Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Esistono a Barcellona, da molti anni, bar-ristoranti a prezzi modici, con pranzo a costo fisso per lavoratori e studenti e caffè corretto al banco per pensionati da mane a sera, di solito di proprietà di ormai "storici" immigranti galiziani (gallegos o galegos). Ebbene, in questi mesi stiamo assistendo a un fenomeno -certo non esclusivo di Barcellona- di sostituzione del barista con copia autentica cinese. Dico copia perché proprio di una sorta di procedimento di copia-incolla pare trattarsi: il bar, la sua decorazione, la nebbia del tabacco, i mozziconi lungo il bancone (sì, qui si fuma ancora) e i prodotti serviti sono sempre gli stessi e il cinese si comporta come se ci stesse dentro da sempre. Nato a Pontevedla, La Coluña o Olense, lui (A Coluña, Oluense, perdon). Ma non basta: l'altrettanto classico bar Montserrat, del PobleNou per esempio, messo su anni addietro da catalano fedelissimo alla sua santa patrona (la Madonnina nera di Montserrat, appunto) o da galego o andaluso cammuffato, è ora gestito da... cinesi, fedelissimi anch'essi alla vergine nera (la Velge de Montsellat), o cammuffati al quadrato. L'unica differenza è che, mentre tu ti guardi la partita del Bilbao contro il Valencia alla tv poggiata in alto sulle slot-machine, i cinesi se ne fottono e sul piccolo schermo del portatile dietro al bancone guardano un film cinese. A dir la verità, c'è un'altra differenza, solo per intenditori: non ho ancora visto nessun cinese neogalego passare l'intera giornata con lo stuzzicadente in bocca. E poi prova tu a far pronunciare ai cinesi carajillo*.
*Il caffè corretto spagnolo, su cui presto torneremo.
I
Bisogna essere testardi con due muli -uno non basta- per rimanere sotto il sole del pomeriggio nella steppa di Cáceres. Bisogna essere tedeschi. Bisogna essere eccentrici. Muli tedeschi eccentrici.
II
Cristo e i ladroni sono scappati dalla croce grazie a tre scalette di legno. Hanno lasciato la Palestina sulla vecchia Cadillac sgangherata di Pilato. I ladroni hanno manomesso le serrature della portiera, ma è stato Cristo ad avviare il motore. Un miracolo dei suoi.
III
Nel loro viaggio verso ovest, si sono ubriacati di vino, lanciando le bottiglie vuote dal finestrino della Cadillac. Li abbiamo visti tutti alla televisione, quando le pattuglie dell'impero li hanno "inchiodati" sulla strada di Lisbona. Sti teppisti.
IV
Ci sono sedie provviste di destino: ce n'è una, per esempio, su cui si sono seduti solo suicidi e assassini; su un'altra, vincitori di lotterie e imprenditori di successo; su una terza, tuo nonno, tuo padre, tu, tuo figlio, tuo nipote...
V
Gli aerei sono uccelli finti, albatros impagliati appesi al cielo con un chiodo. Quando cadono -sappiamo bene che prima o poi tutti i chiodi cedono- si rompono il naso come gli ubriachi.
VI
Queste e altre beffarde allucinazioni ci ha lasciato Wolf Vostell, mulo tedesco eccentrico, nel suo lavatoio di lana trasformato in museo di gesta umane, a Malpartida de Cáceres, sulla strada di Lisbona.
VII
Nei dintorni, in un panorama di laghi e pietre levigate, il sole cala arancione dietro i cavalli, i pali per i nidi delle cicogne, due muli, Tommaso e Sebastià.
Cáceres è beige. A ben vedere, tutto il medioevo era beige. Cáceres è una città medievale. Sotto gli archi della piazza principale, davanti alla sede dell'associazione dei pensionati, c'è un anziano arabo che vende cianfrusaglie e affini (invece di giocare a bocce o a golf). Cáceres è di torri quadrate. Sebastià e Tommaso sono stanchi come torri medievali. Hanno bisogno di un restauro dell'Unesco. Sui letti sfondati della pensione, cercano di riposare le ossa, i muscoli, i tendini, i legamenti, le mani (sì, le mani, sembra assurdo, ma dopo più di quattrocento chilometri in bici fanno male le palme delle mani) e tutte quelle altre cose che ti ricordi di avere solo quando fanno male. Tommaso e Sebastià dormono, sognano, passeggiano, mangiano, bevono; poi ridormono e risognano. Nella stanza della pensione scorazzano avvoltoi, conigli, tori e volpi, donne e dio, crescono sugheri e querce, serpeggiano piste e linee bianche sull'asfalto. Fuori dalle lenzuola, tira vento. Sul soffitto c'è la luna. Cáceres è beige. A ben pensarci, anche la luna è beige.
 Lungo la strada da Monroy a Cáceres non ci solo alberi a difendere dal sole a picco. Tra le stoppie che sembrano nascere già secche, solo un vecchio traliccio di cemento produce un filo d'ombra, dietro cui si nasconde un cavallo. È come nascondersi dietro un dito, farsi ombra con un dito. In lontananza, sulla sua collina, Cáceres è una meta agognata, un sogno di case dentro cui nascondersi.
