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Non bisogna essere spaesati

P. Gobetti

\\ Home Page : Storico : A la manera d'antan (in bici tra Lleida e Huesca) (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Sono emozionato. Quando? Problemi del presente narrativo. Sono emozionato allora a Graus, perché è l'ultimo giorno, l'ultima tappa del viaggio; sono emozionato qui adesso a Barcellona, perché è l'ultimo capitolo di questo secondo viaggio, prolungamento, specchio, diario di viaggio: cuaderno de bitacora.

Saluto Albert e m'incammino (m'impedalo). C'è il sole e la luce è limpida, di montagna ad agosto. La strada è più o meno in discesa, anche se in bici le strade sono molto meno in discesa che in macchina. Per una ventina di chilometri sono costretto a tenermi sulla strada principale, trafficata. Anche da camion, che in bici in discesa in montagna fanno un po' paura. Soprattutto in galleria. Appena ne imbocco una, pedalo che sembro spidigonzales. I camion fanno molta paura, sono predatori di biciclette. Attraverso però, questa volta col sole, la splendida gola aperta dall'Esera.
Visto il fiatone e altri postumi ripenso alla cena di ieri sera, ad Albert, a Carmeta, a Salva il guardiaboschi, un ragazzo che sa di piante e di persone, alla birra, al fumo, a...
Smaltisco i postumi in sudore.
Finalmente devio in una strada secondaria, in salita però, almeno all'inizio. Attraverso il Canal de Aragon y Cataluña, che tante volte avevo visto sulla mappa. A Graus ho riparato le mie camere d'aria bucate, potrei anche seguire il canale. Ma la mia strada è un'altra. Torno a casa.
La gola si apre in ampie vallate e colline, tornano i frutteti: mi fermo a raccogliere una foglia di melocotogno, una di pesco.

Arrivo a Monzón con due ore d'anticipo sul treno per Lleida. Gironzolo (pedalonzolo) per il centro storico abitato da gitani, magrebbini e neri, soprattutto bambini.

In venti minuti il treno mi porta a Lleida. Ho un'ora di pausa, poi tre ore e fischia per Barcellona. Pedalonzolo per Lleida. Mangio pane formaggio e prosciutto su una panca osservando le donne di Lleida, sempre eleganti e belle, capelli scuri, pelle chiara.

Treno serie 445, delle ore 17.75 per Valencia, Murcia, Alicante. In ritardo di tre minuti. Riconoscono i treni come li conoscessero di persona. Sanno tutto loro, uno in particolare, di Girona (sono un po' saccenti, a volte, i gironesi). Sono sei ragazzi, seduti accanto a me, impossibile dormire. Per tre ore e mezza parlano di treni e nient'altro. All'inizio penso che siano pazzi, maniaci, fissati come quelli delle moto, delle macchine (o della letteratura). Dopo due ore e mezza di chiacchiere ininterrotte, di compilazioni di tabelle orario, comincio a sospettare che qualcuno li paghi.
Sono i Misuratori di Treni. Ragazzini mandati in giro a seminare statistiche. Il terrore mi invade. Non sono loro i pazzi.

Poco prima del tramonto, smonto dal treno alla stazione del Passeig de Gràcia. Sono avvolto di gente. Dove sono? Scappo a casa con la mia collezione di foglie. Forse un giorno troverò dove piantarle, un orto. Per il momento mi barrico in casa, metto i sacchi di sabbia alle finestre contro i turisti. Per il momento ho viaggiato.
 
Un bruco gira due volte su se stesso e diventa farfalla. Su un ramo dell'alta quercia, regina dei boschi, sono appollaiati un gufo, una civetta, un barbagianni, un allocco. Da una roccia sulla scarpata un avvoltoio scruta la valle. Picchi, pettirossi, poiane, funghi e licheni. Un fiume attraversa una gola tra boschi di pini, uno scoiattolo mangia una ghianda, un rospo salta nello stagno. Un uovo si schiude.

