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Sii in questo mondo come un semplice passante

Frammento di Hadit

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
22/09/2007  - pubblicato in  Innesti barcellonesi
Ieri, in occasione del concerto dell'Orchestra di Piazza Vittorio in Avinguda de la Catedral a Barcellona, s'aggiravano tra la folla i consueti birrevendoli pachistani, cinesi, indiani (potrebbero metter su un'orchestra anche loro, l'Orquestra de l'Avinguda de la Catedral). A differenza del solito, però, pochi vendevano la birra che tutti i barcellonesi portano nel cuore (e nel fegato), la latta rossa, poi oro, poi di nuovo rossa della stella che ha sempre indicato la casa ai naviganti catalani (della Mortiz parlo dopo, lo dico ai tifosi della Moritz, che sono come quelli dell'Espanyol con y greca, o quelli del Toro o del Genoa, del Manchester City, del West Ham). No, ieri niente Estrella. La piazza pullulava di pack di cerveza rinchiusa in lattine argento-granata (forza magico Toro!), senza nome o dal nome volutamente immemorabile, provenienti da chissà quale magazzino non ancora loft del Poble Nou, scantinato di Santa Coloma, stiva di bastimento ancorato al porto battente bandiera del Somaliland, capanno di un vivaio di rose del Maresme, container scaricato nottetempo nella Zona Franca.
Ogni commento è superfluo sulla qualità della birra Immemor, prodotta probabilmente al confine pacoafghano dai talebani per minare alla base la decadente società occidentale.
Torniamo piuttosto alla disputa Moritz-Estrella Damm (marca catalana fondata da olandesi, come il Barça), e notiamo che non è che una scaramuccia locale della più ampia guerra delle birre condotta in Spagna dalla Cruzcampo sivigliana (brutta fama ha invece quella madrilena), la Mahou di Madrid e la San Miguel (donde va triunfa) di Lleida del gruppo madrileno-catalano (anvedi tu) Mahou-San Miguel appunto, che appartenne per un po' alla Danone francese (che nel 2005 vendette il 7% degli yogurt mangiati in Cina, stando al suo sito), la Alhambra di Granada e la Estrella de Galicia, birre per intenditori queste ultime, s'intende, e molte altre che qui non citerò alla facciaccia della par condicio e del politically correct.
La fugace apparizione poco sopra della Danone, nonché l'osservazione dell'attuale contingenza economica mondiale, ci portano a pensare che la Guerra della Birra vada ben oltre le frontiere spagnole, convolgendo il mondo degli yogurt, generando orrori quali il veliero con bionda patinato della Peroni-Nastro Azzurro romana, nonché la birra stessa, del gruppo statunitense Sab-Miller. Non possiamo certo dimenticare il mitico baffo della Moretti fiulana, le serate nei centri sociali a bere Dreher triestina e Prinz (tutte e tre Heineken, come la Messina e la Ichnusa sarda). Cito ancora la Menabrea, birra biellese controllata dalla Forst di Merano, che negli ultimi anni fa furore a Torino, proprio come a  Barcellona il ritorno della Mortiz, avvenuto qualche anno fa dopo decenni di silenzio, poi la pianto che sembro Grillo.

ps bello il concerto.
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09/09/2007  - pubblicato in  Buone intenzioni

