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Non bisogna essere spaesati

P. Gobetti

\\ Home Page : Storico : Coast to coast (da Bilbao a Istanbul) (inverti l'ordine)
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Ricordo che quand'ero piccolo e con i miei genitori e mio fratello lasciavamo il posto di villeggiatura estiva, partivo regolarmente con un groppo in gola e le lacrime agli occhi. Perché partire è un po' morire e perchè da un giorno all'altro scompare un luogo che per qualche tempo è stato la tua vita: le tue passioni, le tue delusioni, la tua inquietudine vi avevano trovato alloggio, si erano sistemate in scorci tutti tuoi.
C'è in questo molto del sentimentalismo mio personale e comune a molti italiani. Andiamo in un posto, scherziamo, ridiamo, facciamo i coglioni e i pestiferi tutto il tempo e alla fine, quando si tratta di partire, piangiamo come bambini. Č il melodramma nazionale, la farsa di Pulcinella napoletano e Arlecchino bergamasco, in cui mi riconosco e che, con la dovuta e forse intrinseca ironia, difendo.
Ebbene, oggi si tratta di congedarmi da Istanbul, città che prima non ero mai riuscito a immaginare davvero e che tutt'ora non riesco a immaginare.

C'è un posto dove voglio tornare oggi prima di partire. L'unico posto tra quelli visitati che è riuscito a trasmettermi una sensazione di quiete. Si tratta della Süleymaniye Camii, la moschea di Solimano il Magnifico, opera di quel genio dello spazio e delle forme di Mimar Sinan, grande architetto imperiale del Cinquecento ottomano, autore anche della bellissima Selimiye Camii di Edirne.
Sotto le cupole, i porticati e nei giardini di Mimar Sinan credo che anche Arlecchino e Pulcinella si siederebbero a gambe conserte e la smetterebbero di far casino.

ps. Le bilance non sono in vendita. Servono proprio per pesarsi. Uno va a spasso, mangia qualcosa, e gli viene improvvisamente il dubbio: non sarò ingrassato? No problema, amico: per mezza lira va via ogni paranoia.
 
