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Sii in questo mondo come un semplice passante

Frammento di Hadit

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
27/02/2008  - pubblicato in  Buone intenzioni

C’era uno che non scriveva libri, non ne scriveva uno dopo l’altro. Non aveva scritto raccolte di poesie, né in rima né senza, né in verso libero né secondo complicati sistemi metrici asiatici medievali. Non aveva scritto diversi romanzi brevi e saggi e articoli su varie sfaccettature della realtà. Non aveva scritto neanche un romanzo lungo, di quelli promessi fin dall’adolescenza, romanzo corale e generazionale. Non aveva mai scritto copioni teatrali originali né adattamenti di opere classiche e moderne.
In uno dei suoi romanzi brevi più importanti non aveva immaginato se stesso, in gioventù, scrivere soggetti per fumetti d’avventura, il cui protagonista, uno svogliato investigatore, dedito all’alcol, appassionato di giardinaggio, abitava ad Algeri e “lavorava” a Barcellona. Hugo, così si chiamava l’investigatore, l’aveva perseguitato per anni. Se lo trovava coinvolto in un naufragio nella tazza di tè della colazione, mentre si faceva strada col machete tra la vegetazione dell’insalata serale, o lo inseguiva in sogno con un paio di cesoie in mano.
Solo da ubriaco lo lasciava in pace. 
In quanto ad argomenti, svariava molto, tanto da venire spesso accusato di opportunismo. Proprio lui che non aveva dedicato un saggio intero a criticare l’opportunismo. Maledetti invidiosi.
Ma adesso veniamo a parlare del romanzo lungo che non aveva scritto, la storia di una vita, il viaggio di un uomo, che qui presentiamo in nuova edizione critica. Si tratta di un libro di più di settecento pagine -e quanto fu difficile selezionare il materiale, che triste gettare alle fiamme più di cinquecento pagine di vita vissuta- che si intitola: Non ricordo più le cose che volevo dire.
Sono cose che succedono, non bisogna farsi abbattere. In fondo è normale, ci sono troppe cose da ricordare: di pagare l’affitto e le bollette, di fare la spesa, di chiamare quel collega tedesco entro domani (mi raccomando, che i tedeschi sai come sono fatti), del compleanno della zia (mi raccomando, che le zie sai come sono fatte).
Credo che ognuno di noi lettori si possa identificare con il protagonista di Non ricordo più le cose che volevo dire. Quante volte abbiamo avuto sulla punta della lingua la parola giusta nel momento giusto, eppure non siamo riusciti a rammentarla. Anche il nostro scrittore, d’altronde, era così. Lo si capisce subito; fin dalle prime pagine, si nota l’incertezza dell’autore nei confronti della sua storia. Non sto affermando che divaghi, nient’affatto; anzi, la coerenza del racconto è invidiabile, nessun ostacolo sintattico né semantico intralcia lo scorrere delle pagine bianche.

Nota dell’autore
Questo racconto potrebbe anche leggersi: c’era uno che non cucinava mai, oppure: c’era uno che non viaggiava mai. Nel primo caso i libri sono piatti, nel secondo luoghi.

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26/02/2008  - pubblicato in  Innesti barcellonesi