La mappa che Urbano ha disteso sul pavimento di piastrelle a figure rosse, grigie e bianche della casa del Raval di Barcellona, parte da una strada sterrata che da una collina, attraverso boschi di castagni, querce e frassini, conduce a un lago. Urbano la segue con un dito. Davanti a mappe, carte, piantine, si sente un vero viaggiatore, un esploratore come Brazzà, che da Udine attraversò la giungla per andare a Brazzaville in Congo, come un piccolo Marco Polo in tempi di GPS, fondatore di città come Alessandro e Augusto, ma virtuali (quante Urbanopolis si contano sul mappamondo!), trafficante di schiavi, schiavo lui stesso, poi liberto, amante di una principessa decaduta (che oggi assume le fattezze della farmacista di Sant Pau), mercante di seta e porcellane (e papaveri) dall’Asia, ebreo errante, olandese volante, inviato speciale, scrittore di viaggi, cartografo maiorchino, missionario gesuita, poeta, navigatore e santo.
Qualcuno dice che sul fondo del lago ci sono secoli, se non millenni, di storia. Qualcun altro dice che invece non c’è quasi niente, perché ogni anno il Comune lo drena. I primi al paese li chiamano i Fantasiosi, i secondi i Cinici. Tra Cinici e Fantasiosi, ogni San Lorenzo, festa patronale, si svolgono tornei di calcio, bocce, tiro a segno, ballo di coppia, scacchi, ramino, domino, sputo del nocciolo dell’oliva e altre discipline. La rivalità non impedisce comunque a Cinici e Fantasiosi di lavorare e ubriacarsi insieme. Si contano addirittura coppie miste: lei Cinica lui Fantasioso, lei
Fantasiosa lui Cinico.
Il paese è gemellato con un altro paese vicino a un altro lago. I due paesi distano molti chilometri l’uno dall’altro. Sulla strada che li separa (o unisce, come preferite), ci sono, nell’ordine: un alto e frondoso platano, vecchio di un secolo, sotto il quale vive un matto che dice di esserne il figlio; una grande città, vecchia di un millennio, dentro la quale vivono più di un milione di matti che dicono di esserne i figli; una catena montuosa difficile da oltrepassare da cui scende un ampio e lungo fiume: sulle pendici dei monti e lungo le sponde del fiume sorgono templi di fogge diverse, dedicati a divinità incaricate di svariati compiti (dall’agricoltura alla ginecologia, dalla medicina omeopatica alla psichiatria, dalla protezione di viaggiatori e marinai alla distillazione di liquori, fino alla benedizione di bambini con acqua o con fuoco); vi sono poi un circo di donne barbute, venditori di sogni e unguenti miracolosi, ballerine alate, domatori di chimere mezze uomini e mezze animali e altre incredibili attrazioni; cinque zone di frontiera transitate su e giù da trafficanti di sigarette, magliette, elettrodomestici, elettricisti, sarti e fumatori; distese di campi coltivati a grano, orzo, segale, alfalfa, girasoli, granoturco; distese di terre coperte di boschi, abitati da lupi, cinghiali e orsi, o di sterpaglie popolate da pulci, formiche, topi e cani randagi.
La mappa che Urbano ha disteso sul pavimento di piastrelle a figure rosse, grigie e bianche della casa del Raval, sembra adesso assumere la forma di un aquilone, poi di una stella, una cupola, un piede. Tutto sottosopra, Urbano la piega a farne una barca, un aereo, una rana gigante. Non contento del risultato, la ridispiega sul pavimento. Ora la mappa però è piena di pieghe e strappi. Nelle pieghe si sono infilati profughi e clandestini e dagli strappi sono passati stormi di uccelli migratori.
Difficile raccapezzarsi in questa giungla di segni. Chissà come avrà fatto Brazzà in Congo? Avrà chiesto in giro:
- scusi, per Brazzaville?
- la fondi pure là.
Gli avrà risposto un abitante del bosco indicando una radura lungo il Congo.
I vecchi dicono che non bisogna mai dimenticare da dove si viene. Certo, pensa Urbano, anche se a volte sarebbe più utile non dimenticare dove si va.

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09/09/2007  - pubblicato in  Stralunati
Seduto sotto il portico del cortile, con aria sorniona e fare mistificatore e reticente dovuto al carattere e all’età, nel dialetto strettissimo di Castellamonte, raccontava più o meno questa storia: "La campagna di Russia di Hitler", e del prode alleato Musolesi (grazie Bonvi), "non era stata un gran successo. Ripiegati su Berlino, non sapevamo mica cosa fare. Eh già, le cose andavano mica bene ai tedeschi lassù! Io sapevo guidare il camion. Mi hanno dato un camion di quelli lì dell'esercito, con due cannoni per lato che bum, li usavano per deforestare. Bombardamenti ne avevo visti, ma di quelli a tappeto mai. Diu faus! Venivano giù dappertutto, veniva giù tutto. Io avevo il camion, eh! Ma non sapevo dove passare, le strade erano distrutte. Poi veniamo a sapere che lungo la ferrovia verso est forse si passa. Là ci sono i russi. Sono passato sulla ferrata. Avevo il camion pieno di gente. Tutti salivano su".