Ho capito da cosa scappavo. È bastato fermarmi un attimo sugli scogli davanti al mar di Marmara e osservare. Ho capito cosa cercavo. Cercavo un posto, un anfratto dove fermarmi; scappavo al movimento frenetico della città. Perchè qui nessuno sta mai fermo, sono tutti in costante, perenne, agitazione. Solo la mattina presto c'è una relativa quiete. Dalle dieci in poi prendono a camminare come forsennati, guidare come pazzi (mamma mia!), si siedono, si alzano, gesticolano, gridano, parlano. Tutto quanto insieme e tutti quanti insieme. Cosa facciano esattamente è un mistero: portano le cose più improbabili, spesso avvolte in fagotti improvvisati, da una posto a un altro, le spostano, le poggiano, le riprendono. Nei bar i camerieri perseguitano tazze e bicchieri: non fai tempo a finire il tè che ti portano via il bicchierino. Ho visto tazze e piatti portarsi via da soli terrorizzati. I vari venditori sulla strada -giovani e vecchi- non stanno mai seduti più di tre minuti nello stesso posto: si alzano, girano intorno ai loro prodotti, si siedono dal lato opposto; si rialzano, prendono il cellulare, lo pastrocchiano un po', si voltano a destra e a manca, si risiedono, accavallano le gambe, le ridistendono, si aggiustano i lacci delle scarpe, la camicia, l'orologio, tamburellano le dita, la penna, il piede. Anche davanti al mare, sugli scogli dove pensavo -illuso- di aver trovato un momento di tranquillità, sono subito arrivati in cento, duecento, trecento, e non crediate che si sdraino rilassati a contemplare il mare; macchè: cinque minuti su uno scoglio, cinque su un altro; zompettano, saltellano, dicono, se ne vanno, ritornano, si tuffano, se ne vanno di nuovo. Nevrosi cittadina senz'altro, come a Parigi, ma alla turca. Dieci, docici, sedici, diciotto milioni di abitanti. Non sanno neanche bene quanti sono perchè non riescono a contarli: provate voi a contare un gruppo di anche solo 50 individui che si spostano sempre di qua e di là. Mi domando: ma dormiranno ogni tanto? Non credo, piuttosto a un certo punto, a metà dell'ennesimo gesto incosulto, svengono, cadono a terra, in jeans sotto il sole cocente, sognano qualche nuova cosa da fare, si risvegliano e via: ne fanno un'altra ancora. Anche gli oggetti sembrano muoversi allo stesso modo, per inerzia. E tutto questo movimento è maledettamente contagioso, per questo per tre giorni non ho smesso un secondo di camminare. Ogni volta che mi sembrava di trovare un angolo tranquillo, una panchina libera (e non sono mica occupate da vecchi o fannulloni, nient'affatto: uno si siede, fuma mezza sigaretta agitando un braccio, una gamba, scuotendo il collo poi si alza, se ne va e ne arriva un altro, fuma mezza sigaretta dicendo qualcosa a un passante e via dicendo, in loop), ecco arrivare mezzo quartiere per una partita a pallone, a scacchi, a domino, tutti e tre gli sport giocati con lo stesso agonismo fisico e verbale. Lo stesso agonismo con cui si fanno le code, si sale o scende dai battelli, dagli autobus, dai tram.
Tutto ciò ha indubbiamente una certa efficienza. Per forza la mattina le strade sono sorprendentemente pulite: basta uno spazzino per quartiere. Dai a un turco (per lo meno un turco di Istanbul) una scopa e ti pulirà il mondo, lo diceva già Archimede (che era greco, per quanto siciliano, e li conosceva bene). Non parliamo poi di strumenti più aggressivi delle scope: persino a Edirne, che in Spagna o Italia sarebbe una deliziosa e sonnolenta cittadina di provincia, in due giorni, nella sola strada dell'albergo, ho visto scavare almeno tre fossati. E tutto perchè a uno gli hanno dato in mano un martello pneumatico! Scellerati!

ps. Forse ho individuato il responsabile di tutto questo. C'è un uomo anziano ad Aksaray che vende telecomandi. Ne espone almeno un centinaio sul suo lenzuolo tra passanti, autobus, tram, taxi, macchine. Forse è lui che a una certa ora dà il via a tutto. Bisogna arrestarlo al più presto (impossibile, è già scomparso, tempo di voltare un secondo lo sguardo e non c'è più. Al suo posto il nipote, o pronipote).
 
Ieri ho preso il tram e sono andato oltre il Corno d'oro, a Beyoglu, lungo il Bosforo di Besiktas, Yildiz, Ortaköy, e a Tesvikiye, dove i cani e i gatti non sono più randagi, ma dispongono di padrone, i marciapiedi sono interi, le case anche, i negozi e gli abitanti eleganti, i veli pochi, l'alcol (vino, birra, vodka) esposto in bella vista nelle vetrine, i candidati alle elezioni senza baffi (persino una ragazza bionda), i parrucchieri fashion, i prezzi anche (non che il resto della città sia economico). Ho anche visto un paio di transessuali litigare nevrotici.
Intorno alla piazza Taksim, lungo Istikal Caddesi, via pedonale di negozi alla moda e consolati (trovato anche il locale Istituto Italiano di Cultura), Istanbul è la Parigi dei Campi Elisi, la Barcellona del Passeig de Gràcia (solo un po' decadente, ma non dimentichiamo che Barcellona si è rifatta le tette da poco), affollata di gente a passeggio o seduta ai tavolini dei bar. Qui, greci, inglesi, francesi, italiani, svedesi sono già tornati, sotto forma di studenti, turisti, multinazionali ed altri espatriati per ragioni varie.
Ho camminato per due ore nel parco di Yildiz, un bosco di platani, pini, bagolari, ippocastani, palme, mi sono perso nei sentieri disturbando uccelli e coppiette. Ho passeggiato intorno al laghetto e ho sbirciato nelle serre di felci e altre piante che non conosco. Ogni tanto intravedevo il Bosforo e i porti asiatici. Oltre il parco, in cima alla collina, una grande zona militare protetta da filo spinato e soldati armati di fucile (un cartello avvisava in più lingue di non fare foto nè dipingere). Nei pressi, alti palazzi ospitavano gli appartamenti dei militari e delle loro famiglie.