- Dov'è finito Ettore?
- È scomparso in un nugolo di maghrebini.
- Dai, per favore, dico sul serio!
- Te lo giuro, proprio qui, sotto casa.
- E adesso dov’è?
- Non lo so dov'è. Sarà in giro.
Ettore infatti è in giro. In questo momento avanza lungo calle Hospital accovacciato dietro una famiglia filippina, coperto alla vista di amici e nemici. Tutto intorno, un gran frastuono: i ragazzi pachistani colpiscono col bastone i rispettivi carretti di bombole di butano arancione. Le bombole. Il butano è incolore. L’aria profuma di cumino e d’agnello. Gli agnelli sfrigolano sulle braci.
C'è vento e Ettore si sente spinto come una barchetta di legno per le vie del Raval di Barcellona, con la giacca gonfia come una vela e le scarpe bucate (speriamo non piova). Da esperto navigatore urbano, mantiene il naso dritto come un timone, serpeggia tra i barconi da carico che servono i negozi sulle rive, evita con destrezza zattere di mamme e bambini. Ovunque sfrecciano nuovi e vecchi pedalò della costa azzurra o adriatica, canoe come a Bangkok, vaporetti veneziani, battelli di Istanbul. Improvvisamente Ettore viene speronato da un motoscafo modificato a energia solare, guidato da una giovane donna elegante, modello europeo anni dieci del XXI secolo.
Con un’abile virata, Ettore imbocca un canale più tranquillo, un meandro poco frequentato. Lungo una riva, all’ombra di un grande eucalipto, tre pescatori andalusi sonnecchiano davanti a un bicchiere d’anice. Poco lontano due donne gitane avanzano remando su barche cariche di fardelli. Vanno al mercato della Boqueria.
Sull’altra riva, poggiato a un gambo mozzo di palma, un uomo dai lineamenti slavi, con l’aria da operaio in pausa pranzo, legge un giornale in cirillico.
Ettore si sdraia sul fondo dello scafo e si lascia portare alla deriva. Davanti al Museo d’Arte Contemporanea c’è un ampio lago con onde artificiali. I ragazzi del quartiere ci vanno a fare surf e a incontrare le ragazze del quartiere. Anche qui il via vai di scafi e voci e incessante. La barchetta di Ettore scorre tra filari di magnolie e pruni rossi. Una biondissima ragazza islandese vende pane di farro ai naviganti. Si sentono le voci dei bambini di una scuola cantare una canzone marinaresca catalana: parla delle vie della Luna, della Tigre e del Leone. In alto, nello specchio del cortile del Centro di Cultura Contemporanea, si vede il porto.
- Pirati!
Grida la voce di un’anziana signora. Le hanno appena scippato la borsa. Il suo cagnolino spelacchiato abbaia indispettito. Da qualche anno il quartiere è mal frequentato. Prima, no. 
Un modernissimo motoscafo tutto antenne e lucine blocca la strada. È arrivata la polizia. Due energumeni –un energumeno e un’energumena- scendono dalla lancia. Occhiali scuri e mano al manganello.
-Documenti! Vogliamo tutti i documenti che avete!
Chi non ne ha si dilegua, cambia strada, torna indietro. Africani, cinesi, argentini e brasiliani. Meglio filarsela, anche a nuoto.
Improvvisamente, da una finestra, la voce della conduttrice del radio giornale:
- I corpi senza vita degli immigranti sono stati trovati da un pescatore di Fuenteventura che ha subito dato l'allarme. Tra gli scogli galleggia il fasciame della piccola imbarcazione che non ha retto alla tempesta della notte scorsa.