E sarà di nuovo terra del Signore, come qualche notte fa. D’altronde, l’ha fatta Lui la Terra, no? Dico quella con la ti maiuscola. Ma prima di raggiungere la terra del Signore, la dehesa si fa notte, sogni, alberi spettrali, muggiti di tori immaginari, luce fioca di catarifrangente. Sembra la descrizione della Solitudine, quella con la esse maiuscola, quella che fa paura. Tommaso ha, da sempre, paura del buio. Immerso nell’oscurità gli vien voglia di dio. O di donna. Entrambi con la di maiuscola. Ma non ci sono donne da abbracciare nella dehesa, di notte, e a dio poco importa di abbracciare un ciclista qualsiasi, impegnato com’è. Allora bisogna farsi forza da sé, imprecare come i marinai contro dio, le donne e San Baronto, Santa Caterina e San Fermo, patroni dei ciclisti (San Fermo, soprattutto, non è male), spingere sul pedale con i polpacci duri come stoccafissi, pensare che Santa Birra da qualche parte ti aspetta. Effettivamente, dopo qualche ora di invocazioni, l’unica a rispondere è proprio Santa Birra, seduta in minigonna al bancone di un bar di Monroy. Dopo aver onorato la santa, Sebastià e Tommaso si accampano sotto una grande croce poco fuori dal paese. Terra del Signore, dicevamo.
Nel parco naturale di Monfragüe, el Señor Tiétar y Don Tajo, fiumi entrambi, si uniscono di malavoglia. Quanto meno il Tiétar, perché al Tago non gliene potrebbe fregar di meno e si vede. Tanto è lui ad avere la meglio, in barba all’affluente. Scorrerà ancora per chilometri e chilometri, fino a Lisbona, cambiando, per vezzo quasi umano, il nome in Tejo. Tuttavia, a Monfragüe, i due scavano nella roccia con reciproco disprezzo, formando laghi blu e alte colline di mirto, volpi e cerbiatti e rocce buone per gli avvoltoi. Su queste strade arrancano Sebastià e Tommaso, ciclisti testardi, gente di razza bastarda che non è né carne né pesce. Anfibi?
Valdeíñigos è il paese delle donne. Lo si vede subito dai piccoli giardini curati, dalle case bianche di candeggina, dalla targa sulla porta della piazza centrale: Asamblea de mujeres. Qui comandano la barista, la panettiera, la postina. La notte di luna piena è truccata da un'eclissi. Poco fuori dal paese, in un buio di spettri, Sebastià e Tommaso si accampano in una pineta, spaventando gufi, civette, allocchi e barbagianni. I cani abbiano alla luna storta. Sono paure ataviche ma vien voglia di mettere su un dolmen. Alla fertilità.
 Alla fine venne La Vera, direbbero il saggio, il centurione e l'imperatore. Oltre il fiume Tiétar, verso nord, lungo le pendici della Sierra de Gredos, un "corpo" inclinato di rocce, torrenti, pozze, prati e laghi. A La Vera ci si va in vacanza o in pensione: qui venivano infatti spediti a riposare le stanche membra i prodi che avevano servito nell'esercito di Roma; qui venne Carlo, per taluni quinto per altri primo, padre di Filippo il Geometrico, a spendere i denari della previdenza sociale del Sacro Romano Impero. In bicicletta, La Vera è un po' meno rilassante, visto il continuo e obliquo saliscendi orografico. Giù a valle, sui verdi prati lungo il Tiétar, pascolano in solitario greggi di pecore e montoni, forse anche loro in pensione.
 E ci siamo di nuovo: querce, sugheri, tori e conigli. La sensualità di Talavera de la Reina si allontana. Per Tommaso le città sono donne, tanto più se sono della regina, no? Avvolgono, inebriano, proteggono, allattano, seducono, zimbellano, scompaiono. A immagine e somiglianza delle donne, più che donne. L'immagine delle donne. L'immagine delle donne agli occhi dell'uomo. L'immagine delle donne agli occhi dell'uomo Tommaso. Le donne vere sono un'altra cosa. Il vento contrario risale il Tago e la pianura, spezza gomiti e ginocchia, prosciuga il sangue. Le bici sbandano lungo il sentiero, apparentemente piatto e rettilineo, verso Oropesa. Sono solo trenta chilometri, un'eternità col vento contro. Le labbra e il volto si seccano e spezzano: viene la faccia da marinaio, le mani di chi ha tirato funi e issato vele. Ormai è notte. A Corchuela (corcho in spagnolo sta per sughero), c'è una chiesetta fuori porta. Tommaso e Sebastià accampano in terra del Signore. All'alba si sentono gli spari dei cacciatori e le pernici cadere tra gli alberi. I cani abbaiano. La campagna, almeno questa volta, è uomo.
Juan Ruiz de Luna amava la terra. Diremo di più: amava frugare con le mani nella terra. Spesso, da ragazzo, all'imbrunire, scendeva al torrente con un secchio e ne raccoglieva manciate intere. In paese lo chiamavano la pequeña lombriz, il piccolo lombrico. La madre, preoccupata, ne aveva parlato con il parroco: sa, padre, mio figlio, va sempre in giro con un secchio pieno di terra... terra siamo, terra diventeremo, figliola.... ma non era cenere, padre?... non discuta, dica amen. A Talavera de la Reina, nel museo della ceramica intitolato a Juan Ruiz de Luna, Sebastià e Tommaso osservano la terra assumere forme e colori. Blu e verde. Poco lontano, oltre il Tago, c'è un piccolo giardino di melograni, arrivati fin qui dalla Siria o dall'Iraq. (Di questi tempi si fa un gran parlare di radici, no? Non volevo essere da meno).
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