Alla sera sono sceso dall'Otel verso il mar di Marmara e ho camminato esausto lungo le bancarelle del pesce fresco, i ristoranti gremiti di clienti festanti. Camminavo, camminavo per inerzia, cercando di trovare non so cosa o di sfuggire a non so cosa, il piede ancora dolorante, inseguito da una città troppo grande per le mie piccole gambe e piccole tasche.

Mi sono addormentato sfinito.

Se ieri sera la melodia di questo viaggio toccava note stonate, pifferi di demoni, ecco che stamattina Istanbul mi ha sorriso profumata, preso in braccio per farmi riposare il piede e cantato una struggente canzone turca in accordi minori. E il gentilissimo ragazzo di questo internet caffè continua a offrirmi tè. Pace. Maledetta città umana e disumana, pace.
 
Man mano allargo il mio territorio e scopro cose nuove, per esempio che la città la mattina è molto più pulita e profumata; che alcuni taxi non sono gialli, ma arancioni, come capita con certi tuorli d'uovo; che di venditori di pannocchie ce n'è che le fanno abbrustolire, bollire o tutti e due; che più in periferia altri carretti vendono piatti di riso e ceci e eventualmente una coscia di pollo, altri ancora cartocci di pistacchi; che il narghilè si può fumare con gli amici davanti alla porta di un vetraio o di un ciclista; che la città è invasa di tavolini bassi con sgabelli dove bere il tè (nero); che le bilance (e quando parlo di bilance, non mi riferisco a oggetti che la nostra estetica moderna ritiene carini, quasi d'antiquariato, pittoreschi, ma alle classiche bilance da bagno anni 70) vanno per la maggiore soltanto in centro città; che l'albero più diffuso è il cipresso, ma sono molti anche i platani, i noci e al porto di Eminönü ci sono due piccoli pini solitari in balia delle brezze.

In un giardino a Sultanahmet ho visto uno scrivano camminare in circolo nervoso attorno a un tavolino con la macchina da scrivere in attesa di clienti. A pochi passi giornalisti, macchine foto e telecamere circondavano una giovane donna molto elegante e moderna e apparentemente sicura di sè, forse un avvocato importante o una donna d'affari implicata in un affare d'importanza televisiva.

Nella moschea di Fatih un giovane in ginocchio davanti a un leggio imparava a memoria i versi del Corano in arabo, ripetendoli insieme al suo maestro; qualcuno pregava; i bambini scorazzavano indisturbati sui tappeti; due ragazzine completamente vestite di nero e velate mi hanno chiesto allegre di scattare loro una foto davanti alla porta. Loro non hanno avuto paura di me, io non ho avuto paura di loro: le nostre donne svelate sono spesso molto più diffidenti. Tutto intorno alla moschea, era il paradiso dei gatti randagi: resti di pane, ossa, croste di formaggio.

Da fumatore ho intimamente riso molto quando, sbirciando dentro una farmacia, ho visto la farmacista fumare beata dietro il bancone, alla facciaccia del nostro novissimo moralismo europeunito!

Č tempo di elezioni e qui la faccenda si manifesta come ovunque con cartelli, bandierine e proclami, ma anche con furgoncini che scorazzano per la città emettendo musica a tutto volume.