A questo punto il racconto subiva varianti, a volte passava da Praga, altre no. Certo, non era un viaggio organizzato. L'improvvisazione porta un sacco di disguidi, ce lo ripetono sempre: turista fai da te? Ahi, ahi, ahi!

"Dopo il Brennero la gente ha cominciato a scendere dal cassone. Erano stremati, non si mangiava niente da giorni. Sono scesi i veneti, i lombardi, l'ultimo l'ho lasciato a Torino, alla stazione di Porta Susa.

Con quel bestione, per fare le curve per Castellamonte, ne ho dovute fare di manovre. Quando sono arrivato là, mio padre non mi ha riconosciuto: pesavo 40 chili, ero via da anni, mi avevano dato per morto. Ma la vecchia no, lei non aveva mai voluto la messa. Sapeva chi c'era in queste braghe".

Finita la guerra -e quante volte ho sentito questa storia da anziani italo-argentini o italo-brasiliani- non c'era niente da fare. Al più riempire le buche dei bombardamenti. Era tutto complicato. "Per un po' ho lavorato col camion. All'inizio volevano portarmelo via. Eh no, eh, scherziamo mica! Poi lì con gente di lì siamo andati in America, a New York", o a Chicago, "e da lì a Santo Domingo. Ah, Santo Domingo!".

Si interrompeva. Pensava alle donne e alle spiagge dei Caraibi. Manco ci fosse andato in vacanza quindici giorni.

"C'era la bauxite, concessione governativa agli americani".
Uno si chiede come sia possibile attraversare il mondo in questo modo parlando solo il dialetto canavesano di Castellamonte. Poi però basta vedere l'Ernesto gesticolare raccontando la sua storia e la domanda scompare da sola.
"Quando sono tornato qui, a vivere con la mia dolce tre quarti, ho preso a guidare le corriere di Lourdes. Quelle con le signore che mi riempivano il bagagliaio di taniche d'acqua santa. Eh no, signore mie! Qui ci vuole il cognac per quelli della frontiera! Lo so bene io.
Gli affari che fanno i preti laggiù! L'hanno pensata giusta, sono furbi quelli lì".

L'Ernesto è morto ieri a Piverone, nel suo e mio Canavese.
Certo, mistificatore lui e mistificatore io, mi sa che tra tutti e due qui abbiamo raccontato un sacco di fregnacce.

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Ricordo che quand'ero piccolo e con i miei genitori e mio fratello lasciavamo il posto di villeggiatura estiva, partivo regolarmente con un groppo in gola e le lacrime agli occhi. Perché partire è un po' morire e perchè da un giorno all'altro scompare un luogo che per qualche tempo è stato la tua vita: le tue passioni, le tue delusioni, la tua inquietudine vi avevano trovato alloggio, si erano sistemate in scorci tutti tuoi.
C'è in questo molto del sentimentalismo mio personale e comune a molti italiani. Andiamo in un posto, scherziamo, ridiamo, facciamo i coglioni e i pestiferi tutto il tempo e alla fine, quando si tratta di partire, piangiamo come bambini. È il melodramma nazionale, la farsa di Pulcinella napoletano e Arlecchino bergamasco, in cui mi riconosco e che, con la dovuta e forse intrinseca ironia, difendo.
Ebbene, oggi si tratta di congedarmi da Istanbul, città che prima non ero mai riuscito a immaginare davvero e che tutt'ora non riesco a immaginare.

