Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Si sa che i viaggi, come l'aglio, ritornano. In aliti di vento. Tornano immagini improvvise e impreviste, richiamate dal sapore di un tè forse, da un profumo, da una carezza d'aria. La memoria è una piccola casa fatta di cantine e solai, così piccola che entra tutta in una valigia. Così è che, quest'estate a Berlino, un mattino a colazione ho rivisto, con Tommaso e Sabastià, la foce del Tago e Lisbona raggiunte un anno prima in bicicletta. Ho risentito la sensazione di un traguardo raggiunto, una sfida vinta, nuovi tesori da mettere in tasca, in solaio. Dopo circa ottocento chilometri, scorazzare in biclicletta -finalmente senza borse né zaini- su e giù per le colline di Lisbona era uno scherzo, un'allegria da ragazzini al primo viaggio. Allora, la macedonia e il tè verde della colazione berlinese avevano il sapore di un tempo sereno, effimero e magico, in cui tutti i viaggi sono uno solo, una tasca piena di perle. Nella luce di Lisbona e sotto l'alto cielo di Berlino, i sugheri si intrecciavano ai tigli, l'estufa fria al botanicher garten, il Rossio ad Alexanderplatz. Da un solaio all'altro, da una cantina all'altra. Che si tratti di un'esperienza di delocalizzazione quantistica?
-A che cosa serve uno spaventapasseri, Tommaso? - A far ridere i bambini, Sebastià.
- A che cosa serve una fortezza, Sebastià? - A giocare a nascondino, Tommaso.
Le frontiere sono linee storte che raccontano un sacco di storie, fiabe e altre bugie. Tommaso ha sempre provato attrazione per i racconti e le frontiere, fin da bambino. Perché dall'altra parte della linea c'è "un'altra cosa": una bambina bellissima, geografica e mentale. Lungo la salita che da Valencia de Alcántara porta in Portogallo, c'è uno spaventapasseri. È logico che a controllare la frontiera ci sia uno spaventapasseri, no? Tommaso e Sebastià lo salutano e pedalano, pedalano, pedalano verso "un'altra cosa", un'altra lingua: outra coisa, caralho!
Dopo una trentina di chilometri, Sebastià e Tommaso sono immersi in un buio illuminato solo, a tratti, dai fari dei camion diretti in Portogallo. Ad Aliseda, trovano un uliveto appartato dove piantare le tende per la notte. Stanno ormai per addormentarsi, quando sentono dei colpi sordi sul suolo intorno a loro. Tommaso opta per la strategia dello struzzo e si volta dall'altra parte: domani è un altro giorno. Per fortuna, Sebastià ha uno spirito più comanche ed esce dalla tenda per affrontare il nemico invisibile: -Tregua, tregua! Non tirate sul ciclista! Poco dopo torna in compagnia dei responsabili dell'agguato, tre giovani alamedapache: Sughero Vivo e i suoi uomini. Fumando insieme il calumet della pace, Sughero Vivo spiega che le tribù di Alburquerque e Solorino vengono con il favore della notte a incendiare gli ulivi. Extremadura.
I
Bisogna essere testardi con due muli -uno non basta- per rimanere sotto il sole del pomeriggio nella steppa di Cáceres. Bisogna essere tedeschi. Bisogna essere eccentrici. Muli tedeschi eccentrici.
II
Cristo e i ladroni sono scappati dalla croce grazie a tre scalette di legno. Hanno lasciato la Palestina sulla vecchia Cadillac sgangherata di Pilato. I ladroni hanno manomesso le serrature della portiera, ma è stato Cristo ad avviare il motore. Un miracolo dei suoi.
III
Nel loro viaggio verso ovest, si sono ubriacati di vino, lanciando le bottiglie vuote dal finestrino della Cadillac. Li abbiamo visti tutti alla televisione, quando le pattuglie dell'impero li hanno "inchiodati" sulla strada di Lisbona. Sti teppisti.
IV
Ci sono sedie provviste di destino: ce n'è una, per esempio, su cui si sono seduti solo suicidi e assassini; su un'altra, vincitori di lotterie e imprenditori di successo; su una terza, tuo nonno, tuo padre, tu, tuo figlio, tuo nipote...
V
Gli aerei sono uccelli finti, albatros impagliati appesi al cielo con un chiodo. Quando cadono -sappiamo bene che prima o poi tutti i chiodi cedono- si rompono il naso come gli ubriachi.
VI
Queste e altre beffarde allucinazioni ci ha lasciato Wolf Vostell, mulo tedesco eccentrico, nel suo lavatoio di lana trasformato in museo di gesta umane, a Malpartida de Cáceres, sulla strada di Lisbona.
VII
Nei dintorni, in un panorama di laghi e pietre levigate, il sole cala arancione dietro i cavalli, i pali per i nidi delle cicogne, due muli, Tommaso e Sebastià.