Trascorro due giorni a Graus. La mattina mi alzo, prendo la bici e scendo in paese dal campeggio. Faccio colazione in un bar della via principale. Lo gestisce la Carmeta, una ragazzona di Barcellona fuggita dalla città quando sono nati i suoi figli. Non è l'unica, anche tre delle cinque cameriere vengono dalla città. Finita la colazione vado a trovare Albert nella chiesa dei Gesuiti. Ogni giorno trovo una novità: l'abside si popola di piante e animali, i fiori crescono, dalla parete pendono nuovi uccelli. Albert dipinge, costruisce, taglia, incolla, traccia, sempre appeso al carrello della gru. La superficie dell'abside, mi dice, è grande come un campo da tennis: per quanto dipinga, aggiunga, appenda, sembra non riempirsi mai.

Sono mesi che Albert è impegnato in questo lavoro. Ad aprile -io stavo con le pezze al culo- mi aveva affettuosamente affidato l'incarico di cercare immagini della flora e fauna dei Pirenei. Un giorno di giugno è passato da casa con una bozza all'acquarello. Mi piacciono molto gli acquarelli di Albert, la loro luce, il colore lieve, le forme apparentemente senza confini. Poi a luglio è stato fuori Barcellona, vicino ad Igualada, al paese della sua famiglia, a costruire e dipingere gli enormi pannelli nell'aia. Infine ad agosto la prova dei fatti. Graus. L'abside.
La Chiesa della Compagnia di Gesù, sconsacrata, è stata destinata dal comune a ospitare il Centro de Interpretación del Pirineo, sorta di museo e centro studi dedicato ai Pirenei. Allo studio grafico di Albert a Barcellona è stato assegnato l'abside. Flora e fauna dei Pirenei, andiamo ragazzi!

In tarda mattinata vado a spasso per il paese vecchio, i suoi portici, i suoi palazzotti neoclassici, neoarabi, neorinascimentali. Raggiungo la porta meridionale e svolto a destra verso la salita della rocca. Il sentiero si inerpica, ma in breve raggiungo la Basilica de la Virgen de la Peña. Da lassù si vedono tutto il paese e la sua valle solcata dai fiumi Esera e Isabena, che proprio a Graus si uniscono. In lontananza, ancora una volta, i Pirenei, come compagni di viaggio, come sentinelle, protettivi e imponenti, minacciosi, pieni di venti, streghe, banditi.
Davanti al sagrato della chiesa un'enorme olmo blu. Sì, blu. Ha il tronco spaccato, aperto in una grande ferita e mezzo svuotato. Un fungo sta uccidendo gli olmi spagnoli. Il buco nel tronco è stato riempito di detriti per rinforzarlo. Esternamente il tronco è blu di verderame. L'olmo è vivo, malato ma resistente, di buona tempra.

Un sentiero mi porta in cima alla rocca, sotto il Cristo volante benedicente. La valle si apre ancora, dietro le montagne altre montagne e altro vento.
 
Piove a dirotto, le strade sono torrenti d'acqua. Albert parcheggia il furgoncino di fronte alla Chiesa della Compagnia di Gesù, a Graus. Salendo in macchina a Barbastro mi ha fatto vedere ridendo la chiave del portone della chiesa: un chiavone di ferro grande come un martello. Modello gesuita per l'autodifesa dai briganti, che queste terre hanno da sempre infestato.

Graus si trova una trentina di chilometri in salita a nord di Barbastro, oltre una serie di gole formate dal fiume Esera nelle prime e decise avvisaglie pirenaiche. Il passaggio di Albert è stato provvidenziale. Ora deve tornare in chiesa a lavorare, lo accompagno e scarico l'adrenalina perlustrando ogni sala, nicchia, chiostro. Dal portico del chiostro della Chiesa dei Gesuiti, oltre le cortine d'acqua del nubifragio, si intravede aggrappata alla roccia la Basilica de la Virgen de la Peña.