C'è un posto dove voglio tornare oggi prima di partire. L'unico posto tra quelli visitati che è riuscito a trasmettermi una sensazione di quiete. Si tratta della Süleymaniye Camii, la moschea di Solimano il Magnifico, opera di quel genio dello spazio e delle forme di Mimar Sinan, grande architetto imperiale del Cinquecento ottomano, autore anche della bellissima Selimiye Camii di Edirne.
Sotto le cupole, i porticati e nei giardini di Mimar Sinan credo che anche Arlecchino e Pulcinella si siederebbero a gambe conserte e la smetterebbero di far casino.

ps. Le bilance non sono in vendita. Servono proprio per pesarsi. Uno va a spasso, mangia qualcosa, e gli viene improvvisamente il dubbio: non sarò ingrassato? No problema, amico: per mezza lira va via ogni paranoia.
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Ho capito da cosa scappavo. È bastato fermarmi un attimo sugli scogli davanti al mar di Marmara e osservare. Ho capito cosa cercavo. Cercavo un posto, un anfratto dove fermarmi; scappavo al movimento frenetico della città. Perchè qui nessuno sta mai fermo, sono tutti in costante, perenne, agitazione. Solo la mattina presto c'è una relativa quiete. Dalle dieci in poi prendono a camminare come forsennati, guidare come pazzi (mamma mia!), si siedono, si alzano, gesticolano, gridano, parlano. Tutto quanto insieme e tutti quanti insieme. Cosa facciano esattamente è un mistero: portano le cose più improbabili, spesso avvolte in fagotti improvvisati, da una posto a un altro, le spostano, le poggiano, le riprendono. Nei bar i camerieri perseguitano tazze e bicchieri: non fai tempo a finire il tè che ti portano via il bicchierino. Ho visto tazze e piatti portarsi via da soli terrorizzati. I vari venditori sulla strada -giovani e vecchi- non stanno mai seduti più di tre minuti nello stesso posto: si alzano, girano intorno ai loro prodotti, si siedono dal lato opposto; si rialzano, prendono il cellulare, lo pastrocchiano un po', si voltano a destra e a manca, si risiedono, accavallano le gambe, le ridistendono, si aggiustano i lacci delle scarpe, la camicia, l'orologio, tamburellano le dita, la penna, il piede. Anche davanti al mare, sugli scogli dove pensavo -illuso- di aver trovato un momento di tranquillità, sono subito arrivati in cento, duecento, trecento, e non crediate che si sdraino rilassati a contemplare il mare; macchè: cinque minuti su uno scoglio, cinque su un altro; zompettano, saltellano, dicono, se ne vanno, ritornano, si tuffano, se ne vanno di nuovo. Nevrosi cittadina senz'altro, come a Parigi, ma alla turca. Dieci, docici, sedici, diciotto milioni di abitanti. Non sanno neanche bene quanti sono perchè non riescono a contarli: provate voi a contare un gruppo di anche solo 50 individui che si spostano sempre di qua e di là. Mi domando: ma dormiranno ogni tanto? Non credo, piuttosto a un certo punto, a metà dell'ennesimo gesto incosulto, svengono, cadono a terra, in jeans sotto il sole cocente, sognano qualche nuova cosa da fare, si risvegliano e via: ne fanno un'altra ancora. Anche gli oggetti sembrano muoversi allo stesso modo, per inerzia. E tutto questo movimento è maledettamente contagioso, per questo per tre giorni non ho smesso un secondo di camminare. Ogni volta che mi sembrava di trovare un angolo tranquillo, una panchina libera (e non sono mica occupate da vecchi o fannulloni, nient'affatto: uno si siede, fuma mezza sigaretta agitando un braccio, una gamba, scuotendo il collo poi si alza, se ne va e ne arriva un altro, fuma mezza sigaretta dicendo qualcosa a un passante e via dicendo, in loop), ecco arrivare mezzo quartiere per una partita a pallone, a scacchi, a domino, tutti e tre gli sport giocati con lo stesso agonismo fisico e verbale. Lo stesso agonismo con cui si fanno le code, si sale o scende dai battelli, dagli autobus, dai tram.
Tutto ciò ha indubbiamente una certa efficienza. Per forza la mattina le strade sono sorprendentemente pulite: basta uno spazzino per quartiere. Dai a un turco (per lo meno un turco di Istanbul) una scopa e ti pulirà il mondo, lo diceva già Archimede (che era greco, per quanto siciliano, e li conosceva bene). Non parliamo poi di strumenti più aggressivi delle scope: persino a Edirne, che in Spagna o Italia sarebbe una deliziosa e sonnolenta cittadina di provincia, in due giorni, nella sola strada dell'albergo, ho visto scavare almeno tre fossati. E tutto perchè a uno gli hanno dato in mano un martello pneumatico! Scellerati!

