Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 Al risveglio l'Alberche scorre sempre tra i pioppi. Lungo il fiume, una ragnatela di strade sterrate serpeggia tra i pascoli recintati. Asini, cavalli e muli. Tommaso, Sebastià e biciclette. Ancora conigli e pernici. Verso l'ora di pranzo, sotto un sole spietato, i nostri due arrivano a Cardiel de los Montes. Per fortuna due gelsi (proprio così, uno a testa) dalle ampie foglie creano un po' d'ombra nella piazza arrostita. Un ragazzino gioca a tennis contro il muro della chiesa. È difficile intuire l'anima di un luogo restando poche ore a sonnecchiare sotto un albero. Si rischia di inventarsela. Per Tommaso, Cardiel è dolcezza di silenzi e sorrisi: gli operai sulla statale augurano buon viaggio, la famiglia di ristoratori si aggira serena intorno al nuovo nato, un anziano col cappello di paglia indica la strada per Talavera de la Reina. Non è facile trovare dolcezza di questi tempi. Bisogna sonnecchiare sotto un albero, e magari inventarsela.Al risveglio l'Alberche scorre sempre tra i pioppi. Lungo il fiume, una ragnatela di strade sterrate serpeggia tra i pascoli recintati. Asini, cavalli e muli. Tommaso, Sebastià e biciclette. Ancora conigli e pernici. Verso l'ora di pranzo, sotto un sole spietato, i nostri due arrivano a Cardiel de los Montes. Per fortuna due gelsi (proprio così, uno a testa) dalle ampie foglie creano un po' d'ombra nella piazza arrostita. Un ragazzino gioca a tennis contro il muro della chiesa. È difficile intuire l'anima di un luogo restando poche ore a sonnecchiare sotto un albero. Si rischia di inventarsela. Per Tommaso, Cardiel è dolcezza di silenzi e sorrisi: gli operai sulla statale augurano buon viaggio, la famiglia di ristoratori si aggira serena intorno al nuovo nato, un anziano col cappello di paglia indica la strada per Talavera de la Reina. Non è facile trovare dolcezza di questi tempi. Bisogna sonnecchiare sotto un albero, e magari inventarsela.
 La bicicletta è un animale onnivoro, divora qualsiasi cosa contenga zuccheri, sali e acqua. Va pazza per la cocacola, l'acqua tonica, la gazzosa e le noccioline come gli elefanti dello zoo. Ad Escalona, paesone a picco sull'Alberche, stanno preparando la piazza per le feste taurine di San Rocco e della Madonna d'agosto. Mancano pochi giorni e l'emozione dell'attesa è palpabile e chiassosa. Luci colorate e recinti. Quella notte Tommaso sogna John Wayne che fa l'autostop a uno svincolo autostradale. La luna quasi piena è sola nel cielo.
 Il paese che li accoglie, stanchi e affamati, si chiama Villa del Prado e un cartello davanti alla locanda sulla piazza annuncia mezzo chilo di bistecca a dieci euro. Sebastià propone di spartirsene una, accompagnata da un'abbondante insalata. Il locandiere, affabile, dice: certo, va bene; poi si presenta con due mega bistecche. Come mai due? Bisogna ben mangiare, hombre! Ladro. Dopo la lunga siesta digestiva sotto un salice, per evitare le strade principali, Sebastià e Tommaso decidono di tornare verso l'Alberche, lungo una via secondaria che, secondo la mappa, conduce a un paese chiamato El Alamín, nome alquanto evocativo. Per diversi chilometri la strada scende asfaltata, poi smette di scendere e di essere asfaltata. Qui finisce la provincia di Madrid e inizia quella di Toledo. Di El Alamín, manco l'ombra; solo sterrata di sassi e sole che divora l'anima. Forse proprio per il clima, o chissà perché non c'era niente da fare, gli abitanti di El Alamín hanno deciso di andarsene altrove. Tommaso e Sebastià si fermano davanti a una cancellata chiusa con lucchetto. Un vecchio cartello ministeriale dice: El Alamín, prohibido el paso. Ora paese fantasma, seccato dal sole come il prosciutto, El Alamín venne fondato dagli arabi proprio lungo il confine tra le due Castiglie, quella vecchia, già cristiana, e quella nuova, ancora musulmana (e quindi non ancora Castiglia). Sul luogo si narrano storie di fantasmi e famiglie rivali che si sarebbero sgozzate a vicenda fino a farla finita una volta per tutti. Tutte balle, dice un vecchio che abita da solo poco lontano, se ne sono semplicemente andati tutti. Voi, siete rumeni? Rumeni?
