Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
La fine del viaggio di Francesco comincia qui, alla frontiera tra Nador e Melilla, una brutta e triste frontiera. Dopo le gabbie per gli uomini, dopo gli spintoni e le gomitate, dopo le ambulanze che soccorrono chi si è sentito poco bene nella calca, dopo le donne ricacciate indietro urlando, in un paesaggio irreale, ibrido e militare, il Marocco sfuma in Spagna.
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L'odore penetrante del disinfettante del bagno. Hassan ama Carmen. María ama Mohammed.
La birra.
Il vino cattivo.
Il fumo buono.
L'aglio in bocca.
Il fritto nel naso.
Il suono delle campane alle otto di sera.
Una moschea.
Una sinagoga (col cartello: se alquila, affittasi).
La statua di Francisco Franco Bahamonte
I cani al guinzaglio.
La nostalgia degli asinelli.
Arabo e spagnolo per la strada.
Il Barça.
I cambisti appoggiati agli angoli.
I mendicanti seduti per terra.
Donne velate e donne svelate.
Musica pop da ballo.
I seni di zia Spagna (dev'essere il prosciutto, che allah abbia pazienza).
Il tatuaggio etnico sull'osso sacro a portar fortuna.
Il mare blu.
Suerte, straniero.
Safi Baraka.
Francesco ha poi trovato la mano di Fatima, molte mani di Fatima, una pioggia rigenerante di mani di Fatima. Laddove l’asino monta l’asina nei vicoli e gli uomini ridono felici, direbbero le sacre scritture, sempre sibilline. E le donne? Francesco ha trovato la mano di Fatima in una bottega davanti alla quale un asino di passaggio montava un'asina in attesa. Fatima, la figlia di Maometto. La sua mano.
Francesco cerca i segni delle donne sul suo corpo.
Come talismani.
Per dormire sereno.
Per viaggiare protetto.
L'autobus per Nador è in ritardo di mezz'ora, poi un'ora, poi due ore. Sigarette, tè, sigarette. A un certo punto, Francesco sente un vociare. Pellegrini senegalesi, o malesi, chissà. Una decina: uomini lunghi e smilzi, con le facce scavate e lunghe tuniche verdi e oro; donne grosse, infiocchettate come grandi caramelle, tutte curve, da mangiare. Gli uomini hanno in capo lo zucchetto di pizzo bianco dell'haj, il pellegrino. Tra tutti portano decine di taniche arancioni con l'acqua di Fes. Acqua santa per tutti al paese.
Quando Francesco va in bagno la prima volta, il vecchio non c'è. Poi arriva, ingobbito e col passo corto risoluto. Si siede sulla sedia di legno all'ingresso e guarda per terra. Per ore. Probabilmente lo fa da anni, conosce a mena dito le fessure tra le piastrelle, i segni dello sporco e del sapone. Alla sua sinistra il piattino con le monete da un dirham. Alla sua destra lo spazzolone e i secchielli blu. Alza il viso a chi entra e saluta, poi china di nuovo il capo.
A un certo punto si arrabbia. Qualcuno gli ha fatto perdere la pazienza: un saluto sgarbato? Qualche furbetto che ha pisciato senza pagare? Il vecchio è infuriato, strilla come un bambino. Interviene anche il ragazzo tuttofare e sempre trafelato della CTM, l’azienda dei trasporti, impegnato contemporaneamente a giustificare i ritardi -è successo qualcosa sulla strada da Casablanca, (c'est pas nous, monsieur)- e a rasserenare il vecchio. Sembra un vigile in mezzo a un incrocio: una mano verso il vecchio, un'altra al telefono, un piede a spingere bagagli su un carretto. È desolato, il ragazzo, che in Marocco i pulman siano in ritardo. Desolé, dice scuotendo il capo nervoso e indaffarato. Non si rincuora neanche quando Francesco gli dice che anche in Italia e in Spagna i pulman sono in ritardo a volte, che non importa.
Il vecchio è di nuovo seduto. Borbotta nervoso tra sé e sé. I senegalesi-malesi dondolano qua e là, sorvegliando le taniche.
