Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Potrei mentirvi quando e come voglio. Anche dirvi che non sono più tornato. Potrei dirvi che ho rotto il cerchio e me ne sono andato per la tangente, persino che sono diventato più sicuro di me e aggressivo, un marinaio con le cicatrici, un agnello scampato. Potrei anche dirvi che oggi è pasqua e non me ne sono manco accorto. Nessuno m'ha lasciato un obolo, un uovo, una colomba. Non ho sentito neanche profumo d'agnello arrosto, né ho visto lacrime o sudori di sangue. Non sono stato presente a nessuna processione, di Marie o Gesù silenziosi o esultanti. Vorrei invece dirvi che ho fatto l'esploratore e che ho trovato quella cosa che cerchiamo tutti. Però poi l'ho persa, perché mi distraggo. Allora alla fine sono tornato, ostinato come una capra, a Barcellona. Quindici ore di macchina con Cesc, sua madre e Luz. La conversazione s'e confùsa col paesaggio. Le curve dei Despeñaperros ci hanno portato su dall'Andalusia alla Mancia, poi terra piatta fino a Toledo, a Madrid. Grano, orzo, segale, erba medica. Non sono uomo di pianure, non mi ci raccapezzo. Madrid è un labirinto su un altipiano. Un sogno geometrico. L'aria si fa secca, anche il tono di voce. Dopo Guadalajara c'è poco più che un mandorlo. Sulla sierra prima di Saragozza, un bosco bianco di mulini a vento a perdita d'occhio.
fine
Un uomo di pietra siede nelle acque del grande fiume Guadalquivir. Si vedono solo la testa, le spalle e le ginocchia. Guarda verso il cielo. L'acqua gli scorre addosso. Le nubi, le piante e i tetti gli si riflettono intorno. Ogni volta che arrivo a Cordova, mi sembra sempre che la città sia altrove. Non per niente, il filosofo Ortega y Gasset la definiva un roseto invertito, con il capo sotto terra e le radici per aria. Ogni volta la devi ricercare, ri-immaginare. Ri-immagina un po' tu le mura della grande moschea, gli arabeschi rossi sugli archi, il rame e l'oro delle porte, il cortile degli aranci, i vicoli bianchi, la piccola sinagoga, le piazze scomparse. La città califfale se n'è andata su un tappeto volante. S'è portata via Averroè e Maimonide. Prima ancora di loro Seneca. Sul meandro del grande fiume Guadalquivir, in cui ora siede l'uomo di pietra, lassù dal ponte romano, tra i resti dei mulini di legno, ci dev'essere qualcosa nell'aria che fa venir voglia di immaginare. Ma mette anche fame. Con Cesc e Luz, che ho appena incontrato, andiamo a mangiare tonno e peperoni.
Ed io l'ho incontrato Diya' al Din Abu Muhammad ‘Abd Allah ibn Ahmad ibn al Baytar, detto el Malaqi, il malaghegno. Due volte. Una a Malaga, su un prato sotto un grande ficus, davanti al teatro romano. L'altra a Benalmádena, dove nacque, e dove abita il mio amico Bruno el Malaqi, marinaio andaluso, ora capitano di porto. Ci siamo conosciuti`sedici anni fa a Cadice, dove lui studiava ingegneria navale e io letteratura spagnola grazie al programma erasmus. Poi non ci siamo visti per più di dieci anni, fino all'anno scorso quando l'ho rintracciato "navigando" su internet nell'elenco di un equipaggio di un cargo. Mi racconta che di tutti i posti in cui è approdato, e ce ne sono di singolari, la città che più l'ha colpito è San Pietroburgo, anche se con i russi s'è preso a pugni e rotto un dito. Più della baia di New Orleans, più di Manaus in mezzo all'Amazzonia, più di Panama e del Capo di Buona Speranza. Bruno ha sempre amato il nord, non a caso Daiva, la sua compagna, è lituana. E mezzo andaluso mezzo lituano è quindi Carlitos, appena nato. Dall'autobus che va da Benalmádena a Malaga, lungo un percorso interamente urbanizzato, molto di rado si scorgono le montagne e il mare. Per farsi un'idea dell'aspetto morfologico della costa di Malaga, bisogna chiudere gli occhi. Spazzare via dall'immagine almeno il 70% degli edifici, immergerli di luce, nasconderli con la mano. È un'operazione difficile e