All'alba le formiche, bestie caparbie e invadenti, circondano la tenda. Lunghe file nere vanno avanti e indietro nella sabbia. Popolo insonne. Sebastià dorme ancora e Tommaso osserva i folti pioppeti, intravisti spettrali la sera alla luce della luna, che segnano la confluenza del Perales nell'Alberche, fiume dalla bizzarra traiettoria. Nato a nord-ovest, sulle falde settentrionali della Sierra de Gredos, l'Alberche scorre a lungo verso Madrid, come le autostrade, per poi cambiare all'ultimo momento idea e curvare a V, quasi volesse tornare a casa spaventato dal traffico e dagli scarichi industriali. Così facendo resta quasi pulito, non si immischia e se la svigna verso sud-ovest, con tanti cari saluti al Guadarrama e a al Manzanarre.
Il fondo dell'Alberche è morbido e sabbioso, una sabbia inesorabile che invade i dintorni. I nostri ciclisti arrancano tra i pioppi, affondando piedi e ruote e ingoiando sabbia. Presto ogni traccia di sentiero svanisce e un piccolo gregge di capre e caproni li osserva torvo. I cani abbaiano in lontananza. Un villeggiante madrileno, vestito da indigeno apache per l'occasione, comunica loro che di lì non si va da nessuna parte: bisogna affrettarsi a guadare il fiume prima che arrivi la piena. Da un'ora circa hanno aperto la chiusa a monte. Biciclette in spalla i due attraversano la corrente già insidiosa per raggiungere sull'altra riva nuovi pioppeti, meno sabbiosi ma in compenso infestati di rovi. Con le gambe graffiate e sanguinanti, i pantaloni fradici e le bici coperte di sabbia, risalgono il pendio imprecando e sbucano finalmente in un sentiero lungo le vigne. I cani abbaiano feroci, strattonando le catene furibondi. Tommaso, sfninito dal caldo e dalla fame, gli spara con un fucile immaginario.
Oltre Brunete, la città non c'è davvero più. I nostri due ciclisti percorrono per ore e chilometri un sentiero sterrato immerso nella dehesa, terra di querce e sugheri, conigli e pernici in fuga, tori giganti scorazzanti, per fortuna, dietro robuste staccionate di filo spinato. Sebastià ha un debole per i tori e si ferma spesso a studiarne le forme. Tommaso preferisce i piccoli conigli che sfrecciano a destra e a manca. La campagna è un su e giù di dossi senza traccia di centri abitati. Il sole, basso e accecante, dritto davanti al naso, colora di ocra e poi d'arancio i tronchi delle querce e la terra secca. Dopo tre o quattro ore, raggiungono Villanueva de Perales, piccolo paese con un antico edificio in mattoni a raccontarne la storia di fiere signorie segoviane. Seduti sul muretto della piazza centrale, i nostri vengono apostrofati da una bambina sugli otto anni: vete a tu casa! Vai a casa tua! Mogi mogi, Tommaso e Sebastià reinforcano in fretta le biciclette e riprendono il cammino. Il sole sta ormai tramontando quando raggiungono la meta di questa prima tappa. L'accoglienza è rinfrancante, il cartello all'entrata del paese dice: vengas de donde vengas, seas bienvenido. Aldea del Fresno. Da dovunque tu venga, sii benvenuto. Villaggio del Frassino.
Oltre agli Zamorani e agli ex-Inca, la Grande Madrid è abitata da decine e decine di altre tribù. Una delle più numerose è quella dei Galiziani, o Galegos, giunti in massa dalla piovosa e isolata Galizia per cercare lavoro o aprire bar e ristoranti in città. Ed è proprio un membro di questa comunità a indicare a Sebastià e Tommaso la strada verso Brunete, al di là del fiume Guadarrama. Dopo qualche chilometro, l'immenso respiro di Madrid inizia ad affievolirsi e i boschi guadagnano spazio. Sullo sfondo, a nord, le sierre del Guadarrama e di Gredos si uniscono a separare la provincia di Madrid dalle ancor più alte terre della Castiglia settentrionale, province di Avila e Segovia. In centro a Brunete, una troupe cinematografica sta girando una scena in cui due persone vengono aggredite da un branco di cani immaginari. L'abbaiare degli animali è registrato, mentre due pacifici cani lupo sonnecchiano annoiati in strette gabbie. I vigili urbani, due anch'essi e apparentemente pacifici -non è chiaro se veri o in costume- stesi sul prato in perfetto stile Manet, corteggiano le ragazzine del paese. Il fascino della divisa si confonde con quello del cinema. Fiction.