Il taxista racconta a Francesco che qualche ebreo è rimasto: medici, dentisti, uomini d’affari, un centinaio di famiglie in tutto. La nazionalità marocchina, inoltre, non si perde mai e molti ebrei emigrati altrove hanno mantenuto qui le proprietà e tornano di tanto in tanto a Fes, a Essaouira o a Marrakech. Sembra la versione attuale delle chiavi dei Sefarditi di Siviglia? Mentre Francesco va al mellah la studentessa blu gli offre un soggiorno tra il sole e le colline di Fes e un corso di arabo a soli 300 DH al mese. Francesco è contento, sapeva che Fes sarebbe stata una porta. Bab Leamer, monsieur! Quoi? La porte du Mellah!
« Un giorno Cleopatra domandò a Rabbi Meïr: “Voi pensate che i Morti rivivranno? Ma saranno vestiti o senz’abiti?” Rabbi Meïr rispose: “Prendi l’esempio del chicco di grano: quando lo piantiamo è nudo, e quando fuoriesce dalla terra sotto forma di spiga è rivestito di diversi strati successivi. Ancor più questo vale per gli uomini: non venendo mai seppelliti nudi, resusciteranno sicuramente con i loro vestiti »
(Talmud. Iscrizione all’entrata del cimitero ebraico di Fes)
Smettere di fumare, smettere di bere, smettere di mangiare carne di maiale, smettere di fare tardi la sera, smettere il caffè del mattino, smettere di arrabbiarsi, smettere di lamentarsi, smettere di preoccuparsi, smettere di avere paura.
- Vous voulez fumer quelque chose, monsieur, bronzer la tête? - Non merci, je ne fume pas, moi. - Vous voulez un restaurant, manger quelque chose? - Non merci, je ne mange pas, moi. - Vous voulez regarder ma boutique, seulement regarder? - Non merci, je ne regarde pas, moi. - Vous avez peur, monsieur? - No merci, j’ai jamais peur, moi. Francesco ha capito. Fes è un inganno mentale. Un problema di curiosità. La studentessa blu di Fes vuole forse un Maometto intellettuale e studioso, serio e brillante allo stesso tempo, avido di letture del Corano e di Balzac, fine dicitore, al pari amante di Dante e Ibn Arabi?
Femmina mentale, la studentessa blu abita in una casa di ceramica blu dove fa solo sogni blu.
Appena la vede passare, con gli occhiali da vista piccoli ed eleganti e la jallaba blu, i libri sotto braccio avvolti in un sacchetto, Francesco paga la colazione e la segue nei vicoli.
- Monsieur! - Fatma! E questa da dove sbuca adesso? - Ooh, il est beau! Dice un’amichetta di Fatma guardando fisso Fancesco come fosse un regalo venuto da lontano.
- On y va, monsieur? - Où, Fatma? Francesco pensa alla studentessa blu. Come farà adesso a ritrovarla? Fatma ride e non lo ascolta: sono al mellah e ha incontrato un suo fratello. Ridono entrambi. Chissà cosa ci trovano da ridere così tanto? Si domanda Francesco: dobbiamo sembrargli proprio buffi, noi, gente di poche risate e di pochi fratelli.
Francesco cerca di resistere a Fes. Non ci voleva neppure venire. Temeva che sarebbe stato un gioco di specchi, un aprirsi e chiudersi di porte. Un incantesimo mentale.
Bab Boujould, blu fuori e verde dentro: di nuovo giù, a capofitto, nei vicoli di Fes el-Bali.
I nipotini aiutano nonno Hassan a spingere il carretto di arance su per Talaâ sghira, la salita stretta. Sono arance piccole e dolci. Una spremuta costa appena 5 DH. Più economica ancora è l’harira, la zuppa di legumi un po’ piccante. Costa 2 DH: è buona ed è per tutti. Francesco prima mangia una scodella di harira, poi beve una spremuta.
Ha capito. La città prende forma. Le porte della medina sono sempre aperte. L’inganno mentale era lui. Dipende sempre da come guardi. Ogni vicolo è diverso, ogni giorno è diverso, un giorno ti innamori di una bambina, il giorno dopo di una donna.
