solo tu sia in me....

(Frammento di lirica di al andalus)

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20/01/2003  - pubblicato in  Un racconto cordovese

Su una piccola isola del Guadalquivir viveva un sarto con la moglie e la figlia. La figlia del sarto si chiamava Qmar e fin da bambina aveva deliziato la famiglia con la sua voce. Aveva una voce soave e già sensuale, tanto che spesso gli uomini presenti arrossivano nell'ascoltarla. Le sue virtù musicali erano note in città, persino il califfo aveva voluto ascoltare quella bambina dalla voce melodiosa e l'aveva molto elogiata.

Qmar, così si chiamava, giocava spesso nel cortile al gioco degli occhi. Il roseto novembrino, appena accennato, davanti al muro bianco. Oltre il cortile, il cantare degli uccelli, carico di piogge, basso, prendeva corpo nell'umidità. Il gioco degli occhi era suo, intimo e personale, fatto di pensieri che si trasformavano in disegni, in linee che sfuggivano dal cortile verso la pianura e la serra.

Lo sguardo di Qmar si poggiava sulle rose, da lì volava sui cortili, sulla città e sulla campagna. Il Guadalquivir scorreva dentro di lei sinuoso, tra i fanghi e i mulini, sotto il ponte, e la città ne ascoltava il mormorio. Da lontano veniva una canzone, che raggiungeva il cortile, si condensava nell’aria e diventava rugiada tra le rose. Qmar allora chiudeva gli occhi e cantava.

- Fate chiamare la figlia di Abu il sarto - ordinò il califfo una sera. Qmar aveva appena compiuto quindici anni e fu subito accompagnata dal califfo. Ebbe con lui un colloquio segreto, tornò a casa e parlò coi genitori. L'indomani Qmar si alzò e, aiutata dalla madre, preparò i suoi fagotti. Nessuno in famiglia disse altre parole, verso sera un portone inghiottì Qmar.

Da quel momento, dietro quel portone, Qmar fu servita come una principessa e visse in mezzo a un lusso che suo padre non si sarebbe mai potuto permettere. Riverita e adulata, Qmar si sentiva in colpa e provava una grande nostalgia della sua casa sul fiume e dei suoi genitori. Nel suo carcere dorato cantava e cantava e spesso la voce le si gonfiava di pianto, diventando ancor più commovente.

Garamannus ascoltava ogni sera quella voce proveniente dall'ala proibita del palazzo, e la sua nuova curiosità, appena svegliata dal fantasma della giovane donna della biblioteca, trovava una nuova sorgente dove dissetarsi. Garamannus pregava, a volte con ostinazione, ma tuttavia era sempre distratto da quella voce, tanto che una sera scoppiò in lacrime disperato. Si spaventò così tanto che chiese di essere spostato di stanza, convinto di essere troppo vicino alla voce. Tuttavia, nella nuova stanza, lontana dalla precedente, la voce non scomparve affatto, si affievolì un poco, questo sì, tanto che Garamannus era costretto a tendere ancor più l'orecchio per ascoltarla.

- Hai sentito la voce che ci accompagna ogni sera, Garamannus?

- È una bella voce, padre.

- Molto bella, Garamannus, non trovi?

- Una giovane di talento, padre.

- L'hai mai vista, Garamannus?

- No, padre.

- Neanche in sogno?

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19/01/2003  - pubblicato in  Un racconto cordovese

Da quel giorno Garamannus non uscì più per andare al mercato. Inventò una scusa legata ai suoi studi e la mattina andava direttamente alla biblioteca. Il silenzio di quel posto pareva ridargli fiducia e tranquillità, i rumori maligni di Cordova restavano fuori. Eppure la biblioteca era così grande che Garamannus non riusciva a sentirsi del tutto tranquillo né a concentrarsi sullo studio. L'inquietudine lo seguiva lungo i corridoi e le sale ed era la stessa inquietudine che l'aveva preso quel giorno del mercato e della taverna, solo più soffocata, imbrigliata nel silenzio.

Una donna regnava sui giorni della biblioteca. Una giovane bella e colta che si era conquistata la fiducia del califfo. La sua famiglia veniva da lontano, qualcuno diceva addirittura da Bagdad, suo padre era stato un illustre astronomo e la madre conosceva a memoria le antiche poesie persiane. La giovane era sempre cresciuta tra i libri e gli studi, e quando fu presentata al califfo, lo stupì tanto con la conversazione quanto coi sorrisi. Il califfo volle dialogare con lei per sette giorni e sette notti finché la giovane uscì dal palazzo con l'incarico ufficiale di presiedere all'acquisizione di nuovi volumi per la biblioteca della città.

Garamannus certo non l'aveva mai vista. Ne aveva però sentito molto parlare. Gli studiosi della biblioteca ne lodavano l'intelligenza e la cultura e spesso si sentiva fare il suo nome per le strade (in questo secondo caso i commenti usavano riferirsi ad altri aspetti della sua persona). Tutto questo incuriosiva terribilmente Garamannus che, suo malgrado, si trovava ad alzare gli occhi dai libri ad ogni movimento o rumore di passi appena percepito.

Alla sera Garamannus tornava da padre Iohannes e gli consegnava i libri richiesti.

Una sera, il frate gli disse:

- sono molti giorni che hai il viso scuro, Garamannus. Che cosa ti succede?

- niente, padre, la stanchezza

- hai letto il libro di botanica, Garamannus?

- sì, padre.

- cosa ne hai appreso?

- le leggi delle piante, padre

- esistono leggi al di fuori di quelle del Signore, Garamannus?

- solo quelle del demonio, padre.

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