Cáceres è beige. A ben vedere, tutto il medioevo era beige. Cáceres è una città medievale. Sotto gli archi della piazza principale, davanti alla sede dell'associazione dei pensionati, c'è un anziano arabo che vende cianfrusaglie e affini (invece di giocare a bocce o a golf). Cáceres è di torri quadrate. Sebastià e Tommaso sono stanchi come torri medievali. Hanno bisogno di un restauro dell'Unesco. Sui letti sfondati della pensione, cercano di riposare le ossa, i muscoli, i tendini, i legamenti, le mani (sì, le mani, sembra assurdo, ma dopo più di quattrocento chilometri in bici fanno male le palme delle mani) e tutte quelle altre cose che ti ricordi di avere solo quando fanno male. Tommaso e Sebastià dormono, sognano, passeggiano, mangiano, bevono; poi ridormono e risognano. Nella stanza della pensione scorazzano avvoltoi, conigli, tori e volpi, donne e dio, crescono sugheri e querce, serpeggiano piste e linee bianche sull'asfalto. Fuori dalle lenzuola, tira vento. Sul soffitto c'è la luna. Cáceres è beige. A ben pensarci, anche la luna è beige.
 Lungo la strada da Monroy a Cáceres non ci solo alberi a difendere dal sole a picco. Tra le stoppie che sembrano nascere già secche, solo un vecchio traliccio di cemento produce un filo d'ombra, dietro cui si nasconde un cavallo. È come nascondersi dietro un dito, farsi ombra con un dito. In lontananza, sulla sua collina, Cáceres è una meta agognata, un sogno di case dentro cui nascondersi.
E sarà di nuovo terra del Signore, come qualche notte fa. D’altronde, l’ha fatta Lui la Terra, no? Dico quella con la ti maiuscola. Ma prima di raggiungere la terra del Signore, la dehesa si fa notte, sogni, alberi spettrali, muggiti di tori immaginari, luce fioca di catarifrangente. Sembra la descrizione della Solitudine, quella con la esse maiuscola, quella che fa paura. Tommaso ha, da sempre, paura del buio. Immerso nell’oscurità gli vien voglia di dio. O di donna. Entrambi con la di maiuscola. Ma non ci sono donne da abbracciare nella dehesa, di notte, e a dio poco importa di abbracciare un ciclista qualsiasi, impegnato com’è. Allora bisogna farsi forza da sé, imprecare come i marinai contro dio, le donne e San Baronto, Santa Caterina e San Fermo, patroni dei ciclisti (San Fermo, soprattutto, non è male), spingere sul pedale con i polpacci duri come stoccafissi, pensare che Santa Birra da qualche parte ti aspetta. Effettivamente, dopo qualche ora di invocazioni, l’unica a rispondere è proprio Santa Birra, seduta in minigonna al bancone di un bar di Monroy. Dopo aver onorato la santa, Sebastià e Tommaso si accampano sotto una grande croce poco fuori dal paese. Terra del Signore, dicevamo.
Nel parco naturale di Monfragüe, el Señor Tiétar y Don Tajo, fiumi entrambi, si uniscono di malavoglia. Quanto meno il Tiétar, perché al Tago non gliene potrebbe fregar di meno e si vede. Tanto è lui ad avere la meglio, in barba all’affluente. Scorrerà ancora per chilometri e chilometri, fino a Lisbona, cambiando, per vezzo quasi umano, il nome in Tejo. Tuttavia, a Monfragüe, i due scavano nella roccia con reciproco disprezzo, formando laghi blu e alte colline di mirto, volpi e cerbiatti e rocce buone per gli avvoltoi. Su queste strade arrancano Sebastià e Tommaso, ciclisti testardi, gente di razza bastarda che non è né carne né pesce. Anfibi?
Valdeíñigos è il paese delle donne. Lo si vede subito dai piccoli giardini curati, dalle case bianche di candeggina, dalla targa sulla porta della piazza centrale: Asamblea de mujeres. Qui comandano la barista, la panettiera, la postina. La notte di luna piena è truccata da un'eclissi. Poco fuori dal paese, in un buio di spettri, Sebastià e Tommaso si accampano in una pineta, spaventando gufi, civette, allocchi e barbagianni. I cani abbiano alla luna storta. Sono paure ataviche ma vien voglia di mettere su un dolmen. Alla fertilità.
 Alla fine venne La Vera, direbbero il saggio, il centurione e l'imperatore. Oltre il fiume Tiétar, verso nord, lungo le pendici della Sierra de Gredos, un "corpo" inclinato di rocce, torrenti, pozze, prati e laghi. A La Vera ci si va in vacanza o in pensione: qui venivano infatti spediti a riposare le stanche membra i prodi che avevano servito nell'esercito di Roma; qui venne Carlo, per taluni quinto per altri primo, padre di Filippo il Geometrico, a spendere i denari della previdenza sociale del Sacro Romano Impero. In bicicletta, La Vera è un po' meno rilassante, visto il continuo e obliquo saliscendi orografico. Giù a valle, sui verdi prati lungo il Tiétar, pascolano in solitario greggi di pecore e montoni, forse anche loro in pensione.
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