Per la gioia postuma di Felipe II, il centro di Madrid è tuttora elegante e ordinato, raggiungendo la quasi perfezione nella rossa Plaza Mayor. I nostri due viaggiatori lo attraversano guardinghi e silenziosi, come è d'uopo all'inizio di un viaggio di questo genere, abitato dai fantasmi della possibilità. In direzione ovest, la città scende nella valle del Manzanarre, per poi subito risalire in quota verso l'immensa periferia urbana. L'intenzione, altro fantasma perplesso, è di raggiungere la campagna evitando, nei limiti del possibile, le moderne fortificazioni che difendono le grandi metropoli: tangenziali e svincoli, centri commerciali e industriali, zone dormitorio e lavori in corso. All'inizio l'operazione non sembra impossibile: il grande parco della Casa de Campo, antica tenuta di caccia dei re, accompagna i viaggiatori tra querce, roveri, pioppi, pini, frassini, cedri, laghetti, ruscelli, ciclisti bardati e uomini-jogging. Tuttavia, finito il parco, l'enigma-labirinto ricomincia. L'ideale sarebbe trovare qualche vecchio sentiero di transumanza, ma ormai anche il bestiame attraversa il mondo in tir e gli unici sentieri disponibili si arenano contro terrapieni o conducono a cantieri. La fortuna corre però in loro aiuto e un anziano sherpa della tribù degli Zamorani (Zamora si trova nel nord-ovest della Spagna) li guida lungo una mulattiera che attraversa un torrente in direzione nord-ovest verso Boadilla de Monte. Congedandosi, lo sherpa assicura che un tempo la strada conduceva a Boadilla, ma che ora non ne è più tanto sicuro. In effetti, il sentiero si interrompe subito contro una linea tranviaria suburbana, più a nord contro una zona militare protetta da fili spinati e infine verso ovest su un ponte in costruzione (quindi, come è logico, attraversabile solo tramite salto con l'asta). Ma i nostri eroi non demordono: sopravvissuti a stento a una rotonda di immissione autostradale, Sebastià e Tommaso finiscono prigionieri di un cosiddetto "Polígono industrial", forse sempre in omaggio al re "geometrico". Il sole è ormai alto nel cielo e non c'è traccia d'ombra nei dintorni, salvo sotto una scavatrice attorno alla quale si aggirano tre ex-inca, ora equadoriani-madrilenizzati. A domanda rispondono indicando in lontananza un centro abitato: Boadilla de Monte (si tenga presente che gran parte delle persone, pur vedendo le biciclette, dà informazioni per automobilisti. Dev'essere una sorta di psicosi del trasporto). Raggiunta comunque la cittadina (fingendosi automobilisti mediante sonoro brum-brum con la bocca), i nostri eroi si rifugiano sotto la tettoia di un bar a rifocillarsi e riposare le membra. La cameriera, ex-inca anche lei, è impegnata a tenere a bada un gruppo di connazionali ubriachi, forse ausiliari dell'esercito dell'ex (ex?) potenza coloniale di sua maestà Filippo II, di nuovo lui. Nella piazza si aggirano crocchi di giovani mogli sole, munite di minigonna, passeggino, barboncino e carta di credito. Boadilla è un accampamento, un prolungamento tumorale della città.
Shaphan il fenicio, nelle sue Memorie, parla di una terra, o isola, di canyon e conigli, posta "quale lingua in mezzo ai mari", laggiù a occidente. Nell'ormai introvabile Saga dei re e delle loro manie, pare che nel capitolo dedicato a Filippo II, il monarca venga definito "il geometrico" o "il simmetrico". Il buon Filippo, infatti, amava disporre cose e persone intorno a sé in modo graficamente ordinato: per altezza, distanza e/o altri principi misurabili. Grande importanza dava ai suoi cartografi, che consultava prima di prendere qualsiasi decisione, per insignificante che fosse. Ebbene, quando si trattò, nel 1561, di stabilire la nuova capitale del nuovo regno, ormai già impero, chiese loro di individuare il centro esatto della penisola. Obbedienti e fedeli, essi calcolarono coordinate e tracciarono diagonali, poi presentarono carte e risultati al sovrano. Qui, dissero. Su un altipiano a quasi 700 metri di altitudine sul livello del mare, sorgeva allora un borgo che era stato fondato ai tempi degli arabi col nome di Mayrit. Questo e molto altro racconta G., geologo torinese-calabrese, amante del buon vino e della buona cucina, mentre prepara la cena a base di coniglio in umido, a Sebastià e Tommaso, moderni viaggiatori appena giunti in città dalla lontana -e vicina- Barcellona.