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24/02/2008  - pubblicato in  Nuovi lavori
Fin dall'inizio piangeva due volte alla settimana, in genere il martedì e la domenica. Il mercoledì e il venerdì, invece, mi passava davanti sorridendo. A modo suo era metodica.
Io, allora, lottavo invano contro la distrazione.
Qualcuno dirà che, nelle mie condizioni, distrarsi
era inevitabile. Da fermi i pensieri ristagnano e la mente produce vapori malarici. In movimento è molto più facile concentrarsi; ma io ero fermo, pressoché immobile.
A quei tempi ci si guadagnava da vivere con lavori surrettizi e spesso indecifrabili. A me era toccata questa posizione, un po' oscura, ma non troppo scomoda. Si trattava di un lavoro di contabilità, diceva l'offerta.
Dopo sei mesi avevo già contato duemilatrecentotre sguardi, di cui ottocentoquindici ripetuti. La compagnia era abbastanza soddisfatta dei risultati. Continui così, mi avevano detto.
Il problema era che io non ero più tanto sicuro di dire la verità. L'ho scritto, combattevo invano contro la distrazione. E nel mio lavoro, la distrazione è peccato. Confonde.
Devo fare più attenzione, non lasciarmi andare, mi dicevo, devo dare retta al mio psicologo e al maestro di yoga. La felicità è merito nostro.
Eppure, avevo quasi sempre la sensazione che la felicità si nascondesse proprio in quello schermo, nelle immagini a circuito chiuso, nei volti delle donne che mi passavano davanti.
-Si tratta -mi spiegarono durante il colloquio-, di contare le donne che guardano il nostro annuncio pubblicitario all'angolo tra la Gran Via e la Rambla de Catalunya. Una telecamera nascosta le riprende. Avrà a disposizione un ufficio, una scrivania, un computer e un programma informatico apposito.
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10/02/2008  - pubblicato in  Poesie dell'impostore
Adesso che vorrei parlarti con calma e offrirti un bicchiere d'acqua e uno di vino. Adesso che sei andata a vivere a Trebisonda, o chissà dove altro ancora, e scrivi poesie e non mi rimproveri più. Adesso che saprei spiegarti meglio, perché mi sono esercitato con la tua ombra, e forse finirei per non dirti niente e scrivere poesie di nuovo anch'io.
Adesso che hai detto alla tua faccia di ragazzina di farsi donna e ti sei regalata dei fiori, forse perché hai dimenticato che sono uno sbadato e scordo sempre di dire le cose importanti: te li avevo già comprati io.
Adesso che gli ospiti sono partiti, i miei e i tuoi. Adesso che ci hanno mandato le cartoline promesse. Adesso che ci siamo mandati le cartoline promesse.
Adesso che cerco di fare un po' d'ordine, togliere un po' di polvere dai libri, dai cd, dalle valigie che mi hai lasciato. Adesso che ho paura.
Adesso che mi sono improvvisamente ricordato di aver pianto, quasi sempre di nascosto, per pudore e per orgoglio. Adesso che nel fitto del bosco, come ci aveva ben predetto quell'altro, cerco di imparare a distinguere radici buone e cattive per non avvelenarmi. Adesso che rifaccio ogni mattina il trucco al mondo.
Adesso che ho nostalgia di te, di quella volta sul sofà, di quella foto a quel matrimonio, di quell'immagine di sposa di campagna. Adesso che mi si è guastato il tappeto volante, spero non ti offenderai se ti scrivo per dirti che adesso che vorrei parlarti con calma e offrirti un bicchiere d'acqua e uno di vino.
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02/02/2008  - pubblicato in  Buone intenzioni