Verso sera, stanco morto, ho ancora preso il tram fino a Karaköy per il mio ormai tradizionale incontro col tramonto sul Corno d'oro. Il cielo era stato coperto tutto il giorno e la luce di perla grigia, ma la sera le nubi sono scomparse e camminando a ritroso sul ponte di Galata verso Eminönü ho visto il sole nascondersi dietro Eyüp, lasciando una scia di sè, una melodia, sul profilo della città e sulla superficie crespa dell'acqua. Il cielo era verde, poi blu, poi nero o forse tutto questo insieme. Le luci delle case ricamavano ogni orizzonte, unendo nel ricamo le moschee che pian piano s'accendevano. L'incantesimo era così forte che anche le acciughe, incantate, si lasciavano prendere più facilmente all'amo dei pescatori del ponte, così come gli sguardi delle donne presenti, occhi che poi inutilmente cercavano di fuggire tra le stelle sott'acqua.
Ho visto una giovane donna sola ballare quasi inconsapevole seduta al tavolo di un ristorante; con il cuore spaventato, non ho potuto far altro che scappare a mangiare un resto di panino sotto una scala di ferro arrugginita della stazione di Sirkeci.
 
Ce l'ho fatta. Ci sono riuscito. Vivendo a Barcellona ho imparato quello che tutti gli abitanti delle città turistiche (quelle grandi, ma anche Venezia) sanno, o dovrebbero sapere: i turisti di massa stanno tutti negli stessi posti e per scansarli basta svoltare l'angolo (a Barcellona ancora mi stupisco di quanto i vicoli paralleli alla Rambla siano spesso completamente vuoti). Allora l'ho fatto, ho svoltato l'angolo, sono sceso da Çemberlitas verso il mar di Marmora e ho subito trovato una Istanbul più intima: piazzette e viuzze, vecchie case di legno, bambini che giocano per strada, mamme che chiacchierano sulle panchine, sulla porta di casa, da una finestra all'altra, laboratori di falegnameria e sartoria negli scantinati e soprattutto il mare, il porto dei pescatori, gli scogli e il mio sorriso da bambino felice che cerco sempre; ancor più quando viaggio.
Grazie a quel sorriso ho dimenticato la stanchezza, fisica e mentale, il dolore al piede ferito, la solitudine della folla. Sono sceso di uno strato, ho camminato per ore e ore senza fermarmi mai, fino a Fener e Balat, sul Corno d'oro, quartieri di case basse che erano l'uno greco e l'altro ebreo (degli uni e degli altri ne restano, tanto per cambiare, pochissime tracce: una sinagoga che non ho trovato, una chiesa di ghisa fabbricata a Vienna e spedita lungo il Danubio e il grande edificio liberty del patriarcato ecumenico ortodosso) e ho scoperto che per quanto pur sempre sbrindellata, la città è anche azzurra, rossa, verde, gialla; i carretti di venditori di pannocchie si dividono in quelli che le arrostiscono sul fuoco e quelli che le fanno bollire in un enorme pentolone; le limonate sono buonissime; le bilance davvero una passione irrefrenabile e le collanine, i braccialetti e affini si producono negli scantinati o sui marciapiedi davanti alla porta di casa.
Ho anche scoperto, col rischio di prendermi un accidenti col vento che tira verso sera sui battelli, sui ponti e sul litorale, che il Corno d'oro al tramonto diventa proprio d'oro, finchè una fila di nuvole leggere provenienti dal nord non ha coperto il sole di leggera foschia, come cenere, e il Corno d'oro è diventato d'argento, poi di nuovo d'oro, poi di nuovo d'argento e così via finchè la brezza non è diventata davvero troppa e sono scappato come un gatto verso un tè (bir çai lütfen, che tengo freddo).

ps 
Nota blu: per quanto riguarda i greci e gli ebrei scappati, sono sempre più convinto che le città abbiano un'indole -ognuna la propria- che alla fine l'ha vinta sulle follie della storia. Se Istanbul ha indole di città aperta -e data la sua situazione geografica non potrebbe essere altrimenti-, i greci, gli ebrei, i serbi e i bulgari torneranno. E magari anche i genovesi a Galata. Salam, belin
 