Come è logico in terre di cunicoli e abbondanti falde acquifere, l'arrivo in autobus a Madrid avviene sottoterra. Sebastià il barcellonese e Tommaso il torinese vengono scaricati con le loro biciclette al terminal sotterraneo di Avenida de America, dove grandi ventilatori-nebulizzatori spruzzano acqua per alleggerire l'aria calda e secca d'inizio agosto. La Castellana, grande arteria che attraversa la città da nord a sud, in genere regno di clacson e improperi, è in quei giorni semivuota e i nostri eroi la possono percorrere allegramente in bicicletta.
Sulla parete dell'ingresso della casa dei loro ospiti, c'è una fotografia di Torino con la linea delle Alpi sullo sfondo. Tommaso, cuor sentimentale, la osserva ricordando che il suo viaggio, in fondo, non inizia oggi, né da qui.
Di palo in frasca, dopo leone, lince e lucciola, l’enciclopedia illustrata che Urbano sta traducendo è arrivata sulla luna. Non è molto lontana da casa la luna, ma neanche molto vicina. Per un traduttore, le distanze, tanto spaziali quanto temporali, si misurano in parole: quante parole ci sono dalla terra alla luna? Quante parole ci impieghi a lavare i piatti? E a leggere un libro? Lo stesso vale per i prezzi: quanto costa andare in Paraguay? Quindicimila parole, ventimila? Altrettante per fermarsi un mese, o forse più, sulle rive del Paranà, ad imparare il guaranì? Non c'è vita sulla luna, pare certo. Di conseguenza per il momento non servono traduttori. Dico per il momento perché presto anche quel povero pianetino verrà colonizzato, dagli americani in primis, che allora pian piano svilupperanno un moon english tutto loro, che all'inizio indignerà la regina, la BBC e addirittura il New York Times, ma presto verrà studiato, nasceranno una letteratura e un cinema, si pubblicheranno giornali e fumetti in moon english. Si mescolerà con il russo lunare, il giapponese lunare, lo spagnolo lunare, il francese accademico, ecc. Ci sarà anche uno che parla foggiano stretto e fa le pizze; e certo un catalano che fonderà il Circolo Lunare in difesa delle Minoranze Linguistiche Amics del Pep (el Pep è lui). Né potrebbero mancare un esploratore portoghese, un paio di mercanti olandesi, un drappello di arabi a cavallo in avanscoperta in nome di Allah, dieci missionari gesuiti, i soliti investimenti svizzeri, la tecnologia tedesca e coreana. E i cinesi? Quelli non si mescolano con nessuno e sono ovunque. Adesso però interrompo questo viaggio spaziale del traduttore che va sulla luna, perché ormai siamo alla emme, che è di mamma, di madrepatria, di metropoli, di Magnetismo Terrestre. Torno a casa in caduta libera gravitazionale. Prima telefono però, come ET.
12/05/2008 - pubblicato in Acqua
Un tipo ha raccolto da terra un grosso ramo di platano e se l'è portato al bar. L'ha appoggiato a una sedia e gli ha offerto un cortado. Gli amici hanno riso. La città è euforica. Piove. Gli ombrelli, rinsecchiti dal disuso, si strappano al primo angolo di strada. Improvvisamente, dal tetto di un palazzo antico, una lunga grondaia a forma di corno (lo strumento) prende a scaricare in strada un getto d'acqua come una fontana. La città trabocca. Piove. La metropolitana si riempie di secchi e segatura. L'acqua si infiltra in infissi, bordi, fessure e sbuca dappertutto, gronda sui binari del treno sotterrato. I cittadini se la indicano l'un l'altro con il dito come bambini con la neve. I gatti sono scomparsi. La città è zuppa. Piove. Il barcellonese medio ha con l'ombrello un rapporto di soggezione. Lo mantiene a una certa distanza -cosa che lo rende del tutto inutile- e/o lo afferra troppo in basso e quello si comporta come un aquilone e se ne va a destra e a manca, in balia del vento irregolare che batte le strade. La città è imbranata. Piove. La clorofilla scende dalle foglie e colora di verde i tronchi di platani e bagolari. Davanti al monumento a Fleming già cresce la muffa. Dal mare in burrasca piovono in città pesci (calamares a la romana, già impanati e fritti), alghe (per i vegetariani), sacchetti di plastica, calzini spaiati, orologi, chiavi e portafogli. La città è allagata. Piove. Con le scarpe completamente affondate nell'infida pozzanghera, che ha beffardamente sommerso le strisce pedonali, un uomo calvo attraversa zampettando la strada con un sacchetto di plastica legato in testa. La città è svitata. Piove.
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