ps. Forse ho individuato il responsabile di tutto questo. C'è un uomo anziano ad Aksaray che vende telecomandi. Ne espone almeno un centinaio sul suo lenzuolo tra passanti, autobus, tram, taxi, macchine. Forse è lui che a una certa ora dà il via a tutto. Bisogna arrestarlo al più presto (impossibile, è già scomparso, tempo di voltare un secondo lo sguardo e non c'è più. Al suo posto il nipote, o pronipote).
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Ieri ho preso il tram e sono andato oltre il Corno d'oro, a Beyoglu, lungo il Bosforo di Besiktas, Yildiz, Ortaköy, e a Tesvikiye, dove i cani e i gatti non sono più randagi, ma dispongono di padrone, i marciapiedi sono interi, le case anche, i negozi e gli abitanti eleganti, i veli pochi, l'alcol (vino, birra, vodka) esposto in bella vista nelle vetrine, i candidati alle elezioni senza baffi (persino una ragazza bionda), i parrucchieri fashion, i prezzi anche (non che il resto della città sia economico). Ho anche visto un paio di transessuali litigare nevrotici.
Intorno alla piazza Taksim, lungo Istikal Caddesi, via pedonale di negozi alla moda e consolati (trovato anche il locale Istituto Italiano di Cultura), Istanbul è la Parigi dei Campi Elisi, la Barcellona del Passeig de Gràcia (solo un po' decadente, ma non dimentichiamo che Barcellona si è rifatta le tette da poco), affollata di gente a passeggio o seduta ai tavolini dei bar. Qui, greci, inglesi, francesi, italiani, svedesi sono già tornati, sotto forma di studenti, turisti, multinazionali ed altri espatriati per ragioni varie.
Ho camminato per due ore nel parco di Yildiz, un bosco di platani, pini, bagolari, ippocastani, palme, mi sono perso nei sentieri disturbando uccelli e coppiette. Ho passeggiato intorno al laghetto e ho sbirciato nelle serre di felci e altre piante che non conosco. Ogni tanto intravedevo il Bosforo e i porti asiatici. Oltre il parco, in cima alla collina, una grande zona militare protetta da filo spinato e soldati armati di fucile (un cartello avvisava in più lingue di non fare foto nè dipingere). Nei pressi, alti palazzi ospitavano gli appartamenti dei militari e delle loro famiglie.

Alla sera sono sceso dall'Otel verso il mar di Marmara e ho camminato esausto lungo le bancarelle del pesce fresco, i ristoranti gremiti di clienti festanti. Camminavo, camminavo per inerzia, cercando di trovare non so cosa o di sfuggire a non so cosa, il piede ancora dolorante, inseguito da una città troppo grande per le mie piccole gambe e piccole tasche.

Mi sono addormentato sfinito.

Se ieri sera la melodia di questo viaggio toccava note stonate, pifferi di demoni, ecco che stamattina Istanbul mi ha sorriso profumata, preso in braccio per farmi riposare il piede e cantato una struggente canzone turca in accordi minori. E il gentilissimo ragazzo di questo internet caffè continua a offrirmi tè. Pace. Maledetta città umana e disumana, pace.
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Man mano allargo il mio territorio e scopro cose nuove, per esempio che la città la mattina è molto più pulita e profumata; che alcuni taxi non sono gialli, ma arancioni, come capita con certi tuorli d'uovo; che di venditori di pannocchie ce n'è che le fanno abbrustolire, bollire o tutti e due; che più in periferia altri carretti vendono piatti di riso e ceci e eventualmente una coscia di pollo, altri ancora cartocci di pistacchi; che il narghilè si può fumare con gli amici davanti alla porta di un vetraio o di un ciclista; che la città è invasa di tavolini bassi con sgabelli dove bere il tè (nero); che le bilance (e quando parlo di bilance, non mi riferisco a oggetti che la nostra estetica moderna ritiene carini, quasi d'antiquariato, pittoreschi, ma alle classiche bilance da bagno anni 70) vanno per la maggiore soltanto in centro città; che l'albero più diffuso è il cipresso, ma sono molti anche i platani, i noci e al porto di Eminönü ci sono due piccoli pini solitari in balia delle brezze.