12/07/2007  - pubblicato in  Coast to coast (da Bilbao a Istanbul)
La stazione degli autobus enorme e gremita di gente, un formicaio di macchine, autobus grandi e piccoli, taxi gialli, anzi giallissimi. come tuorli d'uovo (el rovell de l'ou, nois!). La stanza dell'albergo curdo Yalçin Otel a Aksaray con le lenzuola e le tendine blu e oro. La doccia che é un tubo di gomma collegato a un apparecchio a resistenza e perde sempre. La strada dell'albergo invasa da altri alberghi analoghi e centinaia di negozietti di ricambi auto. Il mar di Marmara scorto al fondo della via. I marciapiedi sbrindellati. Le case sporche, annerite. Il tram modernissimo che risale la cittá verso il centro monumentale annerito anche lui. Negozi, negozioni e negozietti. Banchi, banconi e banchetti. Venditori di ciambelle, carte telefoniche, limonate, acqua, braccialetti, collanine, calamite, pannocchie di granoturco (mica per caso turco), bilance (una sola bilancia in genere. Ma questo l'ho giá visto a Sarajevo e a Edirne. I musulmani vanno pazzi per le bilance usate? Perché? Le usano forse per pesare i sacchi di grano, riso, mais, semi di girasoli, mogli e figli, che qui vanno a peso anche loro? Perché un uomo che trova una bilancia usata si mette subito per strada a venderla sicuro di fare un affare?). Un lustrascarpe di Ankara che mi lucida le scarpe di tela per dar da mangiare, dice, ai suoi dieci figli (che stanno ad Ankara a fare un cazzo, mi domando io?. Qui, ma certo non solo qui, pare che il valore di un uomo si misuri non in base, che so, al lavoro o alla sensibilitá o la cultura, ma alla quantità di sperma che ha diffuso in giro a creare infelici, o per lo meno che dice di aver diffuso). La polizia dappertutto, i soldati anche. I giapponesi e gli spagnoli anche. Un uomo senza gambe che canta come un usignolo, nel senso che proprio imita il verso dell'usignolo. Donne velate e svelate (ma le piú svelatissime in genere sono spagnole). Turisti che fotografano prima ancora di guardare. E fotografano tutto, dico proprio tutto: ho visto piú persone trasformate in macchine fotografiche ambulanti inquadrare con l'obiettivo (obiettivo?) il volantino con le spiegazioni storico-artistiche di Santa Sofia , i piccioni di Sultamahmet, il compagno di viaggio immortalato nello storico e irripetibile gesto di estrarre una bottiglia di coca-cola dalla borsa. Sono seriamente preoccupato dalle condizioni in cui versa la psiche umana. E poi tutto questo turismo di massa, cultura di massa, comunicazione di massa, a furia di ammassare non finiranno di nuovo in stermini di massa? Il Bosforo blu, il Corno d'Oro blu e oro, il ponte di Galata fitto di locali alla moda al piano basso e di pescatori di minisardine al piano alto. L'odore rivoltante di immondizia, l'aria fresca che arriva dal mare verso sera come una benedizione, come il colore commovente del profilo della cittá al tramonto, come la splendida voce (e mica sempre è bella) dei muezzin delle moschee vicino all'albergo.
 