Per proteggersi da altri incantesimi, Francesco vuole la mano di Fatima.
Ora che la cerca, paradossalmente non c’è. Non c’è lungo Talaâ sghira né lungo Talaâ kbira, la discesa larga –si fa per dire. Non c’è nelle università di legno e ceramica, né alla Medersa Attarine, né alla Medersa Bouananiya. Non c’è alla Moschea Quaraouiyine (almeno così pare, perché Francesco, uomo calzato, non ci può entrare).
Se vuoi sapere, domanda, straniero. Ma cosa, esattamente, si chiede Francesco, come togliermi le scarpe? come spogliarmi completamente? come lavare la mia baraka in una fontana blu? Tanto si resuscita vestiti...
Domanda: dov'è la mano di Fatima? Forse alla Moschea Al-Andalus, alla Medersa Sehriy? Inchallah. La studentessa blu non gli è d’aiuto. Non c’è più.
- Monsieur? - Fatma! Dov’eri sparita? - Vous partez, monsieur? - Oui, Fatma, ce soir. Si guardano per un momento negli occhi. Lui le dà un bacio sulla fronte:
- Donne-moi un dirham, monsieur! Sorrisi e linguacce.
- Bislama.
Fatma.
Un dirham.
E la mano di Fatima?
Fatma se l’è data a gambe nei vicoli.
Lawrence d’Arabia beve un tè alla menta davanti alla porta del palazzo reale di Fes: blu, verde e oro brillano al sole.
Come una formica smarrita e stanca cerca riparo nella bottega di un sarto e risale pareti e scaffali, si arrampica e si infila in crune di aghi e fori di bottoni, segue fili colorati appesi a dei chiodi o gettati su un tavolo alla rinfusa, finché non trova un cassetto aperto in cui decide di nascondersi per passare la notte; così Francesco a Fes, verso l'ora del tramonto, cerco una porta dietro cui riposare.
Ça va, monsieur? Una bambina gli fa la linguaccia.
- Ualhamdullillah -risponde Francesco,- e non mi fare la linguaccia.
La medina appare piena di telai: ogni anfratto nei vicoli stretti e tortuosi, ogni angolo di strada ospita una macchina da cucire al lavoro. Proprio come la trama e l’ordito si intrecciano veloci alternandosi a destra e sinistra, di sopra di sotto, così i vicoli di Fes, stretti e tortuosi, in salita e in discesa, un po’ verso est un po’ verso ovest –là c'est nord, monsieur, cherchez quelque chose?-, coperti o scoperti, a tratti colpiti dal sole in alto sulle terrazze -il gioco delle tre carte di Allah- in continuo movimento e sovrapposizione -ogni angolo tre sguardi e ogni tre sguardi un invito a prendere, a comprare- e i bambini che conoscono i vicoli come le loro tasche giocano a nascondino con i forestieri:
Vous trouvez l’hotel, monsieur? Vous voulez une petite guide? Il mattino dopo. - Comment tu t’appelle, monsieur? - Francesco. - Bonjour, Monsieur Francesco. - Et toi? - Je m’appelle Fatma. Di nuovo sorrisi, di nuovo linguacce.
- Vous êtes prêt, monsieur? - Oui, Fatma. - On y va? - Où? All'asilo? No, al Luna Park. Fatma gli prende la mano nel labirinto, la stringe forte sull'ottovolante. Nei vicoli della medina, cento donne e cento bambini portano il pane a cuocere al forno: è una processione di pani di forma rotonda, piatta, grandi come pizze. Lo portano in mano o in testa. Francesco scorge un forno scuro, una grotta carbonizzata, con dentro una fornaia scura e carbonizzata anch’essa, tutta nera. Si incanta a guardarla lavorare.
- Fatma!
Fatma è scomparsa -C’est la magie, monsieur!-
Per non perdersi, Francesco segue un filo di lana rosa lungo un muro di Fes el-Bali, la città vecchia, di cui da quasi ventiquattrore è prigioniero. Ogni tanto, in alto, al di sopra di un vicolo chiuso come un ditale, intravede una montagna.