In un giardino a Sultanahmet ho visto uno scrivano camminare in circolo nervoso attorno a un tavolino con la macchina da scrivere in attesa di clienti. A pochi passi giornalisti, macchine foto e telecamere circondavano una giovane donna molto elegante e moderna e apparentemente sicura di sè, forse un avvocato importante o una donna d'affari implicata in un affare d'importanza televisiva.

Nella moschea di Fatih un giovane in ginocchio davanti a un leggio imparava a memoria i versi del Corano in arabo, ripetendoli insieme al suo maestro; qualcuno pregava; i bambini scorazzavano indisturbati sui tappeti; due ragazzine completamente vestite di nero e velate mi hanno chiesto allegre di scattare loro una foto davanti alla porta. Loro non hanno avuto paura di me, io non ho avuto paura di loro: le nostre donne svelate sono spesso molto più diffidenti. Tutto intorno alla moschea, era il paradiso dei gatti randagi: resti di pane, ossa, croste di formaggio.

Da fumatore ho intimamente riso molto quando, sbirciando dentro una farmacia, ho visto la farmacista fumare beata dietro il bancone, alla facciaccia del nostro novissimo moralismo europeunito!

È tempo di elezioni e qui la faccenda si manifesta come ovunque con cartelli, bandierine e proclami, ma anche con furgoncini che scorazzano per la città emettendo musica a tutto volume.

Verso sera, stanco morto, ho ancora preso il tram fino a Karaköy per il mio ormai tradizionale incontro col tramonto sul Corno d'oro. Il cielo era stato coperto tutto il giorno e la luce di perla grigia, ma la sera le nubi sono scomparse e camminando a ritroso sul ponte di Galata verso Eminönü ho visto il sole nascondersi dietro Eyüp, lasciando una scia di sè, una melodia, sul profilo della città e sulla superficie crespa dell'acqua. Il cielo era verde, poi blu, poi nero o forse tutto questo insieme. Le luci delle case ricamavano ogni orizzonte, unendo nel ricamo le moschee che pian piano s'accendevano. L'incantesimo era così forte che anche le acciughe, incantate, si lasciavano prendere più facilmente all'amo dei pescatori del ponte, così come gli sguardi delle donne presenti, occhi che poi inutilmente cercavano di fuggire tra le stelle sott'acqua.
Ho visto una giovane donna sola ballare quasi inconsapevole seduta al tavolo di un ristorante; con il cuore spaventato, non ho potuto far altro che scappare a mangiare un resto di panino sotto una scala di ferro arrugginita della stazione di Sirkeci.
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Ce l'ho fatta. Ci sono riuscito. Vivendo a Barcellona ho imparato quello che tutti gli abitanti delle città turistiche (quelle grandi, ma anche Venezia) sanno, o dovrebbero sapere: i turisti di massa stanno tutti negli stessi posti e per scansarli basta svoltare l'angolo (a Barcellona ancora mi stupisco di quanto i vicoli paralleli alla Rambla siano spesso completamente vuoti). Allora l'ho fatto, ho svoltato l'angolo, sono sceso da Çemberlitas verso il mar di Marmora e ho subito trovato una Istanbul più intima: piazzette e viuzze, vecchie case di legno, bambini che giocano per strada, mamme che chiacchierano sulle panchine, sulla porta di casa, da una finestra all'altra, laboratori di falegnameria e sartoria negli scantinati e soprattutto il mare, il porto dei pescatori, gli scogli e il mio sorriso da bambino felice che cerco sempre; ancor più quando viaggio.
Grazie a quel sorriso ho dimenticato la stanchezza, fisica e mentale, il dolore al piede ferito, la solitudine della folla. Sono sceso di uno strato, ho camminato per ore e ore senza fermarmi mai, fino a Fener e Balat, sul Corno d'oro, quartieri di case basse che erano l'uno greco e l'altro ebreo (degli uni e degli altri ne restano, tanto per cambiare, pochissime tracce: una sinagoga che non ho trovato, una chiesa di ghisa fabbricata a Vienna e spedita lungo il Danubio e il grande edificio liberty del patriarcato ecumenico ortodosso) e ho scoperto che per quanto pur sempre sbrindellata, la città è anche azzurra, rossa, verde, gialla; i carretti di venditori di pannocchie si dividono in quelli che le arrostiscono sul fuoco e quelli che le fanno bollire in un enorme pentolone; le limonate sono buonissime; le bilance davvero una passione irrefrenabile e le collanine, i braccialetti e affini si producono negli scantinati o sui marciapiedi davanti alla porta di casa.
Ho anche scoperto, col rischio di prendermi un accidenti col vento che tira verso sera sui battelli, sui ponti e sul litorale, che il Corno d'oro al tramonto diventa proprio d'oro, finchè una fila di nuvole leggere provenienti dal nord non ha coperto il sole di leggera foschia, come cenere, e il Corno d'oro è diventato d'argento, poi di nuovo d'oro, poi di nuovo d'argento e così via finchè la brezza non è diventata davvero troppa e sono scappato come un gatto verso un tè (bir çai lütfen, che tengo freddo).