fantasmagorica. Della bellezza sono rimaste rifrazioni nella toponomastica: el arroyo de la miel, il ruscello del miele, los alamos, i pioppi, torre molinos, la sonorità visuale delle parole arabe: ben al-madena, guadalmedina, il fiume della città. Ma ancor più dell'antica bellezza son rimaste la luce che inonda tutto e le donne di Malaga, tutte, povere e ricche. Se gli amministratori pubblici, nella foga di saziare la propria ingordigia, si fossero almeno ispirati alla bellezza delle loro donne, il risultato sarebbe certo stato di miglior gusto. Ma questi uomini (e donne) hanno gusti ignoranti e arroganti. L'assessore all'urbanistica del comune di Marbella, poco più a ovest sulla costa, con i soldi pubblici s'era pure fatto uno zoo privato di non so quanti ettari. Amava gli animali almeno, dirà qualcuno. Sì, cacciarli. Della bellezza è anche rimasto il profilo di Malaga visto dalla Malagueta, il golfo al tramonto, la dolcezza dell'aria primaverile. La mattina riparto per Cordova, attraverso in autobus le serre alle spalle di Malaga. La strada risale lungo il fiume Guadalmedina, in mezzo ai boschi della macchia mediterranea. Poi verso Cordova, colline di campi di grano, di orzo, alfalfa
Appena l'autobus entra in Malaga, sento che potrei mettermi le pantofole, sbottonarmi i pantaloni e la camicia, togliermi la dentiera e il parrrucchino. Il pesce ha ritrovato il suo acquario. Più ancora che i centri cittadini, è lo scorrere delle periferie che mi fa sentire a casa. Peraltro, sono cresciuto in perifieria, e in autobus. Tuttavia, non ne vengo a capo. Cerco di evocare i miei incontri con le città. Poco più che un girino, un ranocchio, strabiliato sbarco a Piccadilly Circus. Anni dopo un treno metropolitano attraversa la zona dei mercati generali nel sud di Parigi. Il primo viaggio che non si scorda mai? Quello sul 65 sbarrato da borgata Parella fino in centro a Torino. Tuttavia, non ne vengo a capo. Madre? Matrigna e mignotta. Zia zitella, sorella, amante. Metropoli, dicevano i greci, madrepatria. Terra, d'asfalto ma pur sempre terra da radici. Malaga m'appare subito inondata di luce, tepore, ficus, chirimoyas, manghi, magnolie, fichi. I platani, gli aceri, i gelsi dei viali alberati. D'altronde, proprio da queste parti è nato l'insigne botanico di Al-Andalus Diya' al Din Abu Muhammad ‘Abd Allah ibn Ahmad ibn al Baytar, detto el Malaqi, il malaghegno, autore, tra l'altro, di un Trattato sul Limone.
La solitudine è un silenzio profondo. Se non ci agitassimo a battere i piedi, sentiremmo forse un suono di fondo, come gli astronomi quando ascoltano l'universo. Credo che in un'altra epoca sarei potuto diventare frate. Un po' vagabondo un po' in convento coi fratelli a bere vino e liquori e a parlare di donne. Perché in fondo sappiamo tutti che il suono del mondo è il suono degli altri. Da soli siamo nebbia, fantasmi. A questo penso mentre scendiamo verso la costa. Stamani a Pitres nevicava. A Motril mi congedo da Silvio, Mariana e Rebeca. L'autobus parte subito per Malaga.
Allontanandosi da sé, Joana udì i propri passi. Un giorno disse: non prenderò mai più nessun mezzo di trasporto. Mai più, a venticinque anni, è molto mai più. Con Silvio scendiamo lungo un versante della valle, superiamo vecchi mulini abbandonati, raggiungiamo Atalbeizar, un paesino di case bianche, gatti, una piazzetta, una fontana. Poco oltre un ponte di legno su un ruscello arancione. È il ferro, mi dice Silvio. Con Rebeca ho ritrovato tracce del mio spirito bambino, abbiamo giociato a rubarci le cose, a colpire la palla senza mai farla cadere, a ripetere scioglilingua in italiano e in spagnolo. Tres tristes tigres contra tres tristes tigres. Ho cercato di farle una foto. Sfuggiva divertita. Con Mariana ero un po' sulle mie; qualcosa ci rende molto simili, qualcosa che non riesco a definire che come un destino, un segno, una radice. Teste