10/07/2007  - pubblicato in  Coast to coast (da Bilbao a Istanbul)
Il titolo non tragga in inganno nessuno. Non si tratta di una valutazione estetica. Nient'affatto. Piuttosto di un riferimento al classico gesto di estrarre la lingua e mostrarla al prossimo tuo.
Un paio di anni fa ricordo di aver letto un brano di Elias Canetti ne Le Voci di Marrakech in cui parlava dell'opacità della lingua araba parlata dai cantastorie della piazza Djama al Fnaa. Opaca per lui che non la capiva, ovviamente.
Ebbene, una delle principali difficoltà in questo mio viaggio sono proprio le lingue, prima il serbo, poi il bulgaro e ora il turco. Per me poi, abituato fin da piccolo a leggere avidamente ogni scritta che mi appare davanti agli occhi: dalle istruzioni dei detersivi in bagno ai segnali stradali, cartelloni pubblicitari, graffiti murali e via dicendo, manco vi cercassi le ragioni della vita stessa, è stato davvero faticoso. Faticosissimo in Bulgaria, dove tutto, dico tutto, è scritto in cirillico (comprese cose di base, come i nomi delle città e delle vie, le scritte uomini e donne sui bagni pubblici, i menù dei ristoranti). In più i Bulgari, come i Greci credo, scuotono la testa da destra a sinistra per dire sì. Provate voi ad arrivare trafelati e carichi di zaini alla stazione di Sofia e cercate il treno in partenza immediata per Plovdiv (in cirillico ovviamente), quando poi credete di averlo individuato, chiedetene conferma alla signora sul binario (tra l'altro provate a dire tre volte di fila Plovdiv) e questa vi scuote la testa con aria anche un po' sconsolata. Riuscireste a non piangere?
Arrivato ora in Turchia, la lettura si è finalmente semplificata, ma ho capito subito cosa significa lingua indo-europea. Almeno il serbo e il bulgaro (a parte il cirillico), da buone lingue indoeuropee, hanno una seppur vaghissima somiglianza con le lingue occidentali a me note. La lunghezza della parola, una determinata logica comune nel costruire la lingua. Sì si dice Da, No, Ne. Col turco, invece, niente da fare. Parole lunghissime e composte si dipanavano lungo la strada dalla frontiera fino a Edirne, senza lasciarmi neanche il gusto di intuire qualcosa. Sì di dice Evet, No, Hayir.
Fin qui la lingua scritta (con in più sta maledetta i senza punto dove noi abbiamo la i sulla tastiera. Avete idea di quante fottutissime i ci siano in Italiano?).
Per quel che riguarda la lingua parlata, stendiamo un velo pietoso. Da tre giorni, salvo qualche raro anglo-parlante, non dico altro che buongiorno (in turco Merhaba, per memorizzarlo ho composto mare in francese e fava in spagnolo), arrivederci
 (Hosçakal, pronuncia osc-ciacal, osso dello sciacallo), per favore (Lütfen, un po' come l'aviazione tedesca) e grazie (per fortuna si può dire merci, perchè la parola turca originale non mi sta nell'unico povero neurone superstite)
 
