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Non bisogna essere spaesati

P. Gobetti

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
23/09/2009  - pubblicato in  Buone intenzioni
Una delle cose che ho imparato a Berlino è che è possibile dire Dankeschen in modo dolce, sensuale, più o meno così: danshen, con il suono ke sostituito da una leggera pausa, dan'shen, o con la k che rimane sul palato, dan-k-shen, con la e quasi i, dan-k-shin, con la n appena accennata, come una lieve coda della i, dan-k-shi:, insomma, ci siamo capiti, no?      
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Si sa che i viaggi, come l'aglio, ritornano. In aliti di vento. Tornano immagini improvvise e impreviste, richiamate dal sapore di un tè forse, da un profumo, da una carezza d'aria. La memoria è una piccola casa fatta di cantine e solai, così piccola che entra tutta in una valigia. Così è che, quest'estate a Berlino, un mattino a colazione ho rivisto, con Tommaso e Sabastià, la foce del Tago e Lisbona raggiunte un anno prima in bicicletta. Ho risentito la sensazione di un traguardo raggiunto, una sfida vinta, nuovi tesori da mettere in tasca, in solaio. Dopo circa ottocento chilometri, scorazzare in biclicletta -finalmente senza borse né zaini- su e giù per le colline di Lisbona era uno scherzo, un'allegria da ragazzini al primo viaggio.
Allora, la macedonia e il tè verde della colazione berlinese avevano il sapore di un tempo sereno, effimero e magico, in cui tutti i viaggi sono uno solo, una tasca piena di perle. Nella luce di Lisbona e sotto l'alto cielo di Berlino, i sugheri si intrecciavano ai tigli, l'estufa fria al botanicher garten, il Rossio ad Alexanderplatz. Da un solaio all'altro, da una cantina all'altra. Che si tratti di un'esperienza di delocalizzazione quantistica? 

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08/07/2009  - pubblicato in  Poesie dell'impostore

Tu che sai trasformare il mio asinello in dromedario
per attraversare il deserto, o in renna, aquila
o balena in mare aperto.

Tu che sai riempire di conigli le mie tasche bucate
e di coriandoli e colombe il mio cappello sgualcito,
le mie scarpe sciupate.

Tu che fai germogliare le parole dal silenzio,
le storie dai ricordi, il dopo dal prima,
il sole la mattina.

Tu che mi hai insegnato a prendermi sul serio
ma con ironia, a misurarmi con gli alberi
in fantasia.

Tu che mi dai il tempo che ho, il freddo che ho avuto,
malgrado gli errori e la pioggia e le volte
che sono caduto.

Tu che sei l'aria che inspiro, la saliva che sputo,
il cielo invecchiato, il silenzio
di un racconto perduto.

Tu che per farmi un po' di posto tra i melograni
hai voluto ritirati in disparte, lontano,
su un altro piano. 

Tu che mentre ti invento
mi hai inventato.

(liberamente ispirato all'omonima poesia del mistico ebreo valenciano Ben a-Tariq, X-XI secolo)

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02/07/2009  - pubblicato in  Stralunati

Fare poesia con piedi, ginocchia, anche, spalle; con dita, nasi, bocche, occhi; con gomiti, caviglie, tarsi e metatarsi.
Fare poesia con con punti, linee, cerchi, triangoli e quadrati.
Fare poesia con dentro e fuori, sopra e sotto, davanti e dietro, verso destra e verso sinistra.
Fare poesia con "muoviti" e "stai fermo".

(a Pina Bausch)

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Quando la mattina, dopo la doccia, ti metti le scarpe prima dei pantaloni.
Quando cerchi il tuo nome su google.
Quando non fai colazione perché tanto l'hai già fatta ieri.
Quando la domenica vuoi fare una passeggiata e finisci davanti alle scale della metropolitana.
Quando, finalmente passeggiando, cerchi lo specchietto retrovisore per superare una madre con carrozzina.
Quando, sempre passeggiando rilassato, ti incuriosisce non so che forma di culo o di albero e dici: copio e incollo (soprattutto quando lo dici).
Quando ti sembra che siano tutti più giovani e più vecchi di te.
Quando previsualizzi i tuoi pensieri.
Quando canti bella ciao sotto la doccia.
Quando pensi che, tutto sommato, farsi monaco è un posto fisso (e ti previsualizzi con la barba lunga, nel silenzio di un chiostro medievale).
Quando leggi l'oroscopo sul giornale e ti ci ritrovi: è tempo di cambiare il vostro modo di vedere la vita, fatevi monaci.
Quando ti dici che in fondo tre sigarette all'ora sono una prova di autodisciplina.
Quando ti domandi se: muy importante agitar antes de usar, si potrebbe tradurre papale papale in italiano o sarebbe meglio aggiungere "è".
Quando cerchi di salvarti la vita premendo cinque volte di seguito sul tasto salva.

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18/05/2009  - pubblicato in  Stralunati

a M.B.