Qualche anno fa mi imbattei nella storia di uno che nella vita conobbe moltissime persone e fu amico di quasi tutte loro. Per ragioni su cui non vale la pena dilungarsi, mi sono in seguito trovato a indagare la vita sociale di quest’uomo da un punto di vista statistico.
Ebbene, visse ottantacinque anni e conobbe millecentoquindici persone, settecentosette delle quali considerava amici. Prese con seicentoventuno di essi un totale di seimilacentoquindici caffè, quattromilatrecentodue birre, duemilaottocentoventisette bicchieri di vino (per mancanza di spazio, tralasceremo di distinguere le qualità di caffè, birre e vini). Con appena cinquantatre andò centoquarantaquattro volte al cinema, settantatre a teatro, duecentosessantacinque a concerti di musica varia, in piedi o seduto. Scambiò con ottocentoventinove, tra conoscenti e amici, cinquantamila ottocentotrentasei mail e ventisettemila trecentoquattordici telefonate. Durante le conversazioni, in presenza o al telefono, e tramite gli scambi di mail, trattò venticinquemila seicentododici volte del tempo –in settemila ottocentosei occasioni pioveva-, quindicimila trecentoundici volte di problemi familiari e affettivi, diecimila settecentosei di salute propria e altrui, settemila centoventisette di politica –quattromila cinquecentonove infervorandosi-, seimila ottocentodue di sport –seimila settecentocinquantuno di calcio, solo cinque volte di scherma-, tremila novecentoquattordici volte parlò o ascoltò di viaggi, tremila novecentosette di libri, duemila duecentosei di film…
Interrompo qui questa enumerazione per concentrarmi su un anno solo della sua vita, preso a modello: l’anno in cui compì 40 anni. Durante quell’anno prese centoquarantasette appuntamenti con novantatre amici –tralasciando quindi il dentista, il medico e gli impegni di lavoro, ma considerando invece l’avvocato e il barbiere, visto che riteneva di avere con loro un rapporto di amicizia.
Con il passare degli anni il numero di appuntamenti prese a ridursi. Gli impegni della vita adulta rendono sempre più difficile far coincidere orari e luoghi. Inoltre, poiché invecchiava senza sosta, cominciò a temere che non avrebbe più visto alcuni dei suoi amici.
Le somme si trasformarono in sottrazioni. Si spaventò pensando che di molti forse non avrebbe neanche saputo la fine, né loro la sua. Negli ultimi anni di vita, ogni volta che si guardava allo specchio, gli sembrava di scorgere una traccia di una delle millecentoquindici persone che aveva conosciuto.

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Nella notte tra venerdì e sabato, la polizia ha arrestato quattordici persone, dodici pachistani e due indiani, nella mia via e in altre del quartiere. Sono accusati di terrorismo e detenzione di esplosivi. 
Ieri, sabato, tonando dal lavoro, ho trovato la strada affollata di microfoni e telecamere. Salito a casa ho visto l'inacidita signora del bar di mezza via imprecare al telegiornale nazionale contro Maometto e i suoi seguaci. Mi sono sentito al centro dell'attenzione mediatica. Ero sovraeccitato.
Ieri sera la polizia ha transennato una pasticceria. I detenuti sono stati portati a Madrid per essere interrogati all'Audiencia Nacional.
Decido, dato che è domenica mattina, di fare un piccolo esercizio di salute spirituale. Spengo la televisione e apro le finestre sul cortile. Non sulla strada, sul cortile.
Mi domando: che cosa ne so io del Pachistan?
Mi proibisco wikipedia e google.
Provo a radunare qualche dato.
Un paio di anni fa la mia amica Vasca da Gama, di Lisbona, di passaggio a Barcellona dopo un lungo viaggio per l'Asia, mi raccontò che a Lahore, al confine con l'India, c'è un mercato dei sogni (o delle storie, forse fa lo stesso). Ogni venerdì, o sabato, o settimana, mese o anno, non ricordo. Ci devi andare, mi disse, col suo fare da avventuriera, e non volle spiegarmi altro.
A Peshawar invece, ma forse era altrove, pur essendo uscita di casa coperta e velata, dovette rientrare subito, dato che le stavano piovendo addosso pietre e improperi. Donna in strada senza marito, fratello, padre, cugino? Ma stiamo scherzando? Ci mancava questa! Non c'è più religione! Che indecenza! Dove andremo a finire? Una donna in strada da sola? Incredibile, il mondo alla rovescia...
Più di dieci anni fa, alla stazione di Ivrea, dove all'epoca andavo ogni giorno per lavoro, mentre aspettavo il treno per Torino, scambiai qualche parola in inglese con un ragazzo grande e grosso, in elegante cappotto cammello, che mi aveva chiesto un'informazione. Era di Islamabad e studiava economia in Italia. Credo che la i iniziale sia la sola cosa che hanno in comune Ivrea e Islamabad.
Poi so che il Pachistan ha la bomba atomica, che il Kashmir non è solo una stoffa, che dalle neorepubbliche dell'Asia centrale dovrebbero arrivare, attraverso l'Afghanistan, gasdotti e oleodotti per l'India e l'Indonesia. So che le scuole dei simpatici Talebani si trovano lungo la frontiera con l'Afghanistan e che l'ISI, i servizi segreti pachistani sono potentissimi e coinvolti in quanto di marcio avviene nella regione. So che tutto questo c'entra con gli attentati di New York, Madrid, Londra, Algeri, Istanbul, ovviamente Baghdad, Kabul ecc. ecc. e con tutto il teatrino d'agghiacciante guignol con l'Iran, la Palestina, Israele ecc. ecc. Tutto sulla pelle della gente comune, quella che va al mercato o al lavoro e salta per aria, ma anche quella senza speranze, destinata a essere vittima per sempre del Grande Gioco che dura da più di un secolo.
Dicono che Herat, in Afghanistan, sia una delle città più antiche del mondo. Qualcuno sa che cosa ne resta? Qualcuno c'è stato che me lo possa confermare? 
Poi so che nel nord ci sono le montagne dell'Hindukush, i 7.708 metri (Atlante Geografico Metodico DeAgostini, Novara) del Tirich Mir e altre vette ancora più alte.
Ci ricordiamo del terremoto dell'anno scorso, di due anni fa? Dove avvenne? Quanti morti? Quanti sfollati? E quanti sfollati dall'Iraq in Siria o in Giordania? Migliaia di persone ad arrangiarsi, mangiare, fare figli, sognare.
Per ritrovarsi magari tutti un venerdì o sabato o domenica, al mercato di Lahore, a vendere e comprare.
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08/01/2008  - pubblicato in  Nuovi lavori