selvatiche. Parkinsonia aculeata. Oltre il ruscello arancione passiamo su una terrazza semicircolare, uno spiazzo, una era, un'aia. Ve ne sono diverse nei dintorni. Fino a sessanta, settant'anni fa, vi si trebbiava il grano, quando sulle pendici delle Alpujarras lo si coltivava, quando c'era ancora abbastanza gente. Anche in piemontese aia si dice così, eira, mi dice Silvio, che dall'alto dei suoi due metri e fischia sembra scorgere la valle Bormida natale. Non è facile la vita sulle Alpujarras, non c'è molto lavoro, anche se nuovi arrivi negli ultimi decenni le hanno ripopolate, Nel bosco di Beneficio, giù in valle, vivono quasi mille persone, in capanne, tende, furgoni, camper, case costruite da sé. E i vecchi cascinali (los cortijos) e i mulini abbandonati o semi-abbandonati riprendono vita. Su una delle eras, troviamo due inglesi alle prese con la costruzione di una piattaforma di assi di legno, per me assolutamente misteriosa. Per quanto chieda, non ne vengo a capo. Non capisco se poi ci vogliono costruire qualcosa sopra o sotto. Sono le cinque, ci invitano dentro casa for a cup of tea. Nel cortijo-cottage a energia solare, una giovane donna con un bambino piccolo piccolo, appena nato. Mi racconta che prima hanno vissuto sui Pirenei, sempre in posti isolati. Sorridono e sfuggono, sia lei sia il compagno, alla domanda: da dove vieni? Mi guardano sospettosi: Britain è più che sufficiente. D'altronde, se uno non ha tempo per rispondere con calma, la domanda ha un che di idiota. Il terzo amico invece sembra più loquace, ma pizzica la erre e fatico a capirlo. Dal Lake District, mi dice. Ci sono stato, gli rispondo, anni fa. Il distretto dei poeti. Sembra contento e un po' sorpreso che io lo sappia. Siamo in Andalusia, sulle Alpujarras granadine, due italiani e tre inglesi, in una baita a bere tè. Davanti alla porta un grande noce ancora spoglio -non è buona l'ombra del noce, ricorda Silvio agli inglesi, troppo densa, troppo umida-, su cui si arrampicano i gatti, sotto i quali abbaiano i cani. Una lieve foschia accarezza la valle. Oltre il noce, in fondo in fondo, si vede Pitres. Più in là, la valle Bormida, le Langhe, i Pirenei, il distretto inglese dei Laghi, la vigna di mio nonno in Canavese, con il noce, i ciliegi, l'orto, il pozzo, i meli. Allontanandosi da sé, Joana udì i propri passi.
Il buio è fitto. Joana sente il rumore dei propri passi. Forse, pensa, se mi accuccio qui per terra lo sento meglio. Nel bosco rado di pini e querce, i castagni ancora spogli, qualche noce bianco nel buio: Joana dorme sotto un giovane tasso. Da Granada a Pitres a piedi ci vogliono cinque giorni, soprattutto se ti perdi. Ma Joana non ha paura né del bosco né del tempo (diz em voz baixa uma velha canção). Nel silenzio del mondo, seduti su un tappeto davanti al fuoco del camino, Silvio mi racconta la vita sulle Alpujarras, le montagne tra la Sierra Nevada e il mare. Beviamo vino nero del nord, delle rive del Duero. Il viaggio è stato lungo, altre tre ore da Almeria a Motril lungo la costa. Ho ancora negli occhi le colline sul mare, e il mare di plastica bianca delle serre. Poi da Motril un'altra ora per Órgiva, su in montagna, dove incontro Silvio e Rebeca, la bell'argentina. Pitres è una ventina di chilometri più su; montiamo in furgone. All'arrivo troviamo Mariana che pela patate e cipolle, prepara una teglia di verdure al forno. Silvio cucina la farinata, da anni una sua specialità. La mattina mi sveglio all'alba. Sento l'eco di un respiro. Esco sulla terrazza a guardare il paese e la valle, nell'aria fredda sotto le nubi che scorrono. All'insaputa dei più, la primavera e l'inverno si incontrano furtivi, nelle foschie dell'alba lungo i torrenti, si uniscono senza dire una sola parola, senza chiedersi né promettersi niente. Non hanno paura del tempo. Sono loro il tempo. Torno a letto, al caldo. Dormo fino a tarda mattina.