Albert sale sul carrello della gru nell'abside e riprende a lavorare. Mentre aspetto che smetta di piovere, mi siedo contro una colonna e comincio, per la prima volta durante il viaggio, a trascrivere sul quaderno (cuaderno de bitacora, diario di viaggio) le cose viste finora: il treno lascia la costa e si svuota, il Canal d'Urgell, i frutteti, Lleida, Andreu mangia le crocchette... l'erba medica, il cielo plumbeo, la fame, la chiave della Chiesa dei Gesuiti di Graus
 
Ogni viaggio ha il suo apice, la sua catarsi, il suo momento epico. Dormo un sonno pesante di stanchezza, ma pieno di segni, di voli bassi di rondini, vento e burrasca. Le previsioni sono pessime: pioggia battente sulla Catalogna e l'Aragona orientale. Mi sveglio sotto un cielo plumbeo, dal balcone vedo le strade bagnate e gli ombrelli dei passanti trascinati dal vento. L'alba è passata da poco.
Lascio la vecchia casa dei nonni di Miguel all'inglese, senza salutare, e alla portoghese, senza pagare. Ci siamo salutati ieri sera. Le notti di Miguel e Mireia e della piccola Adriana sono tormentate, me ne vado in silenzio mentre riposano tutti e tre nella luce cupa del temporale. Prima di uscire mangio una pesca e un po' di pane e formaggio. Riempio d'acqua la boraccia.
Per il momento non piove. Percorro le vie di Huesca affollate di reduci bianchi e verdi dell'ultima notte di festa. Coppie che si baciano sedute per terra negli angoli, gruppi che si avviano verso una colazione che concili il sonno. Cerco e trovo la stradina sterrata per l'Ermita de Salas. Huesca si allontana lentamente alle mie spalle. Penso a Miguel e alle sue scelte morali, alla sua lotta quotidiana epica e donchisciottesca allo stesso tempo. Scelte che ammiro, responsabilità che non sono in grado di assumere. Devo molto a Miguel: dal letto che mi ha regalato quando presi la mia prima casa alla Barceloneta e su cui ancora dormo, alla voglia di riscoprire le cose piccole, lente, antiche, come una volontà di salvezza, l'altra faccia della medaglia della crisi. E' stato Miguel, qualche anno fa, a cavarmi fuori città e mostrarmi la meraviglia di un albero o della storia di una vallata, antidoto contro la fretta e l'esotismo tanto di moda.
Appena raggiunta l'Ermita de Salas, buco di nuovo. Cambio la camera d'aria un po' preoccupato: è l'ultima, il tempo è pessimo e oggi mi spetta la tappa più lunga: 60 chilometri fino a Barbastro. Abbandono le strade sterrate e pedalo sull'asfalto. Di nuovo controvento. Come una maledizione, il vento tira da sud-est. Io dove vado? A est. Che culo.
Invece, dopo qualche chilometro il vento si fa più lieve e pedalare un po' più facile. Vorrei comprare pane e companatico, ma mi accorgo presto che l'impresa è ardua. E' ferragosto e l'unica cosa commestible alla mia portata sembrano essere l'erba medica che mi circonda, le mandorle che pendono grosse dagli alberi. Un paese dopo l'altro, Monflorite, Fañanás, Pueyo de Fañanás, Blecua, Antillón, Pertusa, a cinque o dieci chilometri l'uno dall'altro: niente bar, niente panetteria, solo gatti e avvoltoi sotto il cielo plumbeo, qualche squarcio di sole, qualche abitante o villeggiante s'incammina verso messa. Sono paesi minimi, del colore delle mandorle, come la terra che li circonda, come la chiesa romanica che li sormonta. La Striscia è terra di chiese, monasteri, conventi.
La strada secondaria prosegue ondulata, breve salita, breve discesa, breve piano, onde lunghe. La mente vince la fame e il territorio silenzioso e deserto si fa magico. Volo memore e immemore di tutto nell'ebrezza del movimento. Tutto è semplice, tutto è vita, fiumi e canali.

Dopo un secolo, trovo un gelato e una coca cola. Poi di nuovo ebrezza e fame. Gli ultimi otto chilometri per Barbastro mi costringono a salire, scendere, risalire. Infine raggiungo la cittadina come l'avessi conquistata. Sono felice. Mangio a lungo
 
La Striscia era in effetti un cuscinetto di sicurezza del regno franco, che s'era visto arrivare i musulmani fino a Poitier e non aveva certo intenzione di ripetere l'esperienza (per ironia della storia, oggi sono tornati in massa e hanno più volte messo a ferro e fuoco Parigi).
Che algarabia dove esserci allora in questa penisola, che confusione! Il latino delle Sacre Scritture, l'arabo dei vesetti del Corano, l'ebreo della Torah e del Talmud nelle sinagoghe. A Toledo sorgeva la grande Scuola di Traduzione del Califfato, nelle logge e nelle corti venivano stilati documenti bilingue o trilingue e la gente comune si arrangiava mescolando latino, arabo, basco, goto e catalano. Nelle Asturie e in Galizia si gestava il portoghese.

Inizialmente stretto tra le parlate navarre e aragonesi, il castigliano si fece lentamente e inesorabilmente spazio, diffondendosi in gran parte della penisola. E poi del mondo.

Miguel mi passa il quaderno su cui stava scrivendo. La prima pagina racconta: quando, 22 mesi fa, nacque nostra figlia decidemmo di chiamarla Gratal e di lasciare un quaderno sulla vetta perché i passanti vi lasciassero una dedica. Questo è il quarto quaderno da allora.
Miguel ha scritto un'intero epigramma in latino in cui Marziale dà consigli per una vita serena. Oltre al latino di Miguel e Marziale, ci sono messaggi in varie lingue. Per quanto mi sprema le meningi, non mi viene niente di epico né lirico, quindi lascio un saluto in italiano. Buona fortuna, Gratal.

La discesa ci costa più fatica della salita. Ci perdiamo tra i rovi. Arriviamo a Huesca stanchi e affamati. Domattina riparto
 
Dall'alto del Pico Gratal osserviamo i campi di cereali della piana di Huesca. Alle nostre spalle s'innalzano le vette pirenaiche. Mentre Miguel scrive a lungo su un quaderno trovato lassù in cima, guardo sulle pendici i boschi di querce e bosso, le rocce ricoperte di timo e di una pianta che in spagnolo si chiama cojin de monja (cuscino da monaca), dato che appare soffice allo sguardo, ma è dura e spinosa al tatto. Sopra e sotto di noi volteggiano gli avvoltoi.

Dev'essercene stato da mangiare per gli avvoltoi da queste parti in passato.
Huesca fu musulmana per circa tre secoli, ma quassù in montagna l'islam venne cacciato quasi subito e le campane delle chiese delle valli suonarono a lungo nelle orecchie dei rappresentanti del califfo in città.
Da qui, dalla fascia settentrionale della penisola iberica che va dal Mediterraneo alla Galizia, iniziò la famosa Reconquista (Una riconquista di sei secoli non è una riconquista, scrisse il filosofo Ortega y Gasset). Nel corso di sei secoli i piccoli regni cristiani della costa atlantica e dei Pirenei dapprima resistettero all'islam e in seguito occuparono tutta la penisola, salvo Granada che fu conquistata solo nel 1492.

Guarda caso -le mosse della chiesa solo sempre storicamente illuminanti, d'altronde il regista è uno bravo-, proprio lungo questa striscia passa il famoso Cammino di Santiago, dato che le ossa dell'apostolo Giacomo stavano proprio quassù (ma va? la carne se l'erano magnata gli avvoltoi?) e ci avrebbero senz'altro pensato loro a difendere queste terre dai maomettani.

Santiago Matamoros. Santiago Ammazzamori.
 
Come spiega il commento in aragonese al capitolo precedente, non fu Sancho Ramirez a far di dieci (o più) teste un batacchio, bensì il suo figliolo Ramiro II, detto il Monaco, uomo di chiesa. Però, secondo me, a Sancho Ramirez sarebbe piaciuto; è noto che i padri affidano ai figli i compiti che loro non sono riusciti a svolgere.

Il Museo d'Arte di Huesca è un piccolo gioiello ospitato nel palazzo dell'antica Università Sertoriana. Permette un breve ma intenso viaggio dalle incisioni rupestri alle avanguardie storiche (espressione alquanto contraddittoria, dico io, soprattutto per i pessimi effetti che produce sull'attualità). Meravigliose le icone o pale d'altare romaniche e gotiche. Un legno e un colore che, credo, ci piacerebbe usare di nuovo, in questi tempi confusamente e banalmente spiritisti.

Per me il momento ideale per visitare un museo è al mattino, dopo una buona colazione e un cannone (confesso il vizio): le illuminazioni al mattino sono limpide, alla sera inquietanti. 

Goya fu senz'altro un genio. Si avvide di qualcosa che ancor oggi ci confonde, annebbia. Diede forma a fantasmi reali.
 
Un giorno Sancho Ramirez decise di unire i regni cristiani asserragliati sui Pirenei per sconfiggere del tutto i saraceni cattivi. Invitò quindi a Huesca i vari signori locali, baroni, duchi e conti e altri manigoldi e, man mano che entravano nella sala dei colloqui, tagliò loro la testa. Incaricò poi il maniscalco locale -e il dentista- di fare di quei teschi un unico forte batacchio, con cui fece suonare le campane di Huesca a festa.

Molta storia è passata da allora -e molta geografia. Siamo tutti invecchiati, qualcuno se n'è andato. Dalla plaza de toros riempiono l'aria i paso doble e le grida di urrà. Il tramonto cala di nuovo silenzioso e Adriana piange. Facciamo silenzio.

Questa storia è fatta di lingue. Accordi e disaccordi. Spagnolo (castigliano), catalano, aragonese. Troppe lingue fanno troppi dubbi. Io amo i dubbi. Non tutti amano i dubbi. Con Helena, Jordi, Montse, Tere e Sara ho parlato catalano, il catalano di Lleida, come loro me l'hanno insegnato (mentre faccio fatica a sentirmi a mio agio parlando catalano barcellonese). Con Miguel, maestro Miguel, parlo spagnolo, male io, elegante lui. E' bello parlare spagnolo con Miguel, catalano con Jordi e Helena, nel corso della conversazione pian piano li raggiungi e la tua lingua ruota fluente e ipnotica come una biciletta. Eppure, come diceva Canetti (credo) le lingue sono vasi comunicanti, quel che guadagni in una, perdi nell'altra
 
Miguel ha una memoria prodigiosa, direi quasi epica. Si ricorda di tutte le sue vite precedenti. Di quando, per esempio, seduto allo scrittoio alla debole luce di un cero, trascriveva epigrammi sotto la dettatura di Marziale (era il suo segretario personale), o di quando consigliava a Sancho Ramirez, re d'Aragona, tattiche militari e diplomatiche per strappare terre all'islam in lenta ritirata. Di quei tempi conserva ancora le mappe e ricorda luoghi di scontro e solenni promesse di fedeltà o di odio.

Solo in quest'ultima vita Miguel, avvocato, scrittore e negromante, è stato costretto a nascere e vivere a Barcellona. Una serie di fatti storici incontrollabili ha portato a conseguenza imprevedibili e costretto Miguel a trasferirsi nella grande città di mare. Quell'ingenua della figlia di Sancho Ramirez s'è fatta mettere incinta da Ramon Berenguer, duca di Barcellona. Fatta la frittata è toccato mangiarla: matrimonio di riparazione, fine della dinastia pirenaica e inizio di un'altra, bastarda: la corona d'Aragona (e Catalogna). Auge della città di Barcellona, che compete e strappa il primato dei mari a Genova e Venezia. Huesca non vale più niente, lontana dal mare e da ogni rotta commerciale. Miguel però non si è arreso, ha resistito a Huesca finché ha potuto, muovendo i suoi fili presso la corte a Saragozza e la loggia dei mercanti di Barcellona. Poi, trasferitasi la corte a Burgos, Valladolid e poi Madrid, per via di un altro matrimonio -corona di Aragona (e Catalogna) e Castiglia, un territorio immenso, gli arabi assediati a Granada, gli ebrei cacciati a pedate, il Genovese che cerca le Indie e trova l'America... -, Miguel si è accattivato, grazie alla sua grande cultura e acuta intelligenza, la simpatia dei vari Carli, Filippi e Ferdinandi, delle due Isabelle e dei loro consiglieri ebrei, convertiti e cristiani vecchi. Ha quindi
collaborato alla costruzione di strade e canali, in seguito addirittura di una linea ferroviaria verso la Francia (ci hanno pensato poi i contadini francesi a far saltare i ponti per bloccare la strada alle arance di Valencia).
Nulla perà ha potuto Miguel contro la povertà e la desolazione lasciate dalla Guerra Civile del '36-'39. Huesca e i Pirenei in pochi anni abbandonati, svuotati: l'esodo rurale. Miguel rinasce a Barcellona.

Usando la carrozzina della piccola Adriana Micaela (due mesi) come ariete, Miguel e Mireia si fanno largo tra la folla festante bianca e verde, tra le processioni civili e religiose (passa anche la banda ospite di Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma), i danzanti con le spade, i paso doble, le bottiglie di birra e di vino e mi portano in cima alla città, da dove si vede la piana di Huesca (la Hoya de Huesca in spagnolo, la Plana de Uesca in aragonese), delimitata a nord dalle serre di Guara e di Gratal che la separano dagli alti Pirenei (l'Aneto, in provincia di Huesca, è il monte più elevato dei Pirenei, 3.408). Miguel mi indica col braccio teso i territori che furono cristiani e islamici, nazionali e repubblicani, a seconda del momento. Il sole tramonta e la luce si fa dolce sulla Hoya de Huesca e sulla città, sui cornicioni di legno a cassettoni in stile alto-aragonese, sulla pietra di tufo della cattedrale e dell'antica Università Sertoriana, fondata da Quinto Sertorio e da Miguel in quel breve periodo di curiosa indipendenza di questa colonia romana (sarà in onore di Quinto Sertorio che sfila la banda di Castelnuovo di porto?).
 
Visto che è una storia d'acqua, Miguel ha cucinato riso con gamberoni rosso intenso di fiume. Autoctoni, dice, non quelli importati dalla Cina (si importa davvero di tutto dalla Cina) per ripopolare i fiumi, e che poi si sono divorati tutto. La pescivendola di Miguel non compra né gamberi di fiume cinesi né pesce catalano. Basta, dice, stufa: il pesce catalano è di bassa qualità. I pescatori catalani hanno venduto l'anima al diavolo e la loro costa al miglior offerente. E il diavolo e il miglior offerente sono venuti con le reti a strascico e si sono portati via tutto. Restano solo pesciolini al largo, roba senza sapore, annacquata. Buono invece è ancora il pesce del nord, del Cantabrico, o di Vinaròs, a Valencia (pare che i pescatori valenciani abbiano messo lo zampino nella storia del diavolo e del miglior offerente. Liti e bisticci che vengono da lontano, quelli tra catalani e valenciani. Liti d'acqua).

Gli abitanti di Huesca vanno quasi tutti in giro vestiti completamente di bianco con un fazzoletto verde al collo. Anche Miguel e Mireia fino a ieri sono andati in giro vestiti di bianco con fazzoletto verde. Huesca è in festa: una settimana di celebrazioni, canti e bisbocce in onore di San Lorenzo, il santo patrono, quello graticolato (lo stesso santo patrono di Piverone, il paese di mia madre lassù in Canavese).

Il basilico, pianta di benvenuto, spunta da tutti i balconi e decora piazze e statue. Forse quando hanno grigliato San Lorenzo l'hanno cosparso di basilico.
Abbiate pazienza, non riesco a trattenermi quando si parla di santi grigliati, stufati o flambé. Mi vien fuori l'anima atea bestemmiatrice. Una lucertola mistica, sentimentale, atea e bestemmiatrice, amen
 
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