Ricordo che alcuni anni fa due soci ebbero un’idea balzana. Fondarono un’agenzia d’attesa. Proprio così: si chiamava l’Inattesa e sulla targa fuori dalla finestra al primo piano campeggiava una sedia con la scritta: aspettiamo con o per te.
In un’intervista che lessi allora per ragioni di lavoro, uno dei due soci affermava di aver finalmente coronato un vecchio sogno, dato che fin da ragazzo aveva voluto, come tutti, sfruttare le proprie doti personali. Egli, infatti, sentiva il rumore del tempo che passa. All’inizio ne aveva avuto paura, poi aveva imparato a convivere con questo suo talento e a sfruttarlo per ingannare il tempo, mi si scusi il gioco di parole, durante le interminabili attese dal medico o dal dentista, all’anagrafe comunale o all’ospedale, in aeroporti e stazioni. Semplicemente ascoltava il rumore del tempo che passa. Come è naturale, l’autrice dell’articolo gli domandava quale fosse dunque il rumore del tempo che passa. Senza esitare l’uomo l’aveva paragonato allo scorrere di un fiume, alle diverse correnti longitudinali o trasversali di un fiume, quasi come se fossero molti fiumi in un unico fiume, ognuno con la sua voce. A questo andavano aggiunti l’ondeggiare delle chiome delle alghe e lo scodinzolare e saltare di tutti i pesci di tutti i fiumi, lo sfregare delle lenze nell’acqua e sui sassi, il chiasso dei bagnanti, il fruscio delle imbarcazioni a vela o a remi e il lampo di quelle a motore.
Al termine della spiegazione, non ne rimase però soddisfatto. Non è proprio così, aveva aggiunto, è quasi così.

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C'è uno che dice che è superman.
C'è un altro che dice che è babbo natale.
C'è un terzo che non dice niente e guarda solo.

C'è uno che ha una telecamera e riprende tutti.
C'è un altro con la cataratta che gli chiede che cos'è successo.

C'è uno che passeggiava il cane di un altro ed è passato di lì per caso.
C'è un altro che porta un bue che dice che fa scoregge non inquinanti.

C'è uno, premuroso, che ha portato un fascio di sterpi per accendere il fuoco.
C'è un altro, cauto, che dice che non si possono accendere fuochi con tutto quel legno intorno.