ps 
Nota blu: per quanto riguarda i greci e gli ebrei scappati, sono sempre più convinto che le città abbiano un'indole -ognuna la propria- che alla fine l'ha vinta sulle follie della storia. Se Istanbul ha indole di città aperta -e data la sua situazione geografica non potrebbe essere altrimenti-, i greci, gli ebrei, i serbi e i bulgari torneranno. E magari anche i genovesi a Galata. Salam, belin
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12/07/2007  - pubblicato in  Coast to coast (da Bilbao a Istanbul)
La stazione degli autobus enorme e gremita di gente, un formicaio di macchine, autobus grandi e piccoli, taxi gialli, anzi giallissimi. come tuorli d'uovo (el rovell de l'ou, nois!). La stanza dell'albergo curdo Yalçin Otel a Aksaray con le lenzuola e le tendine blu e oro. La doccia che é un tubo di gomma collegato a un apparecchio a resistenza e perde sempre. La strada dell'albergo invasa da altri alberghi analoghi e centinaia di negozietti di ricambi auto. Il mar di Marmara scorto al fondo della via. I marciapiedi sbrindellati. Le case sporche, annerite. Il tram modernissimo che risale la cittá verso il centro monumentale annerito anche lui. Negozi, negozioni e negozietti. Banchi, banconi e banchetti. Venditori di ciambelle, carte telefoniche, limonate, acqua, braccialetti, collanine, calamite, pannocchie di granoturco (mica per caso turco), bilance (una sola bilancia in genere. Ma questo l'ho giá visto a Sarajevo e a Edirne. I musulmani vanno pazzi per le bilance usate? Perché? Le usano forse per pesare i sacchi di grano, riso, mais, semi di girasoli, mogli e figli, che qui vanno a peso anche loro? Perché un uomo che trova una bilancia usata si mette subito per strada a venderla sicuro di fare un affare?). Un lustrascarpe di Ankara che mi lucida le scarpe di tela per dar da mangiare, dice, ai suoi dieci figli (che stanno ad Ankara a fare un cazzo, mi domando io?. Qui, ma certo non solo qui, pare che il valore di un uomo si misuri non in base, che so, al lavoro o alla sensibilitá o la cultura, ma alla quantità di sperma che ha diffuso in giro a creare infelici, o per lo meno che dice di aver diffuso). La polizia dappertutto, i soldati anche. I giapponesi e gli spagnoli anche. Un uomo senza gambe che canta come un usignolo, nel senso che proprio imita il verso dell'usignolo. Donne velate e svelate (ma le piú svelatissime in genere sono spagnole). Turisti che fotografano prima ancora di guardare. E fotografano tutto, dico proprio tutto: ho visto piú persone trasformate in macchine fotografiche ambulanti inquadrare con l'obiettivo (obiettivo?) il volantino con le spiegazioni storico-artistiche di Santa Sofia , i piccioni di Sultamahmet, il compagno di viaggio immortalato nello storico e irripetibile gesto di estrarre una bottiglia di coca-cola dalla borsa. Sono seriamente preoccupato dalle condizioni in cui versa la psiche umana. E poi tutto questo turismo di massa, cultura di massa, comunicazione di massa, a furia di ammassare non finiranno di nuovo in stermini di massa? Il Bosforo blu, il Corno d'Oro blu e oro, il ponte di Galata fitto di locali alla moda al piano basso e di pescatori di minisardine al piano alto. L'odore rivoltante di immondizia, l'aria fresca che arriva dal mare verso sera come una benedizione, come il colore commovente del profilo della cittá al tramonto, come la splendida voce (e mica sempre è bella) dei muezzin delle moschee vicino all'albergo.