Buen viaje, Mario, y gracias por todo.
Cuando llegues, dile a Ése también que no hay que deprimirse, que la vida es así, y más vale ser valientes y dejarse de tonterías.

Un país lejano puede estar cerca
puede quedar a la vuelta del pan
pero también puede irse despacito
y hasta borrar sus huellas

en este caso no hay que rastrearlo
con perros de caza o con radares

la única fórmula aceptable
es excavar en uno mismo
hasta encontrar el mapa.

RASTROS
Mario Benedetti

(TRACCE/INDIZI: Un paese lontano può essere vicino/può stare lì dietro, girato il pane/oppure può andarsene lentamente/e persino cancellare le sue tracce/in tal caso non bisogna rintracciarlo/con cani da caccia o con radar/l'unica formula accettabile/è scavare in se stessi/fino a trovare la mappa).

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 -A che cosa serve uno spaventapasseri, Tommaso?
- A far ridere i bambini, Sebastià.

- A che cosa serve una fortezza, Sebastià?
- A giocare a nascondino, Tommaso.

Le frontiere sono linee storte che raccontano un sacco di storie, fiabe e altre bugie. Tommaso ha sempre provato attrazione per i racconti e le frontiere, fin da bambino. Perché dall'altra parte della linea c'è "un'altra cosa": una bambina bellissima, geografica e mentale.
Lungo la salita che da Valencia de Alcántara porta in Portogallo, c'è uno spaventapasseri. È logico che a controllare la frontiera ci sia uno spaventapasseri, no? Tommaso e Sebastià lo salutano e pedalano, pedalano, pedalano verso "un'altra cosa", un'altra lingua: outra coisa, caralho!
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21/03/2009  - pubblicato in  Poesie dell'impostore

I

Siamo partiti per motivi di salute.
La famiglia sta abbastanza bene, grazie.
Anche il gatto, credo, ma è un tipo silenzioso.

Siamo partiti con delle belle scarpe.
Per fare bella figura all’estero, Lei mi capirà.
Le abbiamo ancora addosso, sono resistenti.

Siamo partiti perché non avevamo paura.
E se dopo ne abbiamo avuta sono fatti nostri.
Non ci compianga, La prego, non ci aiuti.

Siamo partiti per motivi di salute.
La famiglia sta abbastanza bene, grazie.
Anche il gatto, credo, ma è un tipo silenzioso.

II

Chi parte è fortunato perché ha due compleanni
e parla almeno due lingue, una per compleanno,

quelle lingue straniere, Lei lo sa,
che i nostri ragazzi faticano tanto a imparare.

III

Allora partiremo di nuovo per motivi di salute,

con il gatto in spalla e la casa in tasca,
per avere ancora più compleanni

e raccogliere foglie di piante mai viste prima,

neanche su google.

Partiremo di nuovo e di nuovo non avremo paura

e se ne avremo ce la terremo per noi

e sentiremo la nostra bocca parlare

ancora più strano.

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Dopo una trentina di chilometri, Sebastià e Tommaso sono immersi in un buio illuminato solo, a tratti, dai fari dei camion diretti in Portogallo. Ad Aliseda, trovano un uliveto appartato dove piantare le tende per la notte.
Stanno ormai per addormentarsi, quando sentono dei colpi sordi sul suolo intorno a loro. Tommaso opta per la strategia dello struzzo e si volta dall'altra parte: domani è un altro giorno. Per fortuna, Sebastià ha uno spirito più comanche ed esce dalla tenda per affrontare il nemico invisibile:
-Tregua, tregua! Non tirate sul ciclista!
Poco dopo torna in compagnia dei responsabili dell'agguato, tre giovani alamedapache: Sughero Vivo e i suoi uomini.
Fumando insieme il calumet della pace, Sughero Vivo spiega che le tribù di Alburquerque e Solorino vengono con il favore della notte a incendiare gli ulivi.
Extremadura.
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La finestra della mia nuova stanza del Poblenou dà su una piccola strada che si chiama Camí Antic de Valencia. C'è da supporre che un tempo quella strada portasse davvero a Valencia e mi piace pensare che fosse un continuo via vai di carri e viandanti, carichi di arance e verdura della Huerta Valenciana. Quasi come su un tapis roulant, bastava inseririsi nel suo corso e in un battibaleno si arrivava a destinazione. Tuttavia, Valencia dista dalla mia finestra del Poblenou trecentocinquanta chilometri abbondanti e oggi il Camí Antic de Valencia, dopo circa trecento metri, va a sbattere contro il supermercato Mercadona. È un reduce, il cammino, un mutilato di guerra, un frammento solitario di un'urbanesimo in disuso, e quella targa sulla parete che lo nomina pare una lapide, un cartello da museo o un'installazione d'artista metropolitano.
Per la regola dei corsi e ricorsi storici, mi pare tuttavia giusto segnalare che il Mercadona è di Valencia e vende frutta e verdura della Huerta valenciana.

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