C'è una bambina con un asinello di peluche che dice: è mio.
C'è un vecchio con la passata di pomodori fatta in casa dalla moglie, buon'anima.

C'è uno che quest'inverno gli hanno fregato le scarpe.
C'è un altro che quest'inverno se n'è andato ai Caraibi.
(Infatti non c'è, scherzavo).

C'è uno che canta
(c'è sempre uno che canta).
C'è uno che dorme
(c'è sempre uno che dorme).
C'è quello con le pecore
(c'è sempre quello con le pecore).

C'è uno zoppo con le ali finte da angelo.
C'è il pagliaccio del McDonald.

C'è una chiromante che vende biglietti della lotteria per il nuovo anno.

(In un battibaleno sono arrivati la radio, la televisione, internet; ancor prima il sindaco, il presidente, la first lady -devotissima, assicura al microfono e sul suo sito personale, tanto a superman quanto a babbo natale)
.

C'è un torrente.
C'è un ponte sul torrente.
C'è
una collina.
C'è una valle.
C'è una palma.
C'è
un ulivo.
C'è
un abete innevato in Finlandia.
C'è del muschio, c'è della carta stagnola.
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19/12/2007  - pubblicato in  Poesie dell'impostore
dato che finalmente
sai camminare senza incertezze su una fune,
sai mangiare con le mani e dormire sul culo,
sai camminare per la città con i guai in tasca,
sai stare con disinvoltura nel posto sbagliato,
sai essere indipendente come dice Ikea,
sai dare un'informazione in inglese, (per esempio, se uno ti chiede:
-Excuse me, do you know where is the right place?
sai dirgli: 
-No, I don't.
I am not from here),
sai scordarti di salutare, anche di dire buone feste,
sai essere saltuario, anche con te stesso,
sai dare abbracci pericolanti,
sai ricevere abbracci pericolanti,
sai fuggire correndo all'indietro,
sai parlare con ladri e gendarmi,
sai tornare a casa da solo,
sai sparire il venti del mese,
sai amare il cinque del mese,
il cinque di cuori e il cinque di picche,
con la stessa intensità,
sai dire hola e adiós,
sai voltarti dall'altra parte,
sai ridere di quasi tutto,
sai piangere di quasi tutto,
sai dormire poco,
sai lasciar perdere, soprattutto questo,
sai lasciarti perdere,
allora, buon compleanno
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Dati l’ora solare alle porte, l’imbrunire in arrivo e i primi freddi, Urbano, amico mio fraterno, consiglia di conservare i ricordi come segue: 

1. I ricordi di mare possono essere congelati e tenuti in ghiacciaia.
2. I ricordi di montagna verranno messi a seccare tra le pagine di un libro o avvolti in fogli di giornale.
3. I ricordi felici vanno sotterrati perché germoglino in primavera.
4. In genere conservare i ricordi più fragili e delicati in luogo fresco e asciutto.
5. Ci sono ricordi che è meglio tenere lontano dalla portata dei bambini.
6. Ci sono ricordi con cui è invece auspicabile far giocare i bambini.
7. C’è chi ordina i ricordi nei cassetti, con i fazzoletti ben piegati, o in cartelline di documenti. 
8. C’è chi preferisce sparpagliarli per la casa e ogni tanto ci inciampa o gli dà un calcio e finiscono sotto gli armadi.
9. Esistono ricordi pręt-à-porter che conviene avere sempre in tasca o in borsa, a portata di mano.
10. Esistono ricordi in formato doc, jpeg, java, pdf, ppt, conservabili in pc o mac o USB.
11. I ricordi piccanti sott’olio, quelli carnosi sott’aceto, quelli umidi sotto sale.
12. I ricordi ingombranti meglio chiuderli in scatoloni o casse in cantina o solaio. Occhio però alle tarme.
Avvertenza. Chi dovesse trasportare ricordi illegali, può servirsi di valigie a doppio fondo, stive di navi o ingerirli prima di partire per poi…

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