- Elle est une montagne magique, -gli dice un tipo a cui compra una coca-cola, - Fatma, dove sei!? Ci sono così tanti bambini, strafottenti, timidi o vanitosi, che il mondo sembra improvvisamente di cristallo e i passi paiono passi di un gigante con scarpe giganti in un piccolo mondo di cristallo.
Francesco si siede a scrivere su un gradino di pietra che dà sul cortile di una scuola. A quest’ora del mattino pare un angolo appartato, non c’è nessuno. Poi arrivano: un bambino piccolo piccolo, due bambini piccoli piccoli, tre bambini, dieci bambini piccoli piccoli:
- Donne-moi une stylo, monsieur! Francesco estrae una penna dalla borsa e gliela regala.
- Donne-moi une stylo, monsieur! Estrae una seconda penna dalla borsa e gliela regala.
- Donne-moi une stylo, monsieur! - J’ai plus de stylo. - Donne-moi un dirham, monsieur! - Donne-moi un dirham, monsieur! - Donne-moi un dirham, monsieur! - Donne-moi un dirham, monsieur! - Donne-moi un dirham, monsieur! - Donne-moi un dirham, monsieur! - Donne-moi un dirham, monsieur! - Fatma, c’est où la porte pour sortir de Fes el-Bali? Tra gli altri bambini, la piccola guida è ricomparsa. - La porte, monsieur? Bab Guissa, monsieur? Ban Boujloud? Bab Makrouk? Bab Jdidn bab Ftouh, Bab Khoukha, Bab Sidi Boujida? (Beh, almeno la città comincia a prendere nome).
Nel pomeriggio per un momento Francesco riesce a uscire da Fes el-Bali. È a Fes el-Jadid, la città nuova. Che non è nuova. Quella nuova si chiama Ville Nouvelle. Francesco compra quattro biro e due pani: la moltiplicazione dei pani e delle penne.
Come i bambini, come il ritratto di Mom VI il giovane, come la menta e come la mano di Fatima, anche il Barça è dappertutto: bandiere, camicette, tute, cappellini. Tutti i bambini sono Eto’o e Ronaldinho quest’anno in Marocco.
E tu, cosa vuoi fare da grande, Fatma?
In quanto a bambini, un taxista racconta che fra due settimane ci sarà una grande festa a Fes per la circoncisione del figlio del re.
In quanto a porte, un altro taxista racconta che fuori ogni porta c’è un cimitero e che una volta, dopo l’ultima preghiera della sera, tutte le porte di Fes venivano chiuse.
- Adesso no, vero?
Il taxista ride.
Francesco è di nuovo a Fes el-Bali: giù in discesa, a sinistra un vicolo buio, due, tre vicoli bui, a destra galleria, ponte, cunicolo, vicolo chiuso: sinistra, destra, salita, gradini, folla, suk, asini, carretti cavalli, cunicoli, moschea –via le scarpe- Hola amigo! Hello, speak english? Italiani, benvenuti! Muli, portatori di pelli, rumore di ferro battuto, di telai e macchine da cucire, mendicanti –allah-, ciechi, bonjour, monsieur, salamaleicum, aleicum assalam, ça va? ualhamdullillah. -Fatma! Fatma è di nuovo scappata in un vicolo così stretto che ci passano solo i gatti, i bambini e gli asinelli più piccoli e magri spinti a calci in culo. Francesco ha perso Fatma ma ha trovato Samia: quarant’anni, guide officielle, jallaba blu, aria decisa, viso dolce, furbetta gli sorride quando inciampa nel suo sguardo seduto che la guarda raccontare ai turisti francesi. Anche Francesco sorride, furbetto anche lui. All’uscita, scopre che lo aspettava:
- Moi, j’etudie l’italien, moi. - Moi, j’etudie l’arabe, moi. In cambio di una penna, Francesco ottiene un numero di telefono. La studentessa blu.
La testa gira.
Bab Boujloud o Bab Sammarine?
Destra o manca?
Studiare arabo o non studiare arabo?
Fes o Marrakech?
Fatma o Samia?
Testa o mezzaluna?
Sera. Francesco spossato dai vicoli.