07/07/2007  - pubblicato in  Coast to coast (da Bilbao a Istanbul)
Poi scopri che non e' vero, che come sempre le apparenze (e un po' di insofferenza latina) ingannano. La ragazza dell'ostello, che credevo serba, e' invece una londinese serbo-parlante che abita a Belgrado da un anno e i ragazzi inglesi e scozzesi sono stati molto gentili e affettuosi con me (vecchio italiano ragazzo) e mi hanno fornito un sacco di informazioni utili.
Senza di loro, di Ana from Liverpool in particolare, non avrei mai preso il Balkan Express Belgrado-Istanbul, treno sdentato e maleodorante come la bocca di un vecchio barbone. E se non avessi preso il Balkan Express non avrei mai visto quello che ho visto. Per esempio non avrei conosciuto l'esimio professor Werner Kvarda, attempato ma spavaldo docente di architettura presso l'Universita' di Vienna, in viaggio verso un monastero della Bulgaria ove ha organizzato un seminario intensivo con studenti bulgari, austriaci e slovacchi ("nei monasteri e' nata la cultura europea e nei monasteri la riportiamo"). Non avrei neanche conosciuto Crsitina, una signora armeno-bulgara sui settanta abbondanti salita alla frontiera serbo-bulgara, "commerciante di frontiera" di abiti dalla Bulgaria alla Serbia e di sigarette e frutta dalla Serbia alla Bulgaria, ne' l'avrei vista zompettare agile e scalza come un grillo sui sedili per sistemare i "capi", ne' avrei saputo che sua nipote Varsi sta studiando italianski filologia a Torino. Capelli bianchi ricci e viso scuro e grinzoso, sorridente e bellissima, nonna Crstina (baba Crstina) mi ha chiesto il numero di telefono perche' la povera nipote a Torino e' senza amici e tocca alla nonna parlare con lei via internet (!). Non riuscivo a toglierle gli occhi -e il mio sorriso- di dosso, mi pareva una nonna calabrese o lucana, insomma una mia bisnonna. Non avrei nemmeno conosciuto le sue altre compagne di viaggio, come A., ebrea e bulgara, "collega di baba Crstina", capelli lunghi neri, viso rossastro, l'eta' di mia madre, capace di comunicare con me in italiano, con l'esimio professor Kvarda in tedesco e tradurre per tutti e offirire pere e versare birra a tutti, compresa baba Crstina e un "principe" bulgaro che passando dave delle nobildonne a tutte le signore che gremivano lo scompartimento e il corridioi e sculettava contento con il suo ombretto sugli occhi e la terra sulle guance. Non avrei visto salire a Nis, in Serbia, due loschi figuri dagli occhiali scuri che inizialmente ho preso per poliziotti e poi ho scoperto grandi lanciatori di enormi pacchi di sigarette e addirittura Hi-Fi dal finestrino del treno, "commercianti di frontiera" anche loro, poco prima di Sofia (treno che tanto viaggiava circa a 40 all'ora, impiegando ben dieci ore a percorrere i 400 chilometri che separano Belgrado da Sofia, compresa, va detto, una sosta "teatrale" di un'ora e mezza alla frontiera, nonostante la quale nessuno ha notato ne' sigarette ne' Hi-Fi ne' altri numerosissimi -a quel punto il treno era gremito- "commercianti di frontiera"). Non avrei neanche visto le splendide e strettissime gole di roccia e acqua che separano le colline della Serbia meridionale dalla Bulgaria, ne' la piana circondata di montagne di Sofia, ne' avrei conosciuto D. (architetto paesaggista, amico di tutta Sofia, compreso il sindaco, 26 anni e energia da vendere a tutta Europa -e quanto bisogno ne avremmo di gente come lui) e J., (padrone d'ostello e artigiano del cuoio, autore tra l-altro nel suo atelier appartamento di surreali maialini di pelle), bulgari allegri e accoglienti, amici del professor Kvarda, che in cinque minuti mi hanno trovato un posto letto comodo, tranquillo ed economicissimo nell'antico (ex) quartiere ebraico della grande citta
 
Il professor Josif Pancic ci ha provato due volte, a fine ottocento, a metter su un giardino botanico a Belgrado. Tuttavia il Danubio gliel‘ha rovinato entrambe le volte, portandosi via piante introvabili come fossero fuscelli. Era bello, probabilmente, il giardino botanico del professor Pancic lungo il fiume, ma il posto era decisamente inadatto. Fu quindi un altro botanico, il professor Nedeljco Kosanin, a occuparsi del giardino di Belgrado, ora su un terreno piu solido, a distanza di sicurezza da quell‘insensibile del Danubio (presuntuoso mittleuropeo).
D‘altronde, sulla collina alla confluenza tra la Sava e il Danubio, mica solo i giardini botanici sono stati portati via. Belgrado e stata distrutta almeno quaranta volte, dice la guida: il luogo faceva gola a tutti, celti, romani, slavi, bizantini, ottomani, austriaci (nonostante il clima, in inverno rigidissimo, mi dicono, soprattutto quando cala il vento dei Carpazi dalla Romania). Il fatto e che e un bel posto, tanto che i turchi lo chiamavano sia luogo per meditare, sia campo di battaglia (nome che tuttora conserva).