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10/07/2007  - pubblicato in  Coast to coast (da Bilbao a Istanbul)
Il titolo non tragga in inganno nessuno. Non si tratta di una valutazione estetica. Nient'affatto. Piuttosto di un riferimento al classico gesto di estrarre la lingua e mostrarla al prossimo tuo.
Un paio di anni fa ricordo di aver letto un brano di Elias Canetti ne Le Voci di Marrakech in cui parlava dell'opacità della lingua araba parlata dai cantastorie della piazza Djama al Fnaa. Opaca per lui che non la capiva, ovviamente.
Ebbene, una delle principali difficoltà in questo mio viaggio sono proprio le lingue, prima il serbo, poi il bulgaro e ora il turco. Per me poi, abituato fin da piccolo a leggere avidamente ogni scritta che mi appare davanti agli occhi: dalle istruzioni dei detersivi in bagno ai segnali stradali, cartelloni pubblicitari, graffiti murali e via dicendo, manco vi cercassi le ragioni della vita stessa, è stato davvero faticoso. Faticosissimo in Bulgaria, dove tutto, dico tutto, è scritto in cirillico (comprese cose di base, come i nomi delle città e delle vie, le scritte uomini e donne sui bagni pubblici, i menù dei ristoranti). In più i Bulgari, come i Greci credo, scuotono la testa da destra a sinistra per dire sì. Provate voi ad arrivare trafelati e carichi di zaini alla stazione di Sofia e cercate il treno in partenza immediata per Plovdiv (in cirillico ovviamente), quando poi credete di averlo individuato, chiedetene conferma alla signora sul binario (tra l'altro provate a dire tre volte di fila Plovdiv) e questa vi scuote la testa con aria anche un po' sconsolata. Riuscireste a non piangere?
Arrivato ora in Turchia, la lettura si è finalmente semplificata, ma ho capito subito cosa significa lingua indo-europea. Almeno il serbo e il bulgaro (a parte il cirillico), da buone lingue indoeuropee, hanno una seppur vaghissima somiglianza con le lingue occidentali a me note. La lunghezza della parola, una determinata logica comune nel costruire la lingua. Sì si dice Da, No, Ne. Col turco, invece, niente da fare. Parole lunghissime e composte si dipanavano lungo la strada dalla frontiera fino a Edirne, senza lasciarmi neanche il gusto di intuire qualcosa. Sì di dice Evet, No, Hayir.
Fin qui la lingua scritta (con in più sta maledetta i senza punto dove noi abbiamo la i sulla tastiera. Avete idea di quante fottutissime i ci siano in Italiano?).
Per quel che riguarda la lingua parlata, stendiamo un velo pietoso. Da tre giorni, salvo qualche raro anglo-parlante, non dico altro che buongiorno (in turco Merhaba, per memorizzarlo ho composto mare in francese e fava in spagnolo), arrivederci
 (Hosçakal, pronuncia osc-ciacal, osso dello sciacallo), per favore (Lütfen, un po' come l'aviazione tedesca) e grazie (per fortuna si può dire merci, perchè la parola turca originale non mi sta nell'unico povero neurone superstite)
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