- Un tajin viande, monsieur? Patate, zucchini, fagioli, carote, rape, zucca, un pezzo di carne, tutto stufato insieme. E il pane nel sughetto caldo.
- Un the, monsieur? Tè verde alla menta con dolci croccanti al miele.
Ai piedi di Francesco c’è un gatto. Ogni volta che mangia c’è un gatto, a Fes, a Essaouira, a Marrakech.
Tramonta il sole. I gatti del quartiere si agitano e litigano per un posto per la notte. Gli asini carichi di pelle rincasano. Dove dormono gli asini, i cavalli, i muli? La città è piena di stalle?
Sulle università occulte e calme di Fes, sulle pozze dei conciatori, scende la notte. Gli studenti possono di nuovo pregare e studiare tranquilli. Fatma, riapparsa per un attimo al tramonto, se n’è scappata a casa, che la mamma l’aspetta:
- Bonne nuit, monsieur! Già a letto, Francesco resta vigile ai movimenti dei gatti, cerca di orientarsi sui loro richiami. È inquieto. Fatica a prendere sonno e ricama arabeschi con la mente.
- Ça c’est baraka, monsieur. Baraka, la benedizione di Maometto, l’alito di Allah, il destino, la fortuna. Le porte della medina sono chiuse. Di notte si può contare sempre sulla propria buona stella. Notte si dice laila.
Prese il pane, pagò un dirham e rese grazie: shukran, maman!
Quand'era bambino la mamma dava ogni mattina a Francesco un buondì motta da portare a scuola. Lui lo infilava nella cartella tra i libri e i quaderni per poi tirarlo fuori a metà mattina, all'ora dell'intervallo e della merenda. Si dice che per un bambino la mamma è un albero: le gambe tronchi, i seni linfa e frutti e il grembo culla e letto. Francesco preferisce pensare alla mamma come a un fornaio, le mani nel fuoco da mane a sera: pane caldo a colazione, pranzo e cena.
Prima di lasciare Rabat, compra un pane per il viaggio in treno verso Fes. La panettiera è una grossa signora nera: una maman africana tutta grembo, cosce e pane; una quercia millenaria.
A Francesco è sempre piaciuto penetrare con le dita la crosta del pane e rubare la mollica soffice e magari ancora calda. Gli è sempre piaciuto strappare il pane con le mani più che tagliarlo col coltello. Il gesto della fame: la mano e il pane. Il desiderio del pane. Per un bambino la mamma è una panetteria gigante da svuotare. Madre si dice umm, o al-umm, la madre.
Sul treno, Abdel smette di chicchierare, si sfila le scarpe e prega. 5 minuti, preghiera da viaggio: gli inchini appena accennati col capo e col busto, stilizzati; i versetti sussurrati seguendoli col dito nell'aria, da destra a sinistra, come il bambino incontrato ad Essaouira seguiva la crepa nel muro. Poi il treno si ferma a Meknes, Abdel si rimette le scarpe, saluta e scende. Pregare è facile come togliersi le scarpe, come bere un bicchier d'acqua, come mangiare un pezzo di pane.
Anche a Rabat Francesco ritrova i temi che l’hanno accompagnato fino a qui -la miseria accanto alla ricchezza, tracce di ebrei assenti, i bambini presentissimi, gli sguardi intensi della gente, i ritratti di Mom VI il giovane, le donne…-, fungendo al contempo da sostegno e da controcanto alle magie esotiche, alle apparizioni e scomparse, alle illusioni ottiche.
A Rabat la ricchezza sta nei quartieri più nuovi, quelli dei ministeri e delle case bianche con giardino, già visti anche a Casablanca. La povertà, invece, Francesco la trova in fondo al mellah, l’ex quartiere ebraico: vicoli sterrati, rifiuti sparsi, case fatiscenti. Ovviamente al mellah restano ben pochi ebrei -ils sont allés au Canadà, monsieur- come nei vari calls, juderías, alhamas e mellah visitati finora.
Nel suk si sofferma anche sui banchi della biancheria intima femminile: i reggiseni sono rigidi, imbottiti e poco proclivi a lasciar vedere o intendere, e le mutandine ricordano le mutandone di nonna Zahira a Essaouira. Ma di certo le nipoti di nonna Zahira -e magari anche nonna Zahira- sanno dove trovare reggiseni e mutandine di pizzo! Mutandine si dice..., ops perdon.