I nomi delle piante gia sono difficili di loro, in cirillico poi non vi dico. Per fortuna l‘attuale successore dei professori Pancic e Kosanin ha avuto la buona idea di scrivere i nuovi cartelli in alfabeto latino, che e gia abbastanza complicato orientarsi con i nomi delle vie di Belgrado (in alfabeto latino sulla mappa dell‘ufficio turistico, ma esclusivamente in cirillico sulle targhe delle vie). Cosi ho potuto camminare scoprendo nuove piante, come l‘esotica Koelreuteria dal frutto avvolto in sacche di foglioline o l‘Orniello dal tronco liscio (fraxinus ornus), che in realtra avevo gia visto -e in abbondanza- intorno agli splendidi laghi di Pivlica, in Croazia. E mi sono potuto togliere le scarpe e riposare i piedi feriti lontano dal traffico cittadino della caotica Belgrado. Meraviglie dei giardini botanici. (Giardino botanico in lingua locale si dice Botanicka Basta).

Infine, visto che domani lascio la ex-Iugoslavia (dopo aver attraversato quattro dei sei paesi e mezzo in cui si e divisa, il mezzo e' il Kossovo), segnalo le parole che ho imparato in serbo, croato e bosniaco (la lingua uguale con tre nomi):
Zdravo sta per ciao in Bosnia e Serbia, in Croazia fa invece Bog.
Dober dan sta per buongiorno, ma anche per benvenuto, in tutti e tre i paesi.
Daviđenia per arriverderci, almeno in Bosnia e Serbia, in Croazia non ne sono sicuro.
Hvala (h pronunciata forte tipo la jota spagnola) vuol dire grazie per tutti e tre.
Molim, prego, ma forse anche per favore.

In quanto alla grafia abbiate pazienza, come per gli accenti (l‘avrete notato), che con queste tastiere non ho ancora preso confidenza. Vedremo nei prossimi giorni come mi trovo con quelle bulgare e turche
 
05/07/2007  - pubblicato in  Coast to coast (da Bilbao a Istanbul)
Varie peripezie e diversi mezzi di trasporto mi hanno portato lontano dalla Spagna.
Verso l‘alba.
Venivo dal tramonto.
Costucost, come fanno gli americani.
Ma all‘europea, dall‘atlantico al bosforo.
Sono a Belgrado, la citta bianca. Ieri ero a Sarajevo, Bosna Saraj, città
di sosta.
Scrivo stasera da una piccolissima stanza di un ostello, circondato da allegri ragazzi e ragazze inglesi e scozzesi che con attraversano l‘Europa come fosse il cortile di casa, senza imparare manco una parola fosse una in un‘altra lingua, una ragazza texana (Sam, come suo zio) che invece parla serbo (!) e i tre serbi dell‘ostello con lo sguardo di chi ha bisogno di due mesi di pratiche per ottenere il visto per uscire di casa. Forse per questo hanno deciso di aprire l‘ostello:
non posso andare io? Che vengano loro a me...
Ho passato quattro giorni a Sarajevo e mi sono caricato di emozioni e dolore secco, asciutto. La città
é un sogno di pietra e legno, montagne e minareti, ma é stata incubo per tutti ed é
piena di cimiteri, lapidi e dolori.
Ovviamente non mi so spiegare.
E'
troppo presto. Ma ho masticato la sensazione della mia inettitudine di fronte a tutte quelle lapidi bianche, nei giardini, lungo le strade, i viali, i mercati....
Sono stanco.
La Bosnia
é montagna, foresta, fiumi, torrenti, pini, querce, faggi, pascoli, mentre improvvisa la Serbia,
oltre la grande Drina, é pianura di campi di granoturco, girasoli, orti e frutteti.
Belgardo mi accoglie allegra, stracciona, grande, afosa. Capitale, ormai solo di se stessa.
 
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