Sull'autobus per Almeria, sonnecchio. L'agnello arrosto della signora María, ieri sera, era molto buono ma mi ha popolato di belati il sonno. La doccia stamattina era fredda; la caldaia non era ancora stata accesa: gli operai asturiani e galiziani ospiti della pensione, la doccia la fanno la sera. Gli autobus non scorrono come i treni, il loro viaggio è più nervoso. Tuttavia, come sui treni, la gente che sale e scende porta storie, locali o lontane, e i finestrini sono grandi. Ascoltare e osservare: la campagna è sempre più arida e la luce bassa e intensa della piana di Mursia mi socchiude gli occhi. Quest'angolo sud-orientale della Spagna, a lungo poverissimo, terra di emigranti (quanti mursiani a Barcellona! E quanti in Svizzera e in Germania!), è da sempre senz'acqua né treni. Dopo cinque ore, arriviamo ad Almeria nel bel mezzo di un violento temporale. Corro a comprare un biglietto per Motril, sulla costa di Granada. L'autobus parte subito, passa lungo il porto sollevando cascate d'acqua che quasi nascondono il mare. Due anni fa sono approdato lì da Melilla, con la barba lunga, di ritorno da un viaggio solitario in Marocco. Mi piace viaggiare solo, a volte ci si dimentica anche di sé.
A Elche si producono datteri. Vi lavorano giardinieri, addetti alle palme, palmereros, biologi e botanici. L'orto classico è un terreno rettangolare delimitato da palme e acequias, derivazioni dai canali più grandi. All'interno si coltivano l'ulivo e il melograno, la vite e il carrubo, aranci e limoni. Cammino come uno gnomo sotto un tetto di palme. Il Jardin Huerto del Cura, giardino orto del prete, e l'Hort de Sant Plàcid, l'orto di San Placido, sono musei all'aperto: nel primo, la palma imperiale a otto braccia, un laghetto di tartarughe, palme d'ogni genere e foggia, le altissime washingtoniane e i piccoli palmitos autoctoni della penisola; il secondo è un esempio d'orto tradizionale, irrigato ancora dalle acequias. Tutto il resto, tutt'intorno, sono invece palmeti puri, grandi spazi monotoni, quasi ipnotici. La storia è sempre la stessa da queste parti: prima gli iberi, cinque o sei palme in tutto, poi i romani, venti palme, poi i visigoti, gente poco avvezza alle palme, ed ecco i musulmani -siriani, arabi, yemeniti, berberi-, mille palme, costruzione dei canali e delle acequias, altre mille palme. Abituati ad addomesticare terre ancora più aride, trovarono nella penisola iberica, ben povera d'acqua secondo criteri europei, un giardino lussureggiante. Così ancora lo ricordano i poeti musulmani quell'Al-Andalus di sogno, dimora di filosofi e matematici, giardino incantato di Allah e del califfo. In memoria di un miraggio qualcuno si fa adesso saltare in aria a Casablanca
Elche, Elx in valenciano, si trova circa 150 km a sud di Valencia, in provincia di Alicante. È mattina presto, non è ancora sorto il sole, il lento movimento del treno concilia il sonno. Sbirciando tra gli ultimi spettri della notte, in quella zona di profumi forti, inebrianti, che annuncia l'alba, mescolo ieri, oggi e domani: un piccolo aranceto, a Valencia, varietà di aranci, limoni e mandarini disposti a scalare, su minime terrazze. Un canale stilizzato scorre giù dalle terrazze fino a due vasche circondate di lavanda. Un giardino bauhaus. Spazio aperto, luminoso, eppure raccolto: un'isola, un'oasi. Il sole si alza lentissimo dalla costa sui mandorli e le colline intorno al treno. Il bianco e nero diventa verde e blu. La terra si fa dura, secca; i fiumi minimi, rigagnoli, ruscelli. E pensare che in questi ultimi giorni ha piovuto molto. Ogni goccia d'acqua qui viene sfruttata, canalizzata, incoraggiata. Elche è un'oasi. Proprio un'oasi. Appena metto il naso fuori dalla stazione, mi trovo di fronte un fittissimo palmeto. Sono solo in un'oasi, che bello. Beh, proprio solo no: ci sono duecentomila persone e duecentomila palme, una a testa. Gli abitanti di Elche sono tutti nascosti dietro le palme, grandi e piccini. Attraverso un parco in cui giocano scolaresche di bambini piccoli e gironzolano qua e là pattuglie di due o tre giardinieri, alle prese con un trapianto, un rattoppo al delicato sistema d'irrigazione, un conciliabolo, un caffè, una sigaretta. Oggi sono solo. Qui non conosco nessuno. Sono sempre più geloso della mia solitudine, come un gatto, come un limone selvatico. La señora María mi squadra dalla testa ai piedi con un mezzo sorriso. E questo da dove schioda? Ha una stanza per me? Per quanti? Mi guardo intorno. La señora María ride. Con baño o sin baño? Quanto costa? Senza bagno diciassette, con bagno trentatre. Sin baño. La stanza è piccola, ma la finestra dà direttamente su una palma, oltre la quale il fiume e i palmeti. Poi c'è la televisione, così stasera potrò vedere il dottor House
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