Francesco un tempo pensava che l’amore fosse sottomarino, che abitasse le correnti del mare. Rifratto nell'acqua lo perdeva e ritrovava tra le scie dei branchi di alici. Adesso immagina qui, prima di addormentarsi, una Sherazade senza veli, un'odalisca nella notte, un volo di farfalla. Credete che siano arabeschi e fantasie? Che non sappia distinguere tra sogno e fatica? Che sia di nuovo in preda alle allucinazioni? Ebbene, niente affatto, l’amore in carne e ossa ha gli occhi grandi nocciola e i capelli lunghi castani, di solito veste di nero, ma di tanto in tanto si mette una maglietta bianca attillata e un fazzoletto blu e rosso in testa. E di tanto in tanto se li toglie. Se la incontrate, ditele che amore si dice habib, ma non ditele che ve l'ha detto Francesco, sennò scompare. Ditele che ve l'ha detto Lawrence d'Arabia.
Nelle mille e una notte, la maggior parte delle novelle non terminano dove il lettore (l’ascoltatore) più se l’aspetta, bensì proseguono oltre il finale apparente, trasformandosi in altre storie ancora. Forse è così anche viaggiare, un arabesco che alterna serenità e inquietudine, mattine raggianti e tramonti turbanti, e così sono gli alberi nei giardini, in continuo impercettibile movimento.
Francesco ambisce, come tutti, alla calma interiore. Come tutti la intuisce in paraggi rurali e naturali e vallate paradisiache. Eppure, ecco che la calma lo riempie improvvisa nella polvere delle strade di Marrakech o durante l’attesa di un autobus alla stazione di Essaouira. Il gioco di prestigio di Allah: gli alberi, i prati e le montagne, ma anche gli uomini e le loro opere, le loro città, i carretti, gli autobus. Per questo Francesco ama i giardini, perché stanno ai mercati e alle voci quanto boschi e colline all’aratro e al silenzio. Francesco è uomo di giardino e di mercato, non d’aratro. La sua calma, la sua porzione di paradiso sta sulle terrazze delle grandi città e nei loro giardini pensili, reali e immaginari....
Visto che un musicista gnaua, in cambio di un dirham, gli ha offerto da bere dell’acqua che non ha osato bere, per farsi perdonare, Francesco insegue la musica. L’ignoranza lo accompagna. Ha due sole indicazioni, due parole: “rai” e, appunto, “gnaua”. Con due parole si costruisce un discorso? Ualhmdulillah. Francesco ha scoperto che per non inibirsi, entrando in un negozio deve pensare di star entrando a casa sua. È una tecnica che ha letto anni fa su un giornale in una sala d’aspetto di un medico o dal barbiere. Funziona. Disinibito e tranquillo si intrufola in due o tre botteghe di dischi piratati. Alla terza addirittura domanda bonjour monsieur, je cherchais quelque chose du Maroc traditionel ou melangé avec du jazz ou du funk.
Se l’era preparata. Che ve ne pare? Calma interiore.
Davvero la tranquillità fa novanta. L’uomo dei dischi gli fa ascoltare un paio di CD. Ça va, labass: “rai” e “gnauna”, obiettivo raggiunto, back to start.
Ah, certo: giardino si dice hadiqa.
Non è bene, disse il re un giorno, -ça va pas- che gli uomini portino occhiali da sole che nascondono il proprio sguardo e quello altrui. I dittatori portano occhiali scuri, non gli uomini e neanche i re illuminati. Un re con gli occhiali da sole non può essere un re illuminato. Un re con gli occhiali da sole sembra un turista giapponese.
Detto questo, il re ringraziò Allah della mattina di sole su Rabat, prese il suo binocolo e salì in cima al palazzo. Da lì osservò le barche sull’Oued Bou Regreg, i primi fiori rosa e rossi del giardino e le finestre delle dame di compagnia della regina. Osservò senza essere osservato, come solo i